SALUTE E BENESSERE

Cura del diabete: un nuovo approccio è possibile?

Cura del diabete un nuovo approccio

Scopri il nuovo paradigma alimentare come pilastro fondamentale per la guarigione leggendo l'anteprima del libro di Domenico Battaglia.

Un nuovo approccio è possibile?

Voglio partire riportando l’esperienza compiuta dal dr. Neal Barnard insieme al suo gruppo di ricercatori, che hanno applicato una dieta esclusivamente vegetale ai pazienti diabetici di tipo 2 e hanno confrontato gli effetti di questa dieta con un gruppo di pazienti di controllo che seguivano scrupolosamente il regime alimentare consigliato dall'American Diabetic Association (ADA). Da questo raffronto si è evinto che, in soli 3 mesi, i pazienti che seguivano una dieta a esclusiva base vegetale ipolipidica (a basso contenuto di grassi) avevano perso una media di circa 6 kg, con glicemia a digiuno che si era ridotta del 28%; inoltre, il 66% di loro aveva sensibilmente diminuito o addirittura eliminato i farmaci che assumeva prima di iniziare il nuovo percorso alimentare.

Questi risultati furono significativamente superiori rispetto a quelli ottenuti con il regime alimentare proposto dall’ADA, e bisogna sottolineare che non vi erano limiti alle porzioni giornaliere né era stato incluso appositamente il movimento fisico, al fine di evitare un possibile ruolo di questo nei risultati che sarebbero stati ottenuti.

In un successivo studio del gruppo di Neal Barnard si dimostrò come il miglioramento della dieta non solo aumentava la capacità dell’insulina di far penetrare il glucosio nelle cellule, ma addirittura rafforzava il potere di bruciare il glucosio per produrre nuova energia anziché dirottarlo nei siti di stoccaggio sotto forma di grassi: un effetto termico dei cibi che favoriva la perdita di peso.

In un’altra esperienza, sempre condotta dal dr. Barnard, il gruppo che seguiva la dieta a esclusiva base vegetale ipolipidica fu confrontato nuovamente con un altro che si atteneva alle linee guida dietetiche dell’ADA. Si verificarono i seguenti effetti: in poche settimane i pazienti dovettero ridurre o sospendere i farmaci orali per via della riduzione delle glicemie, ma la conseguenza maggiormente significativa fu la riduzione dell’emoglobina glicata (HbAlc); infatti non soltanto i pazienti “ADA” ebbero un ribasso percentuale di questo valore pari allo 0,4%, ma in sole 22 settimane la dieta a base vegetale ipolipidica ridusse il punteggio dell’1,2%, un valore 3 volte superiore rispetto al regime alimentare proposto dalFAmerican Diabetic Asociation.

Sulla base di queste sorprendenti acquisizioni scientifiche la scienza nutrizionale applicata al diabete avrebbe dovuto compiere un sobbalzo; invece poco o nulla è avvenuto quanto a reazioni, ma spero di sbagliarmi. In Italia, nei canali della sanità pubblica, le indicazioni del dr. Barnard sono state recepite solo dalla ASL 1 di Milano: non vi sembra un po' poco?

Adesso però arriva il bello! Siete pronti per la costruzione di un nuovo paradigma? Siete pronti a ristrutturare in modo radicale il vostro corpo, che qualcuno ha chiamato anche il “tempio dell’anima”? Io sono pronto a guidarvi, se me lo consentite, e voi siete pronti a partire per questo grande ed emozionante viaggio dentro e fuori di voi?

I tre pilastri per la guarigione

Il primo di questi pilastri è di sicuro l’alimentazione. Quello che vi propongo è un percorso di almeno 12 settimane, attraverso il quale possiamo dare al nostro organismo l’opportunità di cambiare gradualmente ma radicalmente le proprie abitudini.

Primo passo

Indirizzare fin da subito per un primo periodo il vostro modo di nutrirvi verso un’alimentazione a esclusiva base vegetale ipolipidica, prevalentemente cruda (o per dirla con termine anglofono raw) all’80-100 %. Questo passo favorirà una disintossicazione complessiva del vostro organismo da sapori artificiali prodotti dall’industria del cibo e da tutta una serie di alterazioni, come l’utilizzo eccessivo di sale da cucina.

Quando si parla di alimentazione cruda si tende a pensare alle foglie di insalata fresche; invece dovremmo cominciare a ripensare questo concetto, considerando cibo crudo un alimento che non sia stato esposto a una temperatura superiore ai 42 °C, oltre la quale gli enzimi in essi contenuti e buona parte delle proprietà nutrizionali cominciano a depauperarsi. Una raccomandazione fondamentale specialmente in questa prima fase sarà quella di utilizzare pochi grassi anche se a crudo e di origine vegetale. Infatti dobbiamo dare la possibilità al nostro organismo di bruciare quelli che nel frattempo si sono accumulati in anni di cattive abitudini alimentari, suggeriteci a ritmo martellante e subliminale dal marketing imperante.

Nella scelta dei cibi per la nostra nuova alimentazione sarà fondamentale prediligere non solo quelli con un basso indice glicemico ma anche quelli con un basso impatto sulla secrezione di insulina, e se proprio vogliamo “cuocere” il nostro cibo dovremmo mettere in pratica le tecniche “a freddo” della cucina raw o al massimo la cottura al vapore per pochi minuti, metodo che si è dimostrato apportare un numero minore di perdite e alterazioni in termini di vitamine, enzimi e micro - oltre che macronutrienti.

Vi presento adesso i vari gruppi di alimenti del vostro nuovissimo carrello della spesa.

Cereali integrali biologici

Di sicuro sono quelli che più di ogni altra macroarea mettono in crisi il sistema, per la presenza sul mercato di molti prodotti ottenuti dalle farine di questi prodotti. Il mio consiglio - specie nelle prime fasi - è di non consumarli, rimandando a tempi successivi una graduale reintroduzione, magari sotto forma di germogli inizialmente e poi eventualmente inserendo gradualmente piccole porzioni in forma integrale e a chicco intero fra quelli con il più basso indice glicemico, come per esempio la segale, il miglio e l’avena.

Legumi biologici

Freschi, essiccati o surgelati sono ancora accettabili; l’uso di quelli in scatola dovrebbe essere considerato un evento eccezionale. Alcuni legumi possono essere consumati a crudo previa germogliazione, come i ceci, le lenticchie, i fagioli mung o azuki. Il processo di germinazione attiva la vitalità del seme e con essa tutto il corredo di enzimi, proteine e sali minerali che nei germogli sono in una concentrazione di gran lunga superiore a quelli che poi si ritroveranno nella pianta matura. I legumi apportano amidi, grassi e proteine e soprattutto, se sono cotti, tendono come abbiamo visto ad aumentare il loro impatto sull’insulina; per cui nelle prime fasi sconsiglio di consumarli, per reintrodurli gradualmente in quelle successive.

Verdure/ortaggi biologici e di stagione

L’Italia ci offre in abbondanza terre fertili a ogni latitudine; per cui le verdure e gli ortaggi, con le loro innumerevoli varietà, vanno consumati il più possibile freschi e di stagione, secondo i ritmi che la natura propone.

Ultimamente i repentini e assai turbolenti cambiamenti climatici stanno sempre più minando questi paradigmi; le cause il più delle volte sono di origine umana, per cui anche in questo caso sarebbe opportuno anelare a un salto evoluzionistico della coscienza, sempre che ne sia rimasta. Ma chi mi conosce sa che sono positivo per natura.

Come extrema ratio possono anche essere utilizzate le verdure e gli ortaggi surgelati, ma similmente ai legumi sconsiglio l’uso di prodotti in barattolo, per via della possibile elevata presenza di conservanti, tranne che in situazioni eccezionali. Nelle prime fasi naturalmente il mio consiglio è di consumarli a crudo e, come negli altri casi, senza computare le quantità delle porzioni; anche perché il più delle volte le verdure e gli ortaggi, specie se consumati a crudo, hanno un impatto glicemico e insulinico molto bassi.

Per fare un esempio esplicativo, analizziamo 80 g di carote biologiche consumate a crudo; questi ortaggi hanno un indice glicemico pari a 16 e uno insulinico pari a 1, mentre la stessa quantità del medesimo prodotto tagliato a cubetti e bollito hanno un indice glicemico di 49 ma un impatto sull’insulina di 2, raddoppiato ma ancora basso. Un ulteriore esempio ci viene dato dal succo fresco di carota ottenuto per estrazione: 250 mi di succo hanno un indice glicemico di 43 e uno insulinico di 10, considerato ancora accettabile ma 10 volte superiore rispetto alla carota consumata in forma cruda.

Frutta

Anche qui valgono le stesse indicazioni riportate per le verdure; siamo uno dei paesi che ha la più grande biodiversità d’Europa e forse del mondo. Posso dirvi che ritengo corretto, specie nelle prime fasi, escludere la frutta troppo zuccherina (per esempio melone o succhi di frutta); successivamente, tuttavia, anche la frutta zuccherina potrà essere occasionalmente consumata, valutandone un’eventuale successiva graduale reintroduzione.

Gli studi (Wang 2016) ci dicono che i soggetti che consumano una maggiore quantità di frutta hanno un rischio inferiore di imbattersi nel diabete tipo 2; alcuni frutti, come il Vaccinium myrtillus (il comune mirtillo), hanno dimostrato di migliorare l’attività dell’insulina, svolgendo essi stessi un’azione simil-insulinica tramite le antocianidine (sostanze che conferiscono il caratteristico colore blu alle bacche). Simili considerazioni possono essere fatte per l’uva e gli altri frutti semiacidi (ciliegia, nespola, albicocca ecc.) o acidi (pompelmo, limone, ecc.). Un cenno a parte merita l’avocado, un frutto grasso che dunque dovrebbe essere escluso dalla dieta di un diabetico, stando alle affermazioni già fatte in precedenza; ma la sua composizione a prevalenza di acidi grassi monoinsaturi ha recentemente dimostrato che, se non se ne abusa, può essere in modo indiretto di grande aiuto ai pazienti diabetici migliorando le loro problematiche cardiocircolatorie. Un esempio, quello dell’avocado, che ci deve far comprendere quanto siamo complessi e come le problematiche umane abbisognino di essere affrontate da molteplici punti di vista.

Frutta secca, essiccata o disidratata

Facciamo subito il distinguo necessario fra le due categorie, in quanto spesso i due termini vengono usati scambievolmente. La frutta secca è quella oleaginosa a elevata densità, come le noci, le mandorle, i pistacchi ecc. La frutta essiccata è invece il corrispettivo della frutta fresca che, esposta a una fonte di calore naturale o artificiale, ha perso per il processo di evaporazione lenta la maggior parte dell’acqua in essa contenuta, elevando così anche la concentrazione di zuccheri e nutrienti. Per fare un esempio, 120 g di albicocche consumate fresche hanno un indice glicemico di 34 e uno insulinico di 3, mentre 120 g di albicocche disidratate danno rispettivamente valori di 32 e 13,6; quindi un impatto sulla secrezione di insulina maggiore di 4 volte.

Anche in questo caso sono banditi gli assolutismi, per cui - seppure in quantità controllate - la frutta secca può essere consumata da un paziente diabetico, permettendogli di migliorare anche alcuni aspetti cardiovascolari.

Per quanto riguarda la frutta disidratata sarebbe preferibile escluderla - specialmente quella candita ed essiccata industrialmente tramite frittura - e relegarne il consumo a casi eccezionali e solo se l’abbiamo disidratata naturalmente al sole o mediante l’uso di un essiccatore o sopra il termosifone di casa.

Sono sicuro che dopo tutta questa carrellata di cibo i vostri pensieri sono andati alla dispensa o al frigorifero, per capire se contenga cibo a sufficienza per “sbarcare il lunario” con questo nuovo paradigma alimentare. Vorrei tranquillizzare tutti dicendo che questo è un cambiamento possibile, fattibile, gioioso e alla portata di tutti. I miei pazienti che seguono queste indicazioni sono felici della loro nuova vita, per cui, se ancora qualche dubbio ci attanaglia, poniamoci di fronte a quell’antica affermazione che viene attribuita a Ippocrate di Cos, il fondatore dell’arte medica: «Prima di pensare di voler guarire, chiedetevi se siete disposti a rinunciare alle cose che vi hanno fatto ammalare». Con quest’altra affermazione di Ippocrate voglio confermarvi che l’eventuale avvicendamento interiore di pensieri ed emozioni contrastanti è del tutto normale per ciascun essere umano: «Le vecchie abitudini, anche se cattive, turbano meno delle cose nuove e inconsuete. Tuttavia, talvolta è necessario cambiare, passando gradualmente alle cose inconsuete».

Data di Pubblicazione: 6 novembre 2019

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