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Il Diario del Deserto

Il Ritorno del Guerriero di Pace - Anteprima del libro di Dan Millman

Fuori dalla finestra

Un nugolo di foglie, nel grigiore dell’alba, attirò il mio sguardo fuori dalla finestra rigata di pioggia. Dalla mia stanza d’albergo nell’isola di Oahu, le nuvole scure sembravano intonate con il mio umore. Fluttuavo tra il cielo e la terra, alla deriva e senza radici. L’estate a Molokai con Marna Chia era passata molto velocemente. Avevo ancora nove mesi prima di dover tornare alle mie incombenze di insegnante.

Camminavo sulla moquette con addosso solo le mutande, quando mi fermai e diedi un’occhiata al mio riflesso nello specchio del bagno. Sono cambiato?, mi chiesi. La mia struttura muscolare, un’eredità dei miei giorni da ginnasta all’università e delle recenti fatiche a Molokai, sembrava la stessa. E così la mia faccia abbronzata, la mascella prominente e il solito taglio di capelli a spazzola fatto il giorno prima. Soltanto gli occhi mi rimandavano un’occhiata che sembrava diversa. Un giorno assomiglierò a Socrate, il mio vecchio maestro?

Quando, pochi giorni prima, ero arrivato a Oahu, avevo subito chiamato mia figlia di sette anni, che mi aveva detto tutta entusiasta: “Ciao papà, farò un viaggio come te!”. Lei e sua madre stavano andando a trovare dei parenti in Texas e si sarebbero stabilite là per alcuni mesi o forse più. Rifeci il numero che mi aveva dato, ma nessuno rispose. Allora mi sedetti per scriverle due righe sul retro di una cartolina, riempiendola di frasi affettuose anche se ero pienamente consapevole che non bastavano a colmare la mia assenza. Mia figlia mi mancava, la decisione di viaggiare per tutti quei mesi non l’avevo presa a cuor leggero. Infilai la cartolina in un taccuino rivestito di pelle che avevo comprato qualche giorno prima per i miei appunti di viaggio. L’avrei inviata più tardi dall’aeroporto.

Partenza

Era arrivato il momento di rifare i bagagli. Presi dall’armadio il mio supercollaudato zaino e gettai sul letto tutto ciò che avevo: due paia di pantaloni, magliette, mutande e calzini, una giacca leggera e una polo per le occasioni speciali. Le scarpe da ginnastica completavano il mio guardaroba minimalista.

Presi la statuetta che riproduceva un samurai di bronzo di venticinque centimetri che avevo trovato al largo della costa di Molokai, un simbolo che mi indicava il Giappone, destinazione a lungo agognata dove potevo acquisire informazioni sulle arti zen e sul bushido, la via del guerriero. Avrei cercato anche la scuola segreta che Socrate mi aveva esortato a trovare. Il viaggio in Giappone era programmato per il giorno successivo. Mentre rifacevo lo zaino infilandoci il taccuino, il samurai e i vestiti, sentivo ancora un lieve effluvio della fertile terra rossa della foresta pluviale hawaiana.

Qualche minuto più tardi, rendendomi conto di quanto facile sarebbe stato dimenticarmi della cartolina, riaprii lo zaino e cercai di sfilarla dal taccuino senza stropicciare tutti i miei abiti accuratamente piegati. Non voleva uscire. Frustrato, tirai più forte. Quando il taccuino si allentò, il suo lucchetto si agganciò alla fodera e sentii il rumore di uno strappo nel tessuto. Introdussi la mano e sentii una leggera protuberanza dove la fodera si era staccata dall’involucro esterno di tela. Trovai una grossa busta con un breve messaggio di Marna Chia scritto sopra.

Socrate mi aveva chiesto di darti questa lettera quando avessi pensato che tu fossi pronto.

Pronto per cosa?, mi chiesi rivedendo i capelli argentei, l’ampio sorriso e l’abbondante corpo coperto da un muumuu floreale della mia maestra hawaiana. Incuriosito, aprii la busta e iniziai a leggere una lettera di Socrate.

Dan, non esiste una cura per la giovinezza, tranne il tempo e la prospettiva che offre. Quando ci incontrammo la prima volta, le mie parole passavano sopra di te come foglie al vento. Volevi sentirle ma non eri ancora pronto per ascoltarle davvero. Presentivo che ti saresti sentito frustrato, cosa resa più intensa dal credere di essere più saggio dei tuoi compagni.

Poiché Ghia ti ha dato questa lettera, probabilmente stai andando in Oriente per trovare delle risposte. Ma se vai a est come un cercatore che mendica qualche conoscenza, riceverai soltanto miseria. Vacci solo quando potrai portare al tavolo della saggezza qualcosa di valore. E non sto parlando in modo poetico. Prima di tutto devi trovare un taccuino che ho perso nel deserto alcuni decenni fa.

Deve essere uno dei soliti scherzi di Soc, pensai rivedendo la sua faccia impassibile e il luccichio nei suoi occhi. Invece di andare in Giappone, vuole che trovi un diario nel deserto? Quale deserto? Un sospiro mi morì in gola quando ripresi a leggere.

Ho la sensazione che quello che ho scritto in quel taccuino possa gettare un ponte tra la morte e la rinascita o possa persino essere un accesso alla vita eterna, intuizioni di cui avrai bisogno prima che tutto si concluda. Tuttavia non ne sono completamente sicuro, poiché il ricordo dei contenuti precisi del taccuino e del luogo dove si trova è troppo offuscato.

Legami

Le vicende della sua genesi sono legate alla mia storia personale: nacqui in Russia circa un secolo fa e ricevetti un’educazione da cadetto militare. Molto tempo dopo, sul sentiero del guerriero, incontrai un gruppo di maestri nella regione del Pamir, in Asia centrale-, un roshi zen, un sufi, un taoista, un maestro di cabala e una monaca cristiana. Mi offrirono la loro conoscenza e mi addestrarono nelle arti esoteriche, ma mi ci vollero degli anni per assimilare ciò che avevo appreso. Quando avevo approssimativamente quarantacinque anni, quasi alla fine della Prima guerra mondiale, emigrai negli Stati Uniti. Frequentai la scuola serale e mi dedicai a leggere, a scrivere e a parlare l’inglese come un qualsiasi americano. Più tardi venni assunto nell'edilizia e poi come meccanico, lavoro per il quale ero portato. Mi trasferii in Oklahoma, dove mia figlia insegnava in una scuola, e dopo una decina d'anni tornai a New York.

Un pomeriggio, avevo settantasei anni, stavo camminando in quello che oggi si chiama Greenwich Village. Mi fermai sotto la tenda di un noto antiquario di libri e una raffica di vento mi spinse a entrare. Una campanella annunciò il mio arrivo, poi quel suono svanì come attutito da una coperta. L'aria era impregnata dell’odore stantio di migliaia di vecchi volumi. Procedetti tra i corridoi stretti, aprii qualche libro e le copertine scricchiolarono come giunture colpite dall’artrite. Normalmente non ricorderei né racconterei questi dettagli, ma ciò che accadde quella sera mi fece una grande impressione.

I miei occhi vennero catturati dalla donna più vecchia che avessi mai visto. Era seduta a un tavolino. La osservai intensamente mentre lei appoggiava la mano su ciò che sembrava un piccolo taccuino, di quelli che hanno una cinghia di pelle e un lucchetto che si chiude con la chiave. Sfogliò uno dei molti libri che si trovavano sul tavolo. Poi afferrò una penna, come se stesse per iniziare a prendere appunti. Invece si voltò e mi guardò.

Lei

La sua pelle era come quella del taccuino e i suoi occhi erano molto vividi per un viso così segnato, occhi che brillavano sotto folte sopracciglia. Poteva essere latinoamericana, nativa americana o forse asiatica. Usuo viso sembrava cambiare a seconda dell’intensità della luce. Le feci un cenno col capo e mi girai per andarmene, ma sentii la sua voce che mi chiamava. Con mia grande sorpresa, si era rivolta a me con il mio soprannome d’infanzia, lo stesso nome che tu usi adesso.

“Socrate".

“Sembri conoscermi, ma io non mi ricordo di te".

“Nada”, rispose. “Mi chiamo Nada".

“Ti chiami Niente?” chiesi.

Il suo sorriso rivelò i pochi denti ingialliti che le erano rimasti.

Per prendere tempo e cercare di ricordare dove o quando ci eravamo potuti incontrare, le chiesi cosa stava scrivendo.

Mi appoggiò la mano sul braccio e disse con accento spagnolo: “Il tempo è prezioso. Il mio lavoro è quasi concluso”. Scrisse qualcosa su un pezzo di carta e me lo porse. “Vieni a trovarmi domani a questo indirizzo. Tu saprai cosa fare". Alzandosi in piedi lentamente aggiunse: “Vieni presto. La porta sarà aperta”.

Il mattino seguente, subito dopo il sorgere del sole, trovai l’edifìcio che si trovava all'indirizzo che mi aveva dato, salii un piano di scale scricchiolanti e alla fine di un corridoio male illuminato bussai lievemente alla porta. Nessuna risposta. Aveva detto che sarebbe stata aperta. Girai la maniglia ed entrai.

Inizialmente pensai che quel monolocale, vuoto a eccezione di un vecchio tappeto e di qualche cuscino, fosse il mezzanino abbandonato di un monaco zen o di una suora cristiana. Poi sentii della musica, così debole che poteva venire da una stanza adiacente o dai miei ricordi. In un angolo vidi l’alone di una lampada, passai davanti a una finestra aperta e sentii un vento gelido.

Questo testo è estratto dl libro "Il Ritorno del Guerriero di Pace".

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