SAGGI E RACCONTI   |   Tempo di Lettura: 8 min

Estratto del Primo Capitolo della Storia del Professor Battaglia - Da Scimmia a Aquila

roberto battaglia lavoro

Anteprima del libro "Messaggio per una Scimmia che si Crede un'Aquila" di Mimmo Oteri

Una giornata partita non molto bene

La mattina del 7 gennaio in cui il professor Roberto Battaglia ricevette la prima lettera arancione era cominciata veramente male. Non solo la quinta delle sette sveglie che aveva impostato la sera prima non aveva suonato, facendolo ritardare sulla tabella di marcia di ben cinque minuti, ma fìnanco la caffettiera, unica fedele compagna di vita che ogni santo giorno si prendeva cura di lui, aveva deciso di abbandonarlo. Una tragedia. Si apprestava a essere come al solito una giornata di merda.

È incredibile come certi avvenimenti nefasti si abbattano con inesorabile tempismo e feroce sarcasmo sempre sulle stesse brave persone. Cosa avranno mai fatto di male per meritarselo? Roberto proprio non lo sapeva ma continuava a domandarselo ogni mattina mentre si vestiva per andare all’università. Mentre si infilava i pantaloni, mentre si abbottonava la camicia, mentre annodava la cravatta rigorosamente scarlatta, la sua mente era costantemente focalizzata su un quesito esistenziale di vitale importanza: come avrebbe cospirato l’Universo questa volta per rovinargli la giornata?

Ormai aveva smesso da tempo di chiedersi se qualcosa sarebbe andato storto, preferiva concentrarsi direttamente sul cosa: la macchina non sarebbe partita? Non avrebbe trovato parcheggio? Gli avrebbero fissato una riunione a un orario improponibile? Qualcuno gli avrebbe come al solito chiesto un occhio di riguardo per il “figlio di”? Quest’ultimo immane fastidio, poi, quel giorno, si sarebbe verificato con scrupolosa certezza. Ogni volta la stessa storia. Il giorno degli esami facevano la fila per incontrarlo, neanche fosse il papa o Andreotti. Si adunavano come fedeli alla vista di un santone da idolatrare. Gli sguardi fissi su di lui, gli occhi sgranati come quelli di chi aspetta e spera nel miracolo. Un sorriso enorme dipinto sulla faccia. Finto. Subdolo. Usa e Getta. Lo stuolo di seguaci apparteneva alle più diverse frange dell’apparato universitario: per primi venivano i segretari. Dopo mesi di letargo uscivano allo scoperto al momento opportuno. Maledetti. E chi li aveva mai visti? Lontano dalla macchinetta del caffè, si intende. «Professore, come andiamo?! Come sta?» era il grido di battaglia con cui uno di loro preannunciava la questua. Chiaramente non gliene fregava niente della risposta, la domanda era solo la testa di ponte per cercare di aprirsi un varco nel muro di indifferenza e diffidenza che Roberto issava con chiunque, non solo con gli sconosciuti, ma anche e soprattutto con quelli che conosceva bene. «Sempre di fretta? Eh?». Un altro scossone alla barriera. Inutile. Inefficace. Poi con malcelata indifferenza l’adepto iniziava: «Professore, si ricorda della figlia di quel mio amico di cui le avevo parlato?».
E come no. Aveva pensato a lei tutti i giorni. Non gli era proprio uscita dalla mente. Anzi, Roberto si stava proprio chiedendo che fine avesse fatto! Chiaramente a questo punto della conversazione Roberto annuiva sempre con fare deciso.
«Esattamente, quella lì, oggi avrebbe esami con lei. Professore, le posso chiedere un occhio di riguardo?». Sorriso d’intesa. Sopracciglio tirato di chi la sa lunga sulla vita e sguardo compiacente di chi pensa di aver concluso l’affare del secolo.
Eccola qui la sudicia preghiera che il fanatico seguace poneva in quell’unico giorno in cui si convertiva per adorare il suo Santo Protettore: San Roberto, protettore degli esami di Diritto costituzionale. «Senz’altro!» era solitamente il responso del sant’uomo. Funzionava sempre. Roberto lo usava sistematicamente per debellare quei fastidi che se ne vanno in giro mascherati da persone. Lui se ne usciva da gran signore, loro tronfi e soddisfatti. Che male c era? Superata la prima schiera di mendicanti si passava agli altri: collaboratori scolastici, bibliotecari, tecnici informatici, tuttofare, baristi e dulcis in fundo: colleghi.
Chiaramente i peggiori. Scaltri come volpi e arroganti come pochi. Non si facevano mai vedere di fronte agli altri. Sapevano bene come imbrogliare lasciando la faccia pulita. Arrivavano dopo, poco prima che Roberto entrasse in aula. Gli facevano scivolare un pizzino in mano e strisciavano via ammiccando: «Mi raccomando collega, ci conto».

L'odio di Roberto

Ma ci conto cosa?!? Brutto mentecatto! Roberto li odiava. Tutti. Ecco perché quel 7 gennaio non prometteva affatto bene. Con in testa ancora il groviglio dei suoi pensieri intrecciati fini di vestirsi, prese il trench dall’attaccapanni, fece per infilarselo quando improvvisamente urtò il portafoto sulla mensola dell'ingresso che cadde per terra e andò in frantumi.
Sua moglie reggeva in braccio il piccolo Emanuele e lo osservava attraverso un grumo di vetri spezzati. Era serena. Il piccolo sorrideva. Roberto si perse ancora una volta nei meandri dei suoi pensieri. Secondi? Minuti? Chi lo sa. A volte capitava che qualcosa si impossessasse della sua mente inserendo il pilota automatico e facendogli perdere completamente consapevolezza dei suoi sensi, estraniandolo dal presente. Poteva mancare anche per ore da se stesso senza rendersene conto. Poi di colpo strabuzzava gli occhi e tutto era finito. Successe anche quella mattina. Osservò la fotografia. Immobile. Secondi. Minuti. Quando si riprese, si guardò intorno, diede un’ultima occhiata alla fotografia che giaceva sul pavimento, scosse la testa e uscì di casa ignaro di ciò che di lì a poco sarebbe successo. Chiaramente quella mattina non trovò parcheggio facilmente. Ma non era arrabbiato. C’era una sorta di rassegnazione comica sul suo viso mista a soddisfazione per aver indovinato ancora una volta il verdetto della giornata: sfiga. Questa parola risuonava nella sua testa come un mantra. Ormai ci aveva fatto così tanto l’abitudine che si stupiva del contrario, ovvero quando le cose andavano bene, quando filavano liscio, quando tutto si svolgeva secondo i piani. I suoi. Quelli che lui aveva perfettamente stabilito per avere tutta la giornata sotto controllo. Ma questo non avveniva mai perché, porca miseria, l’Universo, sì, l’universo, o qualcuno giù di lì, si divertiva a mettere sempre il bastone fra le ruote. Ma cosa vuoi?! Perché ce l’hai con me? Cosa ti ho fatto?! si sfogava Roberto ogni volta che i suoi programmi venivano scombinati. Ma non quel giorno, quel giorno lui sapeva che sarebbe andata a finire così, quindi niente sorpresa e niente sfogo.

La mattina del 7 gennaio pioveva così forte che sembrava che il cielo avesse conservato tutta quell’acqua solo per quel giorno lì. Pioveva incessantemente dalla notte precedente.

ampi, tuoni e fulmini si alternavano nel panorama di Messina come unici protagonisti su di un palcoscenico immenso. La pioggia cadeva così forte che sembrava avercela proprio con qualcuno, faceva saltare tombini, trascinava con piccoli fiumi in piena oggetti, vestiti, sacchi dell’immondizia. Scenario apocalittico consueto a cui tutti i cittadini erano da abituati da secoli.

Valigetta e ombrello

Roberto prese la valigetta e l’ombrello, per quel che serviva, scese dalla macchina e si diresse verso l’entrata principale dell’università. Improvvisamente si vide un lampo, poi un tuono arrivò tremendo facendo tremare tutti i vetri e le finestre intorno. Roberto saltò in aria e per lo spavento lasciò cadere le sue cose per terra. Le raccolse. Il cuore gli batteva fortissimo. Si riprese e varcò la soglia di ingresso dove, come ogni mattina, trovava ad aspettarlo il viso angelico della signora Pina, la bidella tuttofare della facoltà. Brutta come il peccato e cattiva come un serpente a sonagli. Roberto odiava anche lei. Non erano mai riusciti in tutti quegli anni a tollerarsi. Non si erano mai scambiati una sola frase, una sola parola. Tutte le volte che si incontravano la signora Pina emetteva un suono simile a un grugnito che Roberto non si era mai premurato di decriptare, ma che sospettava essere una sorta di saluto. Lui, invece, non la degnava nemmeno di un suono. Si limitava ad annuire in segno di pace. Chissà di cosa parlava la signora Pina con i colleghi? Perché Roberto giurava di averle visto muovere la bocca verso i suoi simili qualche volta. Cosa si dicevano? Di cosa parlavano? Aveva dei figli? Qualcuno avrebbe addirittura potuto sposarla. Oh signore! Ma per sposare una così, come avrebbe dovuto essere lui! Sicuramente basso come lei, tarchiato, con la pancia di fuori e con il pelo che fuoriesce dalla canottiera bianca di lana. Già me lo immagino: calvo, catenina d’oro al petto e una lattina di birra in mano mentre le urla di passargli il telecomando che si trova dall’altro lato del divano. Pinaaaaaaa.

Sì, Ugo?!?

Eccolo qui. Il nostro Roberto. Si era perso nuovamente nella ridda di pensieri sconnessi che fuoriuscivano dalla sua testa...continua.

Questo testo è estratto dal libro "Messaggio per una Scimmia che si Crede un'Aquila".

Data di Pubblicazione: 5 marzo 2018


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