SELF-HELP E PSICOLOGIA

Costruire una relazione di coppia

Costruire una relazione di coppia

Cosa conosciamo di noi stessi, dell’amore, della psicologia maschile e femminile? Scoprilo leggendo l'anteprima del libro di Claudia Rainville.

Costruire una relazione di coppia

È la semplicità di una vita di coppia ben riuscita a fare, più di ogni altra cosa, una vita ben riuscita.
Arnaud Desjardins

Il D-day era finalmente arrivato. La prima cosa che feci svegliandomi fu guardare fuori dalla finestra, dopodiché dissi a me stessa: “Evviva, c’è bel tempo!” Rassicurata, guardai il mio splendido abito da sposa appeso alla porta dell’armadio. Tra poche ore lo avrei indossato. Le mie incantevoli scarpe bianche non vedevano l’ora di essere finalmente inaugurate. Avevo tutta l’intenzione di godermi ogni attimo di quella giornata.

Mi presi tutto il tempo per fare colazione e gustare un buon caffè. Mia madre mi osservava in silenzio, e quando meno me l’aspettavo disse: “Sai, figlia mia, il matrimonio è come il gioco dei dadi!”

Con quelle parole voleva forse dirmi: “Tutte desiderano trovare un buon marito... Se sei fortunata, questo sarà un lancio vincente.”

Dentro di me pensai: “Non ti preoccupare, mamma, se non sarà quello giusto lancerò di nuovo il dado.”

Il mio futuro sposo aveva a sua volta ricevuto un consiglio dal padre: “Se tua moglie si arrabbia non dire niente, vai a fare un giro e torna quando si è calmata. Cosi avrai sempre la pace.”

Lui mise in pratica quel consiglio, e infatti quando tentavo di intavolare una discussione faceva di tutto per evitarla e se io, esasperata, alzavo la voce lui trovava il modo di sparire.

Quando tornava, il mio silenzio poteva indurlo a credere che mi fossi calmata, invece si trattava per me di una chiusura; non avevo semplicemente più voglia di discutere con lui, sapendo che comunque era inutile. Con il tempo, quell’atteggiamento di chiusura da entrambe le parti scavò un fossato tra di noi.

Intraprendere una relazione di coppia è un’avventura all’interno della quale ognuno porta il proprio bagaglio di esperienze.

Nell’ultima scena di uno splendido film di Claude Lelouch intitolato Tutta una vita si vedono due valigie avanzare una a fianco all’altra sul nastro trasportatore di un aeroporto. Due valigie come due anime guidate dalla mano del destino.

Quando intraprendiamo l’avventura di una vita a due, ognuno di noi porta con sé il proprio bagaglio di esperienze vissute, di influenze ricevute e così via. Ma che conoscenza abbiamo di noi stessi, degli altri, delle relazioni affettive?

A scuola passiamo anni e anni tentando di assorbire dati, teorie, precetti, regole grammaticali, elaboriamo e discutiamo una tesi con l’intento di ottenere dei bei voti, il tutto per accedere a un livello superiore e ottenere in seguito un buon lavoro.

Ma che cosa conosciamo di noi stessi, dell’amore, della psicologia maschile e femminile?

Intraprendiamo una relazione di coppia ignorando completamente quello che potrebbe aiutarci a vivere una relazione armoniosa.

Le persone che hanno avuto il privilegio di crescere in un ambiente familiare sano hanno potuto avere un buon esempio a cui fare rifermento, ma chi è cresciuto in un clima familiare contrassegnato da conflitti, critiche o violenza, come può conoscere quei comportamenti che sono propri di una coppia sana?

Orfana di padre, non avevo avuto un modello parentale a cui potermi rifare. Il mio unico riferimento erano i genitori della mia migliore amica. Sua madre aveva rinunciato al lavoro di educatrice per dedicarsi alla famiglia. Cucinava dei piattini deliziosi e teneva la casa sempre perfettamente in ordine. Prendeva piccoli lavoretti di sartoria per arrotondare alla fine del mese, ma quando i bambini tornavano da scuola si dedicava totalmente a loro. Quella donna era per me l’immagine stessa di una buona madre.

Quanto al padre della mia amica, lo vedevo come il migliore dei padri e il migliore dei mariti: non usciva mai di casa senza prima dare un bacio alla moglie e le consegnava la sua busta paga accontentandosi di una piccola somma che lei gli restituiva per le sue spese personali.

Volevo essere esattamente come quella donna, e come lei volevo essere una buona padrona di casa, preparare dei bei pranzetti a mio marito, essere amorevole e disponibile.

Durante il matrimonio ricordo di aver pensato: “Adesso, tutto quello che voglio è rendere felici mio marito e i miei figli.”

Nonostante tutte le mie buone intenzioni, la quotidianità si è rivelata ben diversa dall’immagine idealizzata che mi ero fatta di una relazione di coppia. Ad esempio, quando mi trovavo ad aspettare mio marito da oltre un’ora, con davanti la buona cena che gli avevo preparato, e lui mi telefonava per dirmi che non sarebbe tornato a casa prima delle 22:00, oppure quando tentavo di esprimergli quello che provavo e avevo la sensazione di parlare con un muro, non avevo dei riferimenti per sapere come gestire le emozioni che provavo.

Mi ci sono voluti degli anni prima di riconoscere che la coppia che avevo preso come modello era tutt’altro che la coppia ideale. Allora ero piccola e non vedevo che quell’uomo si comportava come un ragazzino nei confronti della moglie.

Era a tratti la persona che manteneva la famiglia, a tratti il bambino di casa e a tratti il padre, ma raramente l’uomo.

Non sapeva occupare il suo posto di uomo all’interno della relazione di coppia e, quando lo faceva, era con degli eccessi, imponendo le sue leggi e le sue scelte senza ammettere repliche.

La donna che avevo preso come modello viveva, dal canto suo, in una condizione di sottomissione permanente, poiché riteneva che amare significasse dimenticare se stessi per fare felici le persone amate. Si teneva dentro tutte le arrabbiature e tutte le frustrazioni, consolandosi con il cibo.

Un giorno mi aveva fatto una confidenza riguardo al marito, raccontandomi che durante i primi anni di matrimonio quando lui si arrabbiava non misurava le parole e le diceva cose molto offensive. In quel momento non avevo capito cosa avesse voluto dirmi.

Probabilmente suo marito aveva avuto un padre dominatore, maniaco del controllo, autoritario e forse lui si era ripromesso di non comportarsi come il padre, di essere un buon marito per sua moglie.

Quello che non sapeva, è che non occupando il suo posto di uomo accumulava moltissime frustrazioni e, come una pentola a pressione, alla fine esplodeva.

L’immagine di una coppia felice

Come quella donna, anche io non esprimevo quello che provavo e come lei cercavo di trasmettere a tutto il mio entourage l’immagine di una coppia felice, cioè quello che non eravamo.

Tutto questo non vuol dire che quella coppia non si amasse. Dopo la morte del marito ho rivisto lei e ho notato che aveva un’aria smarrita. Aveva vissuto sempre per la sua famiglia e adesso si ritrovava sola, davanti a un vuoto immenso.

Anche io e mio marito ci amavamo, ma non ci capivamo. I momenti migliori che abbiamo condiviso sono stati quelle delle vacanze: in quelle occasioni lo avevo tutto per me. Quando poi rientravamo, la vita riprendeva il suo tran tran e lui aveva molti altri interessi oltre a me.

Viaggiare era un sogno che accarezzavo da quando ero bambina. Avevo voglia di scoprire il mondo, dunque ogni anno pianificavo la scoperta di un nuovo Paese. Al ritorno da uno splendido viaggio in Portogallo ho sentito la voglia profonda di avere un bambino, ma, dato che non si presentavano delle gravidanze, ho deciso di proseguire nelle mie scoperte. Quella volta avevo optato per il Messico e poiché mio marito non poteva venire con me mi suggerì di partire con mia sorella. Riconoscente della libertà e della fiducia che mi concedeva, sono partita insieme a mia sorella per il Messico con un viaggio organizzato.

Non avrei mai sospettato che quel viaggio avrebbe cambiato il mio destino. Fin dalla sera del nostro arrivo ci proposero di fare un tour dei cabaret e delle discoteche in voga in quel periodo nel Paese. Si unirono al nostro gruppo anche dei messicani e mentre ridevo, tra un bicchiere di tequila e l’altro, non mi accorsi nemmeno di aver cambiato partner sulla pista da ballo su cui ci trovavamo.

Quando siamo usciti da quella discoteca, l’ultimo partner con cui avevo ballato mi ha seguita, pronto per accompagnarmi nella prossima tappa. A un certo punto lo vidi dare una mancia a un mendicante. Per me fu come un fermo immagine: io avevo già visto quel gesto, ma quando e dove non avrei saputo dirlo. Avevo la netta sensazione di rivivere dei momenti che avevo già vissuto. Era accaduto in qualche sogno o in una vita precedente? O forse la mia anima aveva riconosciuto in quel gesto un momento importante che avrebbe segnato una nuova ripartenza nella mia vita?

Il nuovo locale era più calmo e ciò ci permise di avere del tempo per fare conoscenza.

Tutto avvenne in maniera repentina e assolutamente inaspettata, al mattino di quella stessa giornata ero ancora tra le braccia dell’uomo che avevo sposato, mentre ora mi sentivo trasportata in un altro universo.

In quella notte stellata i miei solidissimi princìpi volarono in mille pezzi.

Io e quell’uomo abbiamo continuato a rivederci, e i momenti che condividevo con lui risvegliavano tutto quello che in me era sopito. Mi resi conto improvvisamente che con mio marito stavo vivendo una vita di coppia da pensionati. Mio marito aveva viaggiato molto, prima di conoscere me aveva vissuto all’estero e non aspirava ad altro che a una vita ben organizzata, senza scossoni, mentre io avevo appena terminato i miei studi, avevo venticinque anni e voglia di divertirmi, di uscire, di godermela con un uomo della mia età.

Un’infezione intestinale mi fornì la scusa per prolungare il viaggio; non avevo voglia di tornare a casa e, anche se sapevo che dovevo farlo, il mio unico desiderio era tornare in Messico. Volevo rompere le sbarre della gabbia in cui mi ero lasciata rinchiudere nella convinzione che avrei trovato lì la mia felicità.

È successo qualcosa

All’aeroporto, appena mio marito mi vide capì che era successo qualcosa.

Benché avessimo molte difficoltà a intenderci, provavo per lui un grande affetto, un affetto che assomigliava più a quello che una figlia ha verso il padre. E del resto lui mi chiamava “piccola”. Vero è che quando ci siamo incontrati io ero poco più di una ragazzina. Lui era arrivato nella mia vita per colmare la carenza della figura paterna che mi portavo dentro. Con lui avevo trovato la protezione che mi era mancata, ma ormai la donna che c’era in me voleva vivere, spiccare il volo, voleva uscire da quella gabbia dorata.

Una sera lui era triste e ho voluto consolarlo. Fu la sera in cui abbiamo concepito nostra figlia. Quell’evento mi pose in un tremendo dilemma; da un lato c’era quella gravidanza che avevo tanto desiderato e dall’altro la libertà a cui agognavo. La scelta non fu semplice, ma optai per la scelta dettata dal cuore e proseguii la mia gravidanza. Scrissi una lunga lettera alla bambina che avevo dentro di me, che terminava così: “Con te tornerò a sognare, ti terrò la mano anche dove è così facile perdersi. Attaccati a me e non dimenticare: io devo rinascere con te.”

Rinunciai a tornare in Messico e decisi di concedere una possibilità alla nostra relazione di coppia.

Dopo la nascita di nostra figlia chiesi a mio marito di rinunciare a lavorare in quella organizzazione che lo teneva impegnato tutto il tempo, così da essere più disponibile per me e per nostra figlia. Per lui era una scelta difficile, in quanto ricopriva il ruolo di presidente. Lasciare quel team significava inoltre tradire quelli che contavano su di lui e gli avevano dato fiducia. Voleva arrivare fino alla fine del suo mandato, dunque mi chiese di aspettare. Aspettare era la storia della mia vita: aspettare che mia madre venisse a trovarmi in collegio, aspettare che tornasse dopo che se ne era andata via con il suo fidanzato, aspettare che trovasse del tempo per me... Senza esserne consapevole, rivivevo con mio marito quello che avevo vissuto con mia madre, ma adesso mi ero stancata di aspettare. Questa volta non volevo più attendere che qualcuno fosse disponibile per me, volevo afferrare la felicità con le mie mani, pensare a me, essere padrona di me stessa, costruirmi un mio mondo. Comunicai questi pensieri a mio marito, il quale condivise la mia scelta convinto che in meno di sei mesi sarei comunque tornata.

Il mio modello di coppia andò in mille pezzi. Non avevo più un punto di riferimento, ma mi sentivo libera; libera di rilanciare il dado del mio destino nella speranza, questa volta, di ottenere un lancio vincente.

Quello che ignoravo allora era che non esiste un numero giusto: noi attiriamo sempre la persona che farà riemergere quello che trasportiamo nel nostro bagaglio e questo fino a quando non ci saremo liberati di quel passato da cui dipende il nostro modo di agire con un certo atteggiamento o di reagire con un certo comportamento.

Uscire da una relazione di coppia senza aver capito quello che avremmo dovuto imparare insieme al nostro partner ci espone a ritrovare le stesse situazioni conflittuali con un nuovo partner.

Data di Pubblicazione: 3 dicembre 2020

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