ALIMENTAZIONE   |   Tempo di Lettura: 10 min

Fare anima mangiando il cibo del risveglio

Mangiare il cibo del risveglio per la tua anima

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Selene Calloni Williams e scopri come l'atto del mangiare possa aiutare il riallineamento del tuo spirito

Fare anima mangiando

"Verso la fine dello Yuga di Kali i ladri deruberanno i ladri. Gli uomini perbene si ritireranno dalla politica. Si venderà cibo già cotto sulle piazze. Nessuno vivrà la durata normale della vita che è di cento anni. I riti decadranno nelle mani di uomini senza virtù. Gli uomini si uccideranno l’un l’altro e uccideranno anche i bambini, le donne e le vacche. Tuttavia alcuni raggiungeranno la perfezione in pochissimo tempo. I meriti ottenuti in un anno nel Treta Yuga possono essere ottenuti in un mese nel Dvapara, in un giorno nel Kali Yuga."

Linga Purana, II, cap. 39

Mangiare ha a che fare con la vita, ma mangiare ha anche e principalmente a che fare con la morte.

Nella nostra epoca fai fatica ad accorgertene, dopotutto è l’epoca in cui “si vende cibo già cotto nelle piazze”. È difficile trovare il tempo per andare personalmente al mercato, pulire e tagliare le verdure con le tue mani e poi continuare a dissolverne le forme, i colori, la consistenza, masticandole, e masticarle bene fino a renderle succo in bocca e poi seguire con l’occhio interiore il loro decorso nel corpo, osservando gli organi che le dissolvono trasformandole in qualcosa che non è più visibile: energia, idee, sentimenti, respiro... Ecco, tutto questo è “fare anima”. Con questa espressione intendiamo, infatti, ricondurre un’immagine apparentemente concreta e sostanziale alla sua reale natura, che è anima, invisibile.

I grandi filosofi del pensiero immaginale, da Corbin a Hillman, passando per Jung, hanno insistito molto sulla necessità di recuperare il mundus imaginalis, cioè la dimensione simbolica dell’esistere. James Hillman in particolare ha amato e utilizzato molto questa espressione coniata dal poeta John Keats, il quale disse: Chiamate il mondo, vi prego, “la valle del fare anima ” e allora scoprirete qual è la sua utilità.

Nella psicologia immaginale fare anima significa ritirare le proiezioni, cioè ricondurre ogni persona, cosa, evento, alla sua reale natura, che è immagine, apparizione, proiezione, miraggio, anima appunto.

L’oggetto materiale, sostanziale è un inganno dei sensi e non certo solo per i pensatori immaginalisti. Anche nel buddhismo l’esistenza è vacuità o, come è descritta nel Bardo Tösgrol, il Libro Tibetano dei Morti, la “pura luce del vuoto”.

Il grande mistico, un po’ sciamano, un po’ yogin e un po’ buddhista, Naropa, ci consiglia di vivere lo stato di veglia come fosse un sogno e di ricordare a noi stessi più volte al giorno che stiamo sognando.

Nel cristianesimo l’idea dello Spirito Santo non richiama forse l’idea animista dell'anima mundi, l’anima che è in tutte le cose, e non ci ricorda dunque che tutte le cose sono anima, non sostanza oggettiva e materiale?

Yeshe Tsogyel (757-871), la cosiddetta Danzatrice del Cielo, maestra tantrica e sciamana, consorte del grande maestro tantrico indiano Padmasambhava, il fondatore della tradizione Nyingma del buddhismo tibetano, ci suggerisce di vedere il corpo nel seguente modo:

Questo corpo è un’apparizione magica, è il riflesso della luna sull’acqua, è un’ombra senza carne né ossa, un miraggio che muta momento per momento, un sogno che la mente proietta, un’eco, un fantasma senza entità. Questo corpo è una nuvola che cambia forma continuamente, un arcobaleno bello e vivido, ma senza sostanza, un lampo che rapidamente appare e svanisce. Questo corpo è una bolla che si forma e scoppia all’improvviso, è un riflesso in uno specchio che si manifesta vividamente ma è privo di sostanzialità.

Per l’Io - quel grande letteralista, il positivista, il realista - è difficile accettare che il corpo e la morte siano simboli, immagini.

Nella tradizione tantrica della Danzatrice del Cielo il corpo è un veicolo di pura apparizione e Milarepa, prima di lasciare il proprio per transitare nell’Ade, dona ai suoi discepoli un insegnamento fondamentale: camminate sempre sul fermo suolo della non-oggettività delle cose.

Un cammino della liberazione e del risveglio

Riuscire a fare anima, liberandoti dalla sensazione di una realtà oggettiva e materiale, indipendente dalla tua capacità di sognarla, di immaginarla, è il cammino della liberazione e del risveglio che l’illuminato svolge in vita.

L’illuminazione è davvero possibile? Puoi elevare la tua consapevolezza e la tua vita e raggiungere le altezze di cui hai afferrato l’esistenza nei tuoi momenti più sacri? Ti è possibile essere veramente libero, incondizionatamente risvegliato, consapevole delle sacre profondità che rappresentano la tua reale natura al di là del condizionamento prodotto dalla mente del mondo?

Se anche in un solo istante della tua vita hai avuto l’intuizione che un’impressionante trasformazione sia possibile e che questa sia capace di infondere nella tua vita un significato cosmico, sacro e integrale, allora ciò è possibile per te. Anzi, in verità, la tua illuminazione si è già realizzata fin dal tempo delle origini, devi solo ricordare che è così: ricordare chi sei, ricordare che sei un risvegliato.

Le elevate possibilità di cui hai avuto intuizione, il potenziale glorioso che hai percepito non è un prodotto della tua fantasia ma una possibilità reale e mai, per nessuna ragione, devi permettere che le sfide, i dispiaceri, le complicazioni della vita ti spingano a dubitarne.

Ti è possibile ritrovare il pieno riallineamento con l’asse spirituale dell’universo che dischiude la bellezza della vita. È certamente possibile risvegliarti intensamente all’impulso evolutivo della vita e trovarti nella condizione in cui le tue parole, le tue azioni, le tue scelte si manifestano come espressioni dinamiche di più elevate possibilità dell’esistenza.

È possibile una trasformazione alchemica dell'homo materialis in una creatura nuova, per la quale la richiesta dell’autorealizzazione è sostituita dalla passione di dare con la consapevolezza di essere nel pieno flusso dell’abbondanza naturale, di essere incondizionatamente amati e colmati di doni. In questo riallineamento ci ritroviamo sempre carichi di rivelazioni: tutto ciò che hai bisogno di sapere ti viene detto, tutto ciò che hai bisogno di utilizzare ti viene dato e tu ti trovi in uno stato di perfetta ricettività in cui percepisci tutte le emozioni dell’universo come puro, lucido, cristallino amore, e al centro del tuo essere c’è una bruciante passione per la chiamata all’evoluzione.

Il processo evolutivo è un ponte verso un altro uomo, un altro mondo, esso è sorretto da due colonne che sono le due pratiche fondamentali del fare anima: il cibarsi e il dormire.

La simbologia di queste due azioni, infatti, è tale da consentirti di entrare in contatto, per mezzo di esse, con la realtà indivisa, lo stato del due in uno, che è la condizione in cui luce e ombra, vita e morte, conscio e inconscio, uomo e anima, umano e divino si incontrano. Purtroppo uno dei due momenti fondamentali del processo della trasformazione evolutiva, cibarsi, non viene quasi mai inteso, nel mondus materialis, come tale.

Coloro che mangiando fanno anima sono assai pochi in questo mondo. Per professione ho viaggiato molto nella mia vita. Sono, infatti, da oltre 20 anni presidente di un’associazione svizzera che organizza viaggi molto particolari: spedizioni nei luoghi più mistici del pianeta. Ho incontrato persone che mangiando fanno anima anche oggigiorno, ma ho dovuto andarle a cercare in luoghi “fuori dal mondo”, non necessariamente perché sperduti in qualche giungla o deserto.

A Tehran, in pieno centro città sono stata ospitata in un grande appartamento di proprietà di un capo di una comunità sufi molto importante.

I sufi mangiano facendo anima.

Anche nello Yemen ho incontrato un maestro sufi, Sheik Salik, che fa anima mangiando e insegna ai suoi allievi a fare altrettanto. Molto giovane, ho potuto studiare meditazione buddhista in un eremo della foresta nell’isola di Sri Lanka sotto la guida del Venerabile Gata Thera: lui sapeva bene cosa significa fare anima mangiando. Anche gli sciamani siberiani che ho frequentato molto negli ultimi 10 anni e che sono divenuti i protagonisti di alcuni miei libri fanno anima mangiando.

Tutti questi sono esempi di persone che possono essere considerate outsider rispetto alla comune mondanità, sono rari ma sono estremamente preziosi. L’individuo che io chiamo homo materialis comunis è colui che pensa di aver nel piatto un ammasso di vitamine, proteine, carboidrati... insomma qualcosa di assolutamente concreto, materiale, oggettivo destinato a far parte di un corpo, il suo, che è altrettanto materiale e oggettivo; egli non fa anima mangiando.

C’è una nevrosi che serpeggia nella mente del mondo, è molto grave e riguarda proprio il cibo.

L’homo materialis è annegato nelle teorie, delle quali è la vittima designata. La mente del mondo è come un mostro che continua a produrre teorie e lascia agli individui l’illusione di sentire che possono pensare, scegliere e decidere con la propria mente. In verità non esiste la mia mente, la tua mente, la sua mente... esiste un’unica mente: la mente del mondo.

Di questi tempi vengono prodotte molte teorie sull’alimentazione e ne nascono sempre di nuove; tuttavia, malgrado tutti gli sforzi profusi, l’individuo continua a farsi del male mangiando.

Il popolo hunza

Alla fine si scopre che il popolo che vive più sano e a lungo è quello che produce meno teorie e non è guidato né dalla scienza, né dalla tecnologia. Gli hunza, o burusci, sono una piccola popolazione che vive nella parte settentrionale del Pakistan. Si ritiene sia la popolazione più sana e più longeva al mondo: capaci di vivere fino a 130 e persino 150 anni. Sarebbero, secondo una statistica, anche le persone più felici sulla terra. Sono soliti fare il bagno in acqua fredda e danno alla luce bambini anche all’età di 65 anni.

Secondo il chirurgo britannico Robert McCarrison, che ha scritto un articolo sugli hunza nell’AMA Journal, il popolo hunza non conosce il cancro. Gli hunza non consumano prodotti alimentari importati, seminano e raccolgono il proprio cibo, consumano sempre frutta e verdura cruda, albicocche secche, noci, diversi tipi di cereali come grano saraceno, miglio e orzo, latte, uova, legumi e raramente formaggio.

Il popolo hunza mangia poco e cammina tutto il giorno, e per tradizione digiunano per un periodo molto lungo che va dai due ai quattro mesi. In tutto questo tempo bevono solo succo di albicocche secche. Questo periodo viene chiamato “primavera di fame” e corrisponde al tempo in cui i frutti non sono maturi per il raccolto.

Gli esperti medici affermano che questo lungo digiuno e la loro dieta sono i principali motivi per cui vivono così a lungo e hanno una vita sana. Si può anche pensare che le elevate quantità di albicocche siano il motivo per cui non si ammalano di cancro. Infatti le albicocche contengono la vitamina B17, noto e potente agente anticancro. Ma si può anche “vedere” l’invisibile e pensare più in profondità.

Ti è possibile pensare alla tua vita e al destino umano in termini del tutto nuovi, diversi da quelli che l’informazione comune propone, e ti è realmente possibile lavorare per attuare questa trasformazione in modo molto empirico e pratico.

A questo scopo devi entrare in contatto con il tuo potenziale ancora inespresso che appartiene al reame del mistero, dell’invisibile: ciò che ancora non è manifesto. A tal fine due sono le attività che ti forniscono un ponte tra visibile e invisibile: l’alimentarti e il dormire. Presta estrema attenzione a queste due azioni se vuoi “vedere” l’invisibile.

Data di Pubblicazione: 5 luglio 2018


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