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Un Episodio della Vita di Sant'Odran

L'Iniziato - Anteprima del libro di Mark Hedsel

Sant'Odran di Iona

"Chi ha oltrepassato il portale più interno diventa alquanto diverso dagli altri uomini: trabocca di felicità, di gioia e di pace."
G. A. Comenio, Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore

In un libro dotto e divertente sui santi irlandesi, Hubert Butler racconta un episodio della vita di sant'Odran di Iona, che è in realtà una parabola iniziatica \ San Columba voleva costruire una chiesa, ma si accorse che il luogo prescelto era infestato dai demoni. Venne a sapere che queste creature infernali potevano essere scacciate soltanto se là dove dimoravano fosse stato sepolto vivo un sant'uomo. Sant'Odran si candidò a questo onore e fu accontentato. Passati tre giorni, Columba decise di dissotterrare Odran per chiedergli notizie del cielo. Questi ripose che la morte non ha nulla di straordinario e che l'inferno è diverso da come lo si descrive. Udendo queste parole, Columba gridò: «Tappategli di nuovo la bocca con la terra, che non possa più cianciare».

Odran aveva scoperto un segreto al quale nessuno voleva credere e per tutta ricompensa fu messo a tacere. Ma Columba, dal suo punto di vista, agì saggiamente tappando la bocca a Odran, Perché se la morte e l'aldilà non sono come li si descrive, allora molti insegnamenti della Chiesa sono sbagliati. La parabola, se la Sl considera nel contesto più ampio dell'iniziazione, è interessante Perché chi ha viaggiato nell'altro mondo - il mondo spirituale -torna di solito con visioni che risultano poco comprensibili agli occhi di chi quel viaggio non l'ha compiuto. Verrebbe voglia di dire che il mondo è diviso in due schiere di uomini: quelli che hanno visto e sono tornati, e quelli che non hanno visto nulla.

Ples daun

Nella Papua Nuova Guinea usano un'incantevole espressione in pidgin-English: dicono ples daun, «quaggiù», per indicare la Terra, il pianeta su cui viviamo noi umani. Insomma, questo posto qui. Scrivendo ples daun assaporiamo tutta la delizia di questa lingua, noi che ci troviamo nella felice condizione di cogliere la differenza fra il plus daun e il mondo superiore, quel mondo spirituale che è la nostra vera casa. Gli antichi maestri indiani chiamavano il mondo inferiore maya, ossia illusione. Il termine sanscrito suggerisce che ciò che ci è familiare, il ples daun, altro non è se non un gioco di ombre, eseguito da marionette, un inganno dei sensi umani.

I misteri sono così intimamente connessi con l'altro mondo che è difficile parlarne e scriverne con le parole consuete: esse, dopo tutto, sono nate per comunicare e condurre scambi nel regno della materia. Per fortuna esiste un altro linguaggio - anche se ignoto ai più - per le questioni più elevate. «C'è» disse quel grande padre di tutti gli iniziati che fu l'egiziano Ermete Trismegisto «una lingua ineffabile e sacra, la cui descrizione esula dalle capacità umane». È la consapevolezza di questa verità — ossia dell'esistenza di una lingua segreta più profonda - che spinge gli iniziati a mantenere il silenzio sulle cose più alte, sui misteri di cui sono stati testimoni.

Interrogato sull'iniziazione, l'adepto di solito saggiamente tace.

Se decide di parlare, lo fa in termini poetici, o mitologici, perché il mondo superiore si presta a essere commentato in modo illuminante soltanto se ci si accosta con l'arte e con le immagini che sono connaturate alla poesia. La lingua segreta è una lingua creativa, fatta di immagini.

La differenza fra chi ha avuto questa, o un'analoga, visione e chi non l'ha ricevuta, è grande, e le scuole che controllano tali cose si sono sempre adoperate per regolare gli scambi intellettuali fra i capitolo primo diversi gruppi di persone. Non è bene che quanti hanno visto aldilà del velo parlino troppo apertamente con quanti sono ancora di qua. A chi, grazie ai buoni uffici dell'iniziazione, ha visto ciò che è tornato, viene di solito imposto il voto del silenzio, perché parlare liberamente con persone forse incapaci di comprendere ma visione più ampia potrebbe ingenerare grande confusione.

A cuor leggero

E questa la ragione per cui fino a tempi recenti quasi tutti coloro che aspiravano all'iniziazione dovevano prima promettere di non rivelare a nessuno i misteri che avrebbero appreso. A volte il giuramento prevedeva che se accidentalmente o per errore la regola fosse stata infranta, al neofita sarebbe stata strappata la lingua con tenaglie roventi. Non è una promessa che gli uomini e le donne, consapevoli del simbolismo racchiuso nei loro voti, fanno a cuor leggero.

A noi, nessuno ha mai chiesto un simile impegno, eppure siamo riluttanti a parlare di ciò che sappiamo. Non è per paura delle tenaglie roventi, né di ciò che esse rappresentano: il nostro timore è che, se non sceglieremo con cura le parole, rischiamo di fuorviare il lettore. Non possiamo rivelare tutto quello che abbiamo appreso, perché il linguaggio che serve a descrivere i misteri non è quello dei comuni mortali. Ma di alcune cose possiamo parlare, ed esse getteranno un raggio di luce su molti aspetti che, per gran parte dell'umanità, sono ancora avvolti nelle tenebre.

L'immagine del raggio di luce è quanto mai appropriata, perché ci ricorda la spada di fuoco, a doppia lama, che si dice sia a guardia della porta dell'Eden. Un grande mistico del XVII secolo, Jacob Boehme, chiamò questa luce Schrack, «lampo»: era la luce galvanizzante che seguiva la decisione di agire. Nella concezione di Boehme, lo Schrack era l'energia irradiata da Marte, pianeta duale, dotato insieme di lati positivi e negativi. Il suo lampo poteva illuminare o bruciare, e talvolta persino distruggere.

Questo testo è estratto dal libro "L'Iniziato".

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