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Cos'è il disturbo da stress post-traumatico (DSPT)?

Il disturbo da stress post-traumatico (DSPT)

Scopri la denominazione, il modo in cui si manifesta, l'origine e la sua frequenza leggendo l'anteprima del libro di Daniel Dufour.

Cos'è il disturbo da stress post-traumatico (DSPT)?

Come ho raccontato in un mio precedente lavoro, io stesso ho sofferto del disturbo da stress post-traumatico (DSPT), in seguito a diversi eventi vissuti nell’ambito della mia attività professionale. Lo scopo di questo libro è proprio quello di porre in evidenza il fatto che nemmeno un medico o un chirurgo ne sono esenti. E, soprattutto, il fatto che si può guarire.

Milioni di persone in tutto il mondo sono affette da questa patologia, per la quale, purtroppo, al momento attuale esistono solo trattamenti di scarsa efficacia. Si riesce tutt’al più ad aiutare le persone a convivere con i sintomi, in qualche caso ad attenuarli, ma il più delle volte essi persistono o vengono mascherati grazie all’uso di sostanze chimiche che rendono certamente la vita più tollerabile, ma non consentono a chi soffre di guarire davvero.

La maggior parte delle persone non ha una percezione chiara del DSPT. Certo, tutti riconoscono che chi ha subito uno o più eventi traumatici possa portarne le conseguenze, tuttavia si ritiene che queste vadano immancabilmente riducendosi o scomparendo con il passare del tempo: in fondo, si pensa, con un po’ di buona volontà e di perseveranza si può risalire la china e riuscire a dimenticare il trauma, o perlomeno a “conviverci”, per cercare di stare il meglio possibile.

Le vittime stesse condividono questa credenza, in quanto, anche se hanno parlato di ciò che è successo e della loro sofferenza, ben presto si rendono conto che è meglio tacere e tenersi tutto dentro, per preservare un’immagine di sé che rassicuri familiari e amici. Per non parlare poi dei milioni di persone che non vogliono nemmeno raccontare quanto è loro accaduto, perché si vergognano...

Alla gente non piace doversi confrontare con certe cose, perché turbano la visione idilliaca che vuole avere della società in cui vive; e spesso i mezzi di comunicazione assecondano questa tendenza, contribuendo a nascondere la sofferenza di un numero incredibile di persone.

Denominazione e origine

Persino la denominazione di questo disturbo è avvolta nell’incertezza. In letteratura esistono infatti diverse altre espressioni per indicarlo, come “stato di stress post-traumatico” (che è la definizione utilizzata nella classificazione delle malattie stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) o “sindrome da stress post-traumatico”. In questo libro adotteremo la denominazione “disturbo da stress post-traumatico” (DSPT), che è la più vicina a quella in lingua inglese (post-traumatic stress disorder, PTSD) e, soprattutto, la più attuale.

L’esistenza del DSPT è stata riconosciuta in ambito medico in tempi relativamente recenti. Se ne è cominciato a parlare al rientro dei militari americani dalla guerra del Vietnam (1965-1975), e l’Associazione psichiatrica americana (American Psychiatric Association, APA) ne ha ufficializzato l’esistenza nel 1994, classificandolo tra i disturbi d’ansia nel DSM-IV3, ma è soltanto nel 2013 che questa stessa associazione ha definito il disturbo da stress post-traumatico (PTSD nella terminologia anglosassone) come una patologia a pieno titolo nella nuova versione della classificazione dei disturbi mentali, il DSM-5.

Indubbiamente, i sintomi che presentano le persone affette da questo disturbo sono ben noti da molto tempo e possono essere trattati singolarmente con risultati più o meno positivi. Il trattamento si rivela però inefficace nel caso di una persona che abbia subito un trauma e presenti quegli stessi sintomi in associazione, poiché si può essere indotti a formulare una diagnosi parziale basata su alcuni sintomi e non sul loro complesso, o peggio ancora una diagnosi errata, con il suo seguito di terapie totalmente inadeguate o volte a trattare uno solo dei sintomi. Sono trattamenti che non affrontano ovviamente la vera causa alla base della sofferenza: il vissuto doloroso dell’evento traumatico.

La frequenza del DSPT

Un altro aspetto da sottolineare è la frequenza del DSPT in soggetti che svolgono un’attività cosiddetta a rischio, come militari, forze dell’ordine, guardie carcerarie, vigili del fuoco, medici di pronto soccorso, conducenti di treni, assistenti sociali o operatori umanitari a contatto con realtà particolarmente difficili, ma anche giudici, avvocati, procuratori, cancellieri e molti altri ancora.

Si tratta di un fenomeno che si tende troppo spesso a minimizzare, non soltanto da parte di coloro che ne soffrono, ma soprattutto da parte dei loro superiori e delle stesse organizzazioni a cui appartengono. Ci si limita perlopiù ad ammettere che questo disturbo esiste, a presumere che sia statisticamente poco frequente e ad offrire a coloro che desiderino usufruirne delle strutture di sostegno o delle sedute di debriefing (riflessione di gruppo sulle esperienze vissute).

Quel che emerge è che, sebbene alcuni responsabili siano perfettamente al corrente della serietà del problema e del suo costo in termini economici per l’organizzazione, le alte sfere non intendono riconoscere i benefici che deriverebbero da un’opera di sensibilizzazione, prevenzione e sostegno offerto ai propri dipendenti, affinché possano guarire dai disturbi causati loro dall’esposizione a eventi traumatici. In questi ambienti lavorativi vige la legge del silenzio, il che contribuisce largamente a far sì che il DSPT continui a fare danni.

È tempo dunque di definire con chiarezza il disturbo da stress post-traumatico, di descrivere il modo in cui si manifesta e di presentare le terapie attualmente disponibili, precisandone l’efficacia. Ma, soprattutto, è arrivato il momento di proporre un trattamento che ha dato prova della sua efficacia ormai da trent’anni. È il frutto del mio stesso vissuto, dal momento che ci ho messo tutto il mio impegno per guarire da questo disturbo, anziché accontentarmi di sopravvivere rassegnandomi alla sua presenza.

Nelle pagine che seguono farò dunque talvolta riferimento alla mia esperienza personale, così come a ciò che ho appreso dall’esperienza dei pazienti che ho accompagnato negli ultimi trent’anni.

Data di Pubblicazione: 8 maggio 2020

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