SALUTE E BENESSERE   |   Tempo di Lettura: 8 min

Essere guerriero del Parkinson: come dominare la malattia

Essere guerriero del Parkinson: come dominare la malattia

Leggi l'anteprima del libro di Alex Kerten e scopri come ritornare in un luogo dove i movimenti naturali dominano i movimenti del Parkinson.

Breve descrizione di una sessione

"Entrando nella clinica giro-cinetica di Alex Kerten a Herzliya, verdeggiante sobborgo a nord di Tel Aviv, si viene subito colpiti dal rilassante suono registrato di un’orchestra ritmica. I partecipanti alla sessione del mattino arrivano alla spicciolata, alcuni autonomamente, altri accompagnati dai familiari o da chi si prende cura di loro. Hanno tutti il Parkinson a uno stadio avanzato.

Gran parte di loro presenta tremolìi o ha difficoltà a muovere uno o più arti. Ma ecco che, abbandonate le scarpe, entrano in scena palle che saltano e rimbalzano, adatte per gli esercizi; e in men che non si dica ecco i partecipanti camminare in un grande cerchio, scambiandosi quei cilindri rotondi facendoli rotolare o rimbalzare.

Un uomo che ha superato i 60 anni, si lascia andare a un tonante «Hah!» ogni volta che riesce a imprimere alla palla una traiettoria, rilasciando un profondo respiro dall’addome.

Alex entra nella stanza, si toglie le scarpe e supera i tappetini da ginnastica fino a raggiungere la sua consolle da DJ nell’angolo, dove si sistema un microfono ad archetto. Con un energico «Buongiorno», cambia velocemente la musica, scegliendo un pezzo ritmico e allegro.

I presenti abbandonano le palle e accelerano il passo, girando intorno alla stanza accompagnati dalle istruzioni ben scandite di Alex: «Gambe», «Avanti», «Respirate», «Aggiungete le braccia», «Prestate attenzione al corpo, al respiro, e al vostro ritmo».

C’è chi riesce a seguire le sue istruzioni e chi invece non riesce a tenere il passo, ma stringe la mano degli altri e muove il corpo come può. Dopo 5 minuti, Alex spegne la musica di colpo.

«Concentratevi ora sul vostro ritmo, guardate i vostri corpi, chiedetevi: “Come appaio? Sono fermo? Sono dritto?”».

I partecipanti riprendono fiato mentre Alex fa partire la dolce ed eterea melodia di Ralph McTell, Streets of London, e dà nuove istruzioni: «Piegate il busto, dovete sentire il movimento nel vostro corpo». «Sentitelo nelle spalle, scaldatele, lasciate che la vostra testa si muova. Scioglietevi, poco a poco piegatevi di più, sentite la vostra spina dorsale, inserite in essa il movimento e apritela. Spingete con il sedere».

I partecipanti più agili sono tornati in cerchio per la fase successiva: una marcia allegra e trionfante. «Avete una molla nei piedi, saltate, saltate!», li incita Alex.

Saltano e saltano ancora, a vari livelli. Alcuni continuano semplicemente a muoversi come riescono. Quando Alex mette Your song di Elton John e dice di “dirigere l’orchestra”, ecco che ognuno entra nel suo mondo, agita le braccia, scuote testa e spalle, rotea sulle gambe.

Per alcuni di loro la trasformazione, da quando sono entrati 20 minuti prima, è stata enorme. Bloccati, fragili e limitati nel movimento, sono diventati danzatori liberi.

Poi si spegne la luce. Ognuno si sdraia sui materassini con alcuni cuscini e le gambe distese, mentre Alex fa partire una musica etnica sognante.

«Inspirate, gambe e braccia sono incollate al pavimento. Sentite come scorre il sangue attraverso gli arti. Prestate attenzione alla vostra spina dorsale e alle vertebre. Passeggiate assieme al vostro corpo, andate in barca a vela attraverso il vostro sistema nervoso».

«Vi sentite connessi con il corpo e con tutti gli organi. Lavorano insieme come le macchine di una fabbrica, sono in perfetta sinergia e sono scaldati dal vostro respiro e dal vostro ritmo».

I partecipanti si alzano lentamente dalla posizione prona, il sangue scorre nelle loro vene mentre il diaframma e l’addome sono sincronizzati in un respiro ritmico. E trascorsa un’ora, ma per loro è una vita intera. Lasciano la sessione e continuano la loro giornata con la consapevolezza che c’è un modo per mettere da parte i sintomi del Parkinson e per muoversi come erano abituati a fare. La loro speranza e il loro impegno puntano a dilatare quell’ora per tutta la giornata, la settimana, il mese e l’anno."

David Brinn

Un copione già scritto

Forse state leggendo questo libro perché voi, o qualcuno a voi vicino, ha sperimentato alcuni sintomi del morbo di Parkinson, come tremori, freezing, perdita di controllo.

Quando siete andati dal medico e vi ha visitato, non vi ha certo detto con una risatina e a cuor leggero: «Indovina un po’? Hai il Parkinson, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi».

Probabilmente, invece, vi ha fatto sedere e, con una voce cupa e un fare comprensivo, vi ha detto: «Mi spiace doverle dire che lei ha il morbo di Parkinson. E una malattia degenerativa e i suoi sintomi andranno peggiorando nel tempo. Certo, abbiamo farmaci che rallentano il processo, ma dev’essere informato del fatto che hanno effetti collaterali».

Quella prognosi, abbastanza legittimamente, suona come una condanna a morte, un copione già scritto che termina in tragedia. Quale potrà mai essere la reazione naturale quando si riceve una tale diagnosi? I malati tornano a casa, cercano Parkinson su internet e vengono bombardati da informazioni inquietanti, foto e video deprimenti di persone sofferenti e di come appaiono e si comportano. «Sto andando verso tutto questo, ecco cosa succederà».

Il copione è ora inciso nella pietra e noi, nel ruolo di attori, iniziamo a recitare il ruolo assegnatoci dall’autorità in camice bianco. Il nostro medico ha scritto Parkinson nella cartella e lo ha impresso nella nostra anima.

Senza neanche farci caso, ecco che cominciamo a respirare meno ritmicamente, le nostre espressioni facciali divengono più limitate, il linguaggio del corpo si riduce o si blocca e, prima ancora di accorgercene, abbiamo assunto le forme del Parkinson. Il risultato è che abbiamo iniziato a comportarci come una vittima della malattia. La nostra performance è strabiliante, potremmo vincere l’Oscar per il miglior attore con il Parkinson.

Quando i sintomi si rendono evidenti, perdiamo velocemente il nostro senso del sé e della fiducia. Ci blocchiamo quando vogliamo dire qualcosa, non vogliamo più uscire e incontrare gente. Abbiamo paura che le persone ci chiedano: «Perché mi guardi così?».

Temiamo che se arriva il blocco dei movimenti, rallenteremo la fila alla biglietteria del cinema e verremo presi in giro e derisi. Noi siamo persone sane che hanno perduto il proprio movimento e il proprio ritmo. E ci giudichiamo per questo.

Il nostro comportamento è diventato “da Parkinson”. E scritto sul nostro corpo e alimentato dal copione, dalle storie generate dalla nostra mente, che a loro volta producono ormoni nel nostro corpo, costringendoci a comportarci ancor più come vittime della malattia, quali stiamo diventando. Viviamo e respiriamo l’atteggiamento della paura e abbiamo acquisito le abitudini croniche del Parkinson.

È tempo di dire Basta!

È dunque tempo, per noi, di dire: «Basta!».

C’è un’alternativa all’atteggiamento della paura, è il sentiero che ci permette di vedere la verità. Non dobbiamo per forza seguire quel copione che ci costringe a entrare nelle forme corporee del Parkinson. Possiamo, invece, imparare a essere “guerrieri del Parkinson” e spezzare le cattive abitudini che si sono formate nel tempo.

Possiamo dire: «No, non voglio più quel copione, ci sono passato e non fa per me».

Ciò significa che ci avviamo a imparare come sentirci meglio, ci avviamo a conoscere il ritmo e lo schema del nostro corpo e a prestare attenzione al linguaggio del corpo e alle espressioni del viso. Cambiando il copione ed eliminando l’atteggiamento della paura, possiamo ritornare in un luogo dove i nostri movimenti naturali dominano i movimenti del Parkinson.

Sfortunatamente, ci eravamo abituati a questi ultimi, ma sappiamo anche come non essere in quella posizione. Abbiamo vissuto senza la malattia per molto più tempo che con essa. Anche se è più semplice comportarsi da malato piuttosto che da guerriero sano, con dedizione e la giusta attitudine possiamo superare l’atteggiamento cronico abituale di cui il copione e la malattia ci hanno gravati.

Possiamo conquistare un nuovo equilibrio diventando consapevoli del linguaggio del nostro corpo e del modo in cui esso si esprime. Possiamo riporre la nostra fede nei medici o nella religione, ma possiamo anche assumerci la responsabilità e avere un po’ di fede in noi stessi. Siamo noi a conoscerci meglio di chiunque altro, non i dottori. Eppure, non sempre sappiamo di avere questa capacità, non sempre siamo consapevoli di sapere come “far funzionare” il nostro corpo usando l’arte del movimento. Il movimento e i ritmi del corpo sono il segreto per sentirsi bene e gli elementi di base della vita; il movimento è tutto, nel bene e nel male.

Una volta che ne diventiamo coscienti, allora possiamo modificare la nostra relazione con il medico; non saremo più il paziente disperato che cerca una cura miracolosa, ma saremo una persona che ha il controllo della situazione e che ha bisogno di un po’ di aiuto. In quel momento, i farmaci che il medico ci prescriverà saranno efficaci e benefici.

Dobbiamo ripetere a noi stessi: «Con il mio aiuto, non sarò più uno schiavo del Parkinson».

Allora, accadrà qualcosa di meraviglioso. E ci chiederemo: «Dov’è finita la malattia?».

Data di Pubblicazione: 7 novembre 2018


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