Scopri quali cause possono nascondersi dietro all'incontinenza urinaria leggendo l'anteprima del libro di Alessandra Donati.

 

LA VERGOGNA, LA PAURA E LE EMOZIONI TRATTENUTE
(E tu, cosa stai trattenendo?)

 

“Chiedere è la vergogna di un attimo,
non chiedere è la vergogna di una vita.”
Proverbio

 

Le parti intime sono appunto intime, non si mostrano, stanno nascoste. La mentalità degli anni ‘60 in cui io sono cresciuta vedeva il sesso e gli organi sessuali come tabù, come qualcosa di cui non si parla, perché “è peccato”.

La chiesa in quel periodo aveva molto potere e diffondeva nelle anime la credenza che il sesso fosse un male se fatto fuori dal matrimonio (e oltretutto nel matrimonio, andava fatto solo per procreare); un peccato da punire, che lasciava nelle persone sensi di colpa schiaccianti.

Anche gli organi sessuali erano visti come qualcosa di sporco.

Il pudore portava tutti noi a coprire le “vergogne”, a chiuderci a chiave in bagno per nascondere la nudità, a vedere come sporchi gli scarti del corpo ossia urine, feci, sangue mestruale. Quando i bambini piccoli pronunciavano le parole “culo”, “pipì” o “cacca” lo facevano per sfida, sapevano di trasgredire la regola che bandiva le parole “sporche”.

Di certo ciò che esce dalle viscere può creare repulsione, ma è sicuramente frutto di condizionamento.

Da piccola mi vergognavo già di esistere, di essere al mondo, avevo una timidezza invalidante, e attraevo continue situazioni di cui vergognarmi.

Ad esempio dai 7 ai 10 anni avevo una compagna di classe che voleva continuamente giocare “ai fidanzati” e simulava un amplesso con me.

Andavo in chiesa a confessarmi, perché questo “gioco” mi faceva sentire sporca e sbagliata, ma per compiacenza - e perché lei mi faceva copiare i problemi di matematica a scuola - subivo il suo “gioco”.

In seguito ho avuto tantissimi episodi che mi facevano vergognare, li creavo grazie a programmi inconsci, come quella volta alle elementari che un ragazzino si era piazzato col viso rivolto all’insù sotto la mia gonna larga e osservava lo spettacolo delle mie mutande larghe e di quello che ci stava dentro.

Quel giorno mamma mi aveva fatto indossare le mutande con l’elastico allargato.

E il mio subconscio ha pensato bene di attrarre il ragazzino curioso proprio quel giorno.

Oppure quella volta in cui mamma chiamò il fotografo al mare, io mi ero messa in posa tutta contenta, ma poi, quando vidi la foto, volevo sparire da quanto mi imbarazzava: avevo un sorriso sdentato, una testa di capelli crespi e gli occhi bassi.

Mi sono vista orribile, vergognandomi di me. Nella mia mente di bambina immaginavo il fotografo che rideva della mia bocca sdentata... Mi dicevo: “chissà quanto avrà sghignazzato il fotografo quando mi ha visto in posa come una modella, io che sono così brutta!”. Mi vergognavo di un fotografo sconosciuto. Volevo strappare quella foto ma non l’ho fatto per non perdere l’amore di mamma.

Anche da grande ho attratto episodi di incresciosa vergogna. Un giorno d’agosto degli anni ‘80 mi presentai in banca con i pantaloni bermuda, le ciabatte infradito e la maglietta di Topolino. Non so cosa mi spinse a vestirmi così in un ambiente all’epoca così formale!

Ricevetti un rimprovero dal capo ufficio che ricordo ancora, una nota di biasimo che mi ha spezzato un angolo del cuore. Ricordo che diventai rossa fino alla punta dei capelli, mi vergognai così tanto!

Inconscio mio quanto hai comandato sul mio conscio? Quanto a lungo mi hai indotto a vergognarmi di me?

L’incontinenza urinaria è stato un enorme motivo di vergogna per me, tra poco capirai cosa ha comportato nella mia vita.

A 28 anni mi sono sposata con un uomo che amavo, ho avuto due figli quasi subito e la mia famiglia era bella e completa.

Fuori.

Dentro, c’era qualcosa che prendeva il sopravvento sul bello e sul completo. Qualcosa che mi mancava, che non mi tornava, e che influenzava la qualità dei miei pensieri e delle mie emozioni, che badavo bene di tenermi dentro.

Avevo due bambini sani e belli, una bella casa in cui vivere, mezzi economici per viaggiare e permettermi una vita di agi.

Avevo realizzato il mio massimo sogno di bambina: una famiglia, un marito in gamba e responsabile, una bella casa, un buon lavoro in banca, privilegi.

Cosa non andava?

Il mio livello di coscienza era basso, da giovane non conoscevo la meditazione, la crescita personale o i libri di spiritualità. Ero anche una persona profondamente ingrata a rivedermi con gli occhi di oggi, abituata a vedere il bicchiere mezzo vuoto.

Te lo dico subito qual era il “vuoto” del bicchiere: erano pensieri negativi pensati e ripensati continuamente, nutriti e allenati nella mia mente, che contaminavano il mio cuore.

Dentro di me avevo un codice pieno di “regole” inconsce su come bisogna vivere, regole che riguardavano gli altri.

Se la realtà non si adattava al mio codice interiore, giudicavo pesantemente, provando rabbia o tristezza o delusione.

Le regole che riguardavano “i bravi mariti/bravi padri” erano più o meno:

  • un bravo marito mette la famiglia al primo posto rispetto al lavoro,
  • un bravo marito non esce mai senza la moglie,
  • un bravo marito si occupa della casa tanto quanto la moglie (fa la spesa, carica la lavatrice, cucina, ecc. ecc.),
  • un bravo marito non si arrabbia, ha una pazienza infinita,
  • un bravo padre si occupa della crescita fisica, mentale, psichica ed emotiva dei suoi figli,
  • un bravo padre aiuta i figli a fare i compiti, li accompagna a scuola e va a parlare con gli insegnanti,
  • un bravo padre accompagna i figli a fare sport e ha un rapporto privilegiato con ognuno di loro...

E molti altri di questo tenore.

Mio marito non rispettava tante delle mie regole e io mi sentivo in diritto di essere infelice per questo.

Partecipava in modo limitato alle dinamiche familiari e dei figli, essendo molto occupato al lavoro e con la famiglia di origine, che viveva nella casa attaccata alla nostra, in quanto lui condivideva alcuni affari col padre. Questa cosa di dovermi prendere la maggioranza del carico dei figli mi distruggeva all’interno, perché la mia idea di famiglia felice era una compartecipazione totale.

Ma dove avevo visto la compartecipazione? Forse in un film, non certo nella mia famiglia di origine! Se da piccola avessi vissuto una condivisione familiare, con i miei che si amavano e collaboravano, forse avrei attratto un marito simile a mio padre, e invece ne ho attratto uno in linea con la mia esperienza.

E quindi, in qualche modo, simile a mio padre!

Ero io a non saper chiedere a mio marito una maggiore partecipazione. Sapevo solo accusarlo, facendolo sentire inadeguato, portandolo a chiudersi in difesa.

Una sera faccio il bagno a Tommaso, mio figlio di pochi mesi, mentre Martina di due anni gioca seduta sul pavimento. È una calda sera estiva, la finestra del bagno è aperta, sento mio marito arrivare e mettersi a parlare con suo padre. Dentro di me sono contenta, ho un carico di alte aspettative, e penso: “ora viene su e mi aiuta con i figli, abbraccia me e i bambini, non vede l’ora di salire. Che bello condividere il bagno dei nostri bambini, goderci questa intimità familiare!”.

Ma lui continua a parlare col padre.

A un certo punto sento suo padre dirgli: “vieni in casa, devo farti vedere delle cose”.

Marco sparisce in casa dei suoi genitori per tornare un’ora dopo, quando il bagnetto a Tommaso è finito e il quadretto familiare ideale svanito nel nulla!

In quell’ora mi monta una forte rabbia mista a tristezza, con pensieri negativi del tipo “preferisce i suoi genitori a me”, “io non conto niente”, "non gli importa niente della sua famiglia”...

Al suo rientro lo riempio di accuse, che sfociano in un litigio basato sulle mie aspettative e sulle sue difese.

Le nostre discussioni si basavano tutte sullo stesso motivo.

lo avevo un’idea di famiglia felice e lui un’altra, lo volevo avere ragione e lui pure.

lo mi rifiutavo di riproporre il modello di famiglia disconnessa imparata dai miei. Avevo un ideale di famiglia unita, in cui i membri collaborano e si sostengono a vicenda, senza però saperlo esprimere o chiedere adeguatamente, né a me stessa né a mio marito.

Per evitare discussioni e litigi, che mi facevano male, preferivo chiudermi e non dire niente, tenendomi dentro la rabbia e trasformandola in tristezza.

Inconsciamente, mi ribellavo al condizionamento di mia mamma, che mi suggeriva di non dire niente, di accettare le cose come sono, di privilegiare la volontà del marito senza discutere. Però altrettanto inconsciamente alla fine agivo come lei, stavo sottomessa tranne le rare volte in cui sbottavo con le mie accuse (sempre più rare perché troppo dolorose); non ero capace di chiedere con amore, di fare chiarezza dentro di me.

Più mi opponevo a mia madre, più mi comportavo come lei.

Il fatto di trattenere emozioni per evitare litigi è stata secondo me la prima causa di incontinenza. Quando trattengo, da qualche parte le emozioni devono uscire!

La seconda cosa che mi ha fatto “perdere pipì” è stata la convivenza con la famiglia di origine di mio marito, che ci impediva di essere liberi di creare qualcosa di diverso e completamente nostro.

In metamedicina “incontinenza” significa non avere un mio spazio.

Il papà di mio marito aveva creato un piccolo regno, regalando una casa per ciascuno ai due figli accanto alla sua, così da poter convivere tutti insieme felici e contenti.

Infatti tutti i suoi cinque nipoti sono nati e cresciuti nel piccolo regno verde con alberi, fiori, orto, frutteto, piscina.

Idealmente perfetto, ma il padrone era lui. Noi solo vassalli, fruitori e pieni di privilegi, purché sottomessi a regole generali da lui stabilite.

Il territorio, per come ero fatta io, era da marcare!

Qualche pisciatina qua e là, come i cani, mi avrebbe permesso di sentirmi un po’ più a casa.

Mi sono organizzata per l’incontinenza urinaria!

Ma andiamo per gradi, all’epoca ancora contenevo bene.

Dopo diversi anni arriva Sara, la nostra terza figlia.

Avevo in tasca un elenco di motivi razionali per volere un terzo figlio: avevamo 38 anni e quindi eravamo più saggi (ma chi lo dice?), un altro figlio poteva unirci di più come famiglia (e perché mai?), i due fratelli maggiori si sarebbero responsabilizzati (ma quando mai?), mi sarei assentata per un annetto dalla banca, un lavoro che non amavo. Dovevo solo convincere Marco, non è stato facile.

Riproponevo l’abitudine a vedere il bicchiere mezzo vuoto e a trovare “soluzioni” basate su un ideale, un’inconsapevole illusione. Cercavo la felicità all’esterno, come fa la maggior parte della gente.

Caricavo il nascituro di un’enorme responsabilità: quella di riempire il mio vuoto e di rendermi felice.

Durante la gravidanza ho vissuto emozioni negative che mi provocavano pianti prolungati anche la notte, timori di perdere la famiglia, paura di essere sbagliata... Queste emozioni trattenute preparavano le mie “perdite” future.

Sara nasce immersa nelle mie paure ma anche nella mia gioia di stringere quella piccola bambina bellissima fra le braccia.

Questa volta anziché applicare le regole del “bravo marito/bravo padre”, faccio di tutto per non far pesare la neonata a mio marito, mi occupo io di lei, visto che l’ho voluta io, viziandola a più non posso. Piccola Sara, scusa se ti ho fatto nascere in mezzo ad emozioni di insoddisfazione e paura di vivere... Perdonami ti prego per averti usato come ancora di salvezza, grazie di avermi portato così tanta consapevolezza, gioia e amore. Ti amo <3

Ehi però adesso abbiamo la vera famiglia felice! Una bella casa, tre figli bellissimi e sani, mezzi economici per permetterci stupende vacanze all’estero e nei mari del sud... Cosa vuoi di più Alessandra?

Cominci a capire, carissimo lettore, quanto sfasamento c’era fra il mio film di famiglia e la realtà? All’epoca non sapevo che sarebbe bastato accettare la realtà così com’era, esaltando gli immensi lati positivi di mio marito e lasciando correre su quelli negativi. Non sapevo di dover guardare dentro di me per trovare i miei reali bisogni e iniziare a soddisfarli da sola: bastava elencare i motivi di gratitudine per notare quanta fortuna mi fosse toccata.

Invece ero inconsapevole e ingrata, guidata dalla paura di “perdere” mio marito se esprimevo le emozioni e dal terrore di guardarmi dentro per scoprire le mie ombre, che in qualche modo assomigliavano alle sue.

Tu non fare come me.

Esprimi le tue emozioni, perché altrimenti sono come un fiume in piena; da qualche parte l’acqua deve uscire.

Piuttosto che trattenerle arrabbiati, sfogati, distruggi un cuscino, prendi a pugni il divano, vai da un terapeuta, ma esprimi le emozioni! E stai ben attento: non basta “sfogarsi”, quello lo sanno fare in tanti.

Comprendi il bisogno insoddisfatto che sta dietro a quell’emozione e inizia a soddisfarlo da solo, senza aspettartelo dagli altri. È solo così che sviluppi l’amore di te.

Data di Pubblicazione: 17 giugno 2020

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