ALIMENTAZIONE   |   Tempo di Lettura: 9 min

Inizia da Subito la Tua Dieta Chetogenica

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Anteprima del libro "La Dieta della Lunga Vita" di Bruce Fife

Chetoni, il supercarburante del corpo

La dieta chetogenica è nata intorno agli anni Venti del secolo scorso. Deriva dalla pratica del digiuno terapeutico, che all’inizio del XX secolo era una forma popolare di trattamento per molti disturbi cronici. Le persone bevevano solo acqua per trenta giorni o più. La terapia del digiuno era usata per una vasta gamma di problemi di salute complessi, inclusi disturbi digestivi e artrite. In numerosi casi il digiuno prolungato si rivelò molto utile.

Una delle malattie che rispondeva particolarmente bene a questa pratica era l’epilessia. Digiunare per un periodo da due a quattro settimane riduceva notevolmente la frequenza degli attacchi epilettici, gli effetti si protraevano a lungo, anche dopo l’interruzione del digiuno, e in alcuni casi si raggiungeva una guarigione completa.

Il dottor Hugh Conklin, osteopata nel Wisconsin, era un fervente sostenitore del digiuno contro l’epilessia e raccomandava di astenersi dal cibo da diciotto a venticinque giorni. Con la sua “dieta dell’acqua” curò centinaia di pazienti epilettici, vantando un tasso di guarigione del 90 per cento nei bambini e del 50 per cento negli adulti.

Il dottor H. Rawle Geyelin, noto pediatra di New York, volle verificare i successi di Conklin in prima persona e provò la terapia su 36 pazienti, ottenendo risultati simili. I soggetti avevano fra i tre e i trentacinque anni e, dopo aver digiunato per venti giorni, l’87 per cento non aveva più convulsioni. Nel 1921 Geyelin presentò le proprie conclusioni alla riunione annuale dell’Associazione medica americana, proponendo la terapia del digiuno come trattamento principale per l’epilessia.

In quegli anni, quando il fenobarbital e il bromuro erano gli unici farmaci anticonvulsivi disponibili, la notizia che il digiuno potesse curare l’epilessia fu accolta con grande interesse. La relazione del pediatra diede il via a una serie di ricerche ed esperimenti clinici.

Grazie al digiuno molti epilettici non ebbero più alcuna crisi convulsiva per anni, se non per sempre. Nei bambini, la scomparsa a lungo termine delle crisi si verificò in circa il 18 per cento dei casi. Riprendendo il digiuno, le crisi s’interrompevano nuovamente, ma non si poteva prevedere per quanto tempo. Più durava il digiuno, migliori sembravano essere i risultati, ma per alcuni pazienti il tempo richiesto per una guarigione duratura era troppo, non potevano astenersi dal cibo così a lungo. I ricercatori cominciarono quindi a studiare come imitare gli effetti metabolici e terapeutici del digiuno, permettendo però di assumere sostanze nutritive sufficienti al sostentamento per lunghi periodi e, se possibile, innalzare il tasso di guarigione. Il risultato fu lo sviluppo della dieta chetogenica.

Produrre energia

In condizioni normali l’organismo brucia il glucosio per ottenere energia. Durante il digiuno, non vengono consumati zuccheri o alimenti che possano essere convertiti in glucosio, e l’energia viene ricavata dal grasso immagazzinato nel corpo. Il fegato ne trasforma una parte in composti solubili (acido beta-idrossibutirrico, acido acetoacetico e acetone) conosciuti collettivamente come corpi chetonici, o più semplicemente chetoni. Normalmente il cervello utilizza il glucosio per soddisfare le proprie esigenze energetiche. Se questo non è disponibile, una delle poche altre fonti di carburante è rappresentata dai chetoni. Altri organi e tessuti possono utilizzare il grasso per l’energia, ma non il cervello, che deve sempre avere a disposizione glucosio o chetoni. Questi ultimi in realtà sono una fonte di energia più concentrata ed efficiente del glucosio. Se l’energia prodotta è migliore, anche il cervello funziona meglio. I chetoni sono anche neuroprotettivi; di conseguenza se il cervello è alimentato dai chetoni, il cortocircuito causato dall’epilessia si annulla ed esso può tornare gradualmente a funzionare.

L’elevata quantità di chetoni prodotti nel sangue durante il digiuno può essere duplicata limitando semplicemente il consumo di carboidrati (amido e zuccheri), fonte primaria di glucosio nell’alimentazione, composti da molecole di glucosio e altri zuccheri che il corpo converte in glucosio. L’amido e gli zuccheri si trovano in tutti gli alimenti vegetali, ma sono più abbondanti nei cereali, nella frutta e negli amidacei, come patate e legumi. La fibra alimentare, considerata anch’essa un carboidrato, non contribuisce a innalzare il glucosio perché non possediamo gli enzimi necessari per scomporla. Quindi le molecole di glucosio che contiene rimangono bloccate al suo interno mentre percorrono il tratto digestivo. Carne e uova contengono solo una minima quantità di carboidrati. I lipidi non ne contengono affatto.

La dieta chetogenica è stata progettata per ridurre drasticamente l’assunzione di carboidrati e sostituirli con i grassi. Anche il consumo di proteine deve essere limitato, in quanto alcune potrebbero essere convertite in glucosio. La dieta chetogenica prevede l’assunzione di dosi minime di carboidrati, elevate quantità di grassi e un moderato apporto di proteine. I cibi ad alta percentuale di carboidrati comunque sono da preferire rispetto a quelli ricchi di amido o zuccheri. La dieta fornisce abbastanza proteine e sufficienti calorie e sostanze nutritive per sostenere la crescita, la riparazione e il mantenimento dell’organismo.

La dieta chetogenica classica sviluppata negli anni Venti prevede un rapporto fra grassi e carboidrati o proteine di 4:1 (3:1 per neonati e adolescenti). Quindi, ogni pasto contiene quattro volte più grassi rispetto alle proteine o ai carboidrati. 1 grammo di grassi possiede 9 calorie, invece 1 grammo di proteine, o carboidrati, 4 calorie. Un regime alimentare standard, senza restrizioni, è composto per circa il 30 per cento di grassi, il 15 per cento di proteine e il 55 per cento di carboidrati. Applicando il rapporto 4:1 della dieta chetogenica, invece, circa il 90 per cento delle calorie deriva dai grassi, l’8 per cento dalle proteine e il 2 per cento dai carboidrati. Il consumo di carboidrati è limitato a circa 10-15 grammi al giorno. La dieta esclude la maggior parte dei cereali, frutta e verdura ad alto contenuto di carboidrati, come pane, mais, banane, piselli e patate. Inizialmente, il consumo totale di calorie era ridotto all’80-90 per cento rispetto al fabbisogno alimentare stimato perché si credeva che migliorasse i livelli di chetoni. Non è un grosso problema, dal momento che i chetoni tendono a ridurre l’appetito, e le persone possono mangiare meno e sentirsi comunque sazie e soddisfatte. Anche il consumo di liquidi era limitato all’80 per cento, perché si pensava che avrebbe incrementato i livelli di chetoni nel sangue. Tuttavia, la carenza di liquidi implicava rischi maggiori di sviluppare calcoli renali. Più tardi si scoprì che limitare i liquidi non apportava alcun vantaggio e la pratica fu interrotta.

Ogni caloria derivata da grassi, proteine e carboidrati era calcolata e misurata in modo preciso, quindi si doveva mangiare senza sgarrare con porzioni aggiuntive. I pasti dovevano rispettare il rapporto 4:1 o 3:1. Gli spuntini dovevano essere inseriti nel conteggio delle calorie giornaliere e dovevano rispettare la stessa proporzione. Di conseguenza, occorreva molto tempo e sforzi per preparare sia i pasti principali sia gli spuntini.

Il dottor Russell Wilder della Mayo Clinic coniò la definizione “dieta chetogenica” per descrivere un programma alimentare che favorisce un elevato livello di chetoni nel sangue grazie al consumo di cibi ad alto contenuto di grassi e a basso contenuto di carboidrati. Fu lui il primo a usarla come trattamento per l’epilessia. Successivamente un collega di Wilder, il pediatra Mynie Peterman, formulò una variante della dieta chetogenica classica 4:1 in cui si assumevano 1 grammo al giorno di proteine per chilo di peso, dai 10 ai 15 grammi di carboidrati e le restanti calorie in grassi. Documentò diversi effetti positivi di questa dieta: un aumento della vigilanza, un miglioramento del comportamento e del sonno, oltre al controllo delle crisi convulsive, soprattutto nei bambini. Il medico riportò inoltre che grazie alla dieta il 95 per cento dei soggetti studiati aveva notato progressi nel controllo delle crisi epilettiche e il 60 per cento non aveva avuto alcuna crisi. Si tratta di un tasso di guarigione straordinario per una malattia solitamente ritenuta incurabile.

Dieta e aspetti negativi

La dieta non era però priva di aspetti negativi. Alcuni trovavano che fosse difficile da gestire e poco appetitosa, spesso i bambini dopo qualche tempo si rifiutavano di continuare. Di conseguenza, molti non riuscivano a seguirla abbastanza a lungo da ottenere risultati soddisfacenti. Circa il 20 per cento non la tollerava e non la proseguiva nel tempo. Nel 1938 fu sviluppato un nuovo medicinale antiepilettico, la fenitoina. Prendere una pillola era più facile che preparare pasti con criteri rigorosi e seguire una dieta specifica. La ricerca si volse rapidamente allo studio di nuovi farmaci; la dieta chetogenica fu per lo più ignorata e utilizzata principalmente come ultima risorsa per trattare casi molto gravi che non rispondevano alla terapia farmacologica. Solo negli anni Settanta la dieta chetogenica tornò alla ribalta.

Questo testo è estratto dal libro "La Dieta della Lunga Vita".

Data di Pubblicazione: 29 maggio 2018


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