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Il Culto dell'Ottimismo

Io Non Penso Positivo - Anteprima del libro di Gabriele Oettingen

Fantasticare senza agire

Un mio amico poco più che quarantenne (lo chiamerò Ben), si ricorda che durante il college si prese una cotta, intensa ma piuttosto banale, per una sua compagna. L’aveva vista più volte mentre mangiava con i suoi amici nella caffetteria del campus. Quando al mattino si faceva la barba, o quando cercava di seguire le lezioni, la sua mente vagava e fantasticava su come sarebbe stato avere una relazione con lei. Ben immaginava che fosse un’artista, e che insieme avrebbero visitato le rovine di Roma e ammirato la Cappella Sistina. Forse lei lo avrebbe voluto ritrarre in un giorno di sole, sdraiato nella corte interna di un palazzo intento a leggere un libro o, meglio ancora, a suonare al piano un pezzo jazz come faceva spesso nel fine settimana per guadagnare dei soldi extra.

Non sarebbe meraviglioso trascorrere momenti così sereni con qualcuno in grado di capirci e di condividere con noi la sua creatività? Non sarebbe fantastico avere una donna con cui andare al cinema, con cui guardare il tramonto, con cùi saltare su un autobus e scendere in un’altra città?

Ben non raccontò a nessuno degli amici queste fantasticherie, furono il suo piccolo segreto. I suoi sogni a occhi aperti erano composti di immagini straordinariamente appaganti, e purtroppo sono rimasti tali.

Vedi, Ben non ha avuto il coraggio di chiedere a quella donna di uscire. Si è raccontato che era una perfetta sconosciuta e che sarebbe stato ridicolo provarci. Inoltre, era troppo impegnato con lo studio per frequentare qualcuno. Voleva ottenere dei buoni voti, e non gli mancavano gli amici con cui passare i fine settimana. Perché Ben non ha trovato la forza e la spinta per farsi avanti e agire? Era impegnato a fare ciò che molti di noi ritengono essenziale per avere successo — stava fantasticando sul soddisfacimento dei suoi desideri. Cosa lo ostacolava?

Il culto dell'ottimismo

L'idea secondo la quale basterebbe immaginare i nostri più profondi desideri diventare realtà per aiutarci a concretizzarli ricorre ovunque. Best-seller come The secret e Chicken Soup for the Soup ci insegnano che se pensiamo positivo possiamo far accadere le cose belle, e che chi “pensa positivo” è «più sano, più attivo, più produttivo ed è tenuto in maggiore considerazioni da chi gli sta accanto». Tanti di noi fanno proprio così, come dimostra l’ottimismo semplice e sorridente dei concorrenti di American Idol, che parlano con fiducia dei loro talenti e del loro sogno di diventare famosi, o quello delle partecipanti di The Bachelor, molte delle quali affermano con assoluta certezza che riusciranno a oscurare le altre ragazze e a vincere il premio finale. Questi individui acquisiscono popolarità tra il pubblico non solo perché hanno fantasie elaborate sul loro successo futuro, ma perché così facendo vivono in una campana di vetro e danno per scontato che un giorno i loro sogni diventeranno realtà.

Il culto dell’ottimismo va al di là di queste manifestazioni. La pubblicità propone persone felici e ottimiste come modelli di successo. Politici di ogni livello blandiscono la popolazione cercando di presentarsi come gli alfieri della speranza e di rivendere le virtù del “sogno americano”. Gli economisti registrano la “fiducia dei consumatori” ed esaminano le previsioni dei leader di mercato in base a quanto sono ottimistiche, e i mercati finanziari salgono e scendono proprio in base a queste informazioni. La musica pop celebra la capacità dei sognatori di cambiare il mondo. Fin dalla più tenera età, e a ogni svolta successiva, veniamo avvisati che se vogliamo avere successo nella vita dobbiamo liberarci del dannoso “dialogo interiore negativo” o che dobbiamo «uscire dalla fossa del pensiero negativo». Un messaggio ispirazionale affisso sul muro di una scuola media di Manhattan esorta così i ragazzi: “Punta alla luna; se dovessi mancarla, atterrerai comunque tra le stelle”.

L’ottimismo sembra trionfare anche a dispetto di avversità estreme. Nel bel mezzo della grave recessione del 2008, PepsiCo, alfinterno del Pepsi Optimism Project, ha avviato un sondaggio rivolto ai consumatori americani. Nel 2010, a lavoro concluso, il 94% degli intervistati è risultato convinto che “l’ottimismo è fondamentale per creare nuove idee in grado di avere un impatto positivo sul mondo”; quasi tre quarti dei partecipanti hanno riferito di aspettarsi che “il meglio accade nei periodi di incertezza”; più del 90% si è dimostrato certo che “l’ottimismo può avere un impatto decisivo nel portare avanti una società in una direzione positiva”. Secondo alcuni analisti entro il 2013 si sarebbe dovuto assistere alla fine del sogno e dell’ottimismo americani eppure, nello stesso anno, un sondaggio condotto dal Northwestern Mutual Life Insurance Company ha dimostrato che il 7 3% degli statunitensi vedeva la propria vita come “un bicchiere mezzo pieno”, e che per il 79% il sogno americano era ancora vivo.' Un’altra inchiesta, promossa dalla società di ricerca Gallup nel 2013, ha riscontrato che il 69% degli intervistati si considerava “ottimista” in merito alle proprie prospettive future.

Il culto dell’ottimismo non è di epoca recente, né si può considerare esclusivamente americano. E un tema ricorrente nella letteratura mondiale, da Marco Aurelio («soffermarsi sulla bellezza della vita») a Samuel Johnson («l’abitudine di guardare il lato positivo di ogni evento vale più di mille sterline l’anno») e a Dr. Seuss («e quando le cose cominciano ad accadere, non preoccuparti. Non stare in ansia. Semplicemente continua ad andare. Anche tu comincerai ad accadere»). Ma tradizionalmente gli americani hanno sempre dato l’impressione di apprezzarlo molto. Il presidente Dwight Eisenhower una volta dichiarò che «il pessimismo non ha mai vinto una battaglia», e anche Charlie Chaplin si schierò dalla parte del pensiero positivo affermando che «non troverai mai un arcobaleno se stai guardando per terra».

La fiducia nel potere delfottimismo poggia su un’idea semplice: guardando al futuro, possiamo rimanere saldi e fare del nostro meglio nel presente. E se decidiamo di guardare avanti allora pensare in maniera positiva sembra essere la strategia migliore. Cos’altro dovremmo fare - rimuginare sul fatto che siamo destinati alla sfortuna e all’infelicità? Questo modo di agire è stimolante? C’è una massima che circola in rete (ed è stampata anche sulle magliette) che recita così: “Sognalo. Desideralo. Fallo”.

Diffusione dell’ottimismo

Alla luce della larga diffusione dell’ottimismo, esprimere punti di vista anche solo vagamente negativi appare rischioso. Se sei sul posto di lavoro e ti ritagli il ruolo del “realista”, ti ritroverai spesso a essere additato dagli altri come un guastafeste o un “Debbie downer”. Registi e produttori televisivi, per non fare la figura di quelli “troppo cupi” e allontanare così gli spettatori, spesso rifiutano di presentare tematiche tragiche e finali tristi. Per questo stesso motivo, quale politico metterebbe mai in questione il valore di una previsione ottimistica rischiando di passare per colui che rompe con il tradizionale atteggiamento volitivo e pro-positivo?

Mi sono trasferita dalla Germania negli Stati Uniti quando ero ormai adulta, e inizialmente sono rimasta colpita da una cosa: il pensiero positivo veniva apprezzato molto più che in Europa. Se in Germania chiedi a qualcuno come sta, riceverai una risposta schietta del tipo “stanotte non ho dormito bene” o “il mio cane sta male e sono preoccupato”. In America ho notato che la gente, anche nel caso in cui avesse delle preoccupazioni, risponderebbe “sto bene”. Mi sono accorta anche che le persone trovano irritante quando qualcuno viola la legge non scritta della positività. Nel 1986, mentre ero assegnista di ricerca a Philadelphia, una professoressa mi ha raccontato di una riunione di facoltà in cui si ritrovò a parlare di alcune cose molto complicate che le erano successe nel corso della sua vita. I colleghi reagirono criticando aspramente il suo essere così “negativa” in un contesto di lavoro. La lezione implicita era che avrebbe dovuto imparare a tenere per sé la sua negatività, senza infettare gli altri.

Questo testo è estratto dal libro "Io Non Penso Positivo".

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