Filmatrix - Virginio De Maio - Estratto

Filmatrix - Anteprima del libro di Virginio De Maio

Il Perdono, l’Amore e la Fiducia

Il Perdono, l’Amore e la Fiducia

«Ci sono solo 4 domande che contano nella vita Don Octavio. Cosa è sacro? Di cosa è fatto lo spirito? Per cosa vale la pena vivere? E per cosa vale la pena morirei La risposta a ognuna è la stessa: solo l’amore».
dal film Don Juan de Marco

 

In natura se non c’è abbastanza luce le piante appassiscono. Accade lo stesso nelle nostre vite se non c’è abbastanza amore. L’esperienza che abbiamo di quest’emozione, fino a questo momento, ha emanato la vibrazione energetica responsabile dei nostri risultati. Di tutti? Certo che sì.

Vite senza grazia, piene di conflitti, hanno spesso una sola origine: scarsità d’amore. Cerchiamo in ogni angolo del mondo, ci affidiamo all’ultima tecnica, seguiamo il guru del momento per poi scoprire che la verità è dentro di noi. Mi amo o non mi amo? Appena arriviamo nella “stanza” l’amore fluisce con tutta la sua potenza, ma a mano a mano che avanziamo, a ogni schiaffo della vita, la valvola si chiude un po’ di più. Oggi ci sentiamo abbandonati, domani delusi e intanto l’amore circola sempre meno. La conseguenza più evidente sono giorni privi di fiducia verso sé stessi e gli altri. L’ossigeno è sempre meno, la fiamma dell’entusiasmo si affievolisce fino a spegnersi, il fuoco della fiducia diventa cenere. Non posso fidarmi neppure di me stesso se gli occhiali che indosso hanno il filtro della diffidenza: ogni volta che mi guarderò allo specchio lo farò con sospetto, soprattutto se soffermo lo sguardo sulla prossima opportunità. L’unica cosa di cui posso fidarmi è qualcosa che mi somigli, qualcuno che non si fidi neppure di sé stesso, qualcuno con poco amore. Da qui il detto «Dio li fa e poi li accoppia».

C’è un solo modo per riaprire quella valvola e far fluire nuovamente l’amore, e quel modo si chiama perdonare.

La “stanza” in cui viviamo ha pareti e soffitto fatti con pezzi di puzzle su cui è scritto “non puoi”, “non è così”, “non lo meriti” e alla fine, come l’Antico dice al Doctor Strange nell’omonimo film della Disney: «Tu guardi il mondo da un buco della serratura». Guardiamo il mondo dai pochi varchi lasciati aperti, ma è molto più di ciò che si vede. Il vero perdono che emerge dal cuore disintegra il collante con cui i pezzi si reggono e ti lascia godere della piena libertà, con un’estensione che si perde a vista d’occhio. Con il perdono la valvola si riapre, l’amore ricomincia il suo percorso, le vibrazioni positive riattivano il campo di possibilità attirando esperienze positive. La scelta più difficile della tua vita è anche quella più influente.

Nel film The Interpreter Nicole Kidman spiega così a Sean Penn, la potenza del perdono:

«Chiunque perda una persona desidera vendetta su qualcuno, su Dio se non riesce a trovare nessun altro. Ma in Africa, in Matobo, i Ku credono che l’unico modo di estinguere il dolore è salvare una vita. Se qualcuno viene ucciso, un anno di lutto finisce con un rituale chiamato “La prova dell’uomo che affoga”. Per tutta la notte ce una festa accanto a un fiume, e all’alba l’assassino viene messo su una barca, portato al largo e gettato fuori. È legato, così non può nuotare. La famiglia del morto deve fare una scelta: può lasciarlo affogare o raggiungerlo a nuoto e salvarlo. I Ku credono che se la famiglia lascia che l’uomo affoghi, avrà giustizia ma passerà il resto della vita nel lutto. Ma se salva l’uomo, se ammette che la vita non è sempre giusta, proprio quel gesto porterà via il dolore. La vendetta è una pigra forma di sofferenza».

Tre parole che ti liberano

Se ti rimanessero solo tre parole da pronunciare prima di emanare l’ultimo respiro, dovresti fare in modo che queste siano io ti perdono, come nel film Una bugia di troppo.

Per uno scherzo del destino, la vita di Jack è appesa a un filo, anzi è appesa alle foglie di un albero nel suo giardino. Per ogni parola che il logorroico businessman pronuncia, ne cade una. La profezia gli ricorda che con la caduta delfultima foglia lui morirà.

Ne ha sprecato quasi mille cercando di risvegliarsi dall’incubo e nel frattempo non solo non ha pronunciato le tre parole capaci di liberarlo, ma ha distrutto tutto ciò che aveva costruito: il lavoro, la famiglia e il rapporto con la madre.

Quest’ultima, durante le visite del figlio non l’ha mai riconosciuto, scambiandolo per il marito verso il quale Jack prova rancore e rabbia per essere andato via di casa prima di morire. Un giorno, mentre le foglie cadono portando via il tempo per rimediare, l’uomo medita su quanto di bello ha sciupato e in preda allo sconforto, dedica un’ultima visita alla madre. Lì scoprirà che lei, affetta da Alzheimer, vorrebbe che il figlio parlasse con il padre e si perdonassero a vicenda, in nome dell’amore e della famiglia.

Le ultime 3 parole Jack le pronuncia sulla tomba, utilizzando una delle più nobili libertà umane: l’immaginazione. Immagina sé stesso nei panni del genitore; immagina tutto quello che avrebbe voluto dirgli, e tutto quello che avrebbe voluto sentirsi dire. E infine pronuncia le 3 parole che lo renderanno libero: io ti perdono.

Le foglie cadono, così come anche le lacrime a guarire le ferite di un’intera esistenza. Il perdono ha questa capacità terapeutica, ci libera dalle zavorre che ci portiamo dietro da una vita intera. E possibile perdonare anche quando le persone che ci hanno ferito non appartengono più a questo mondo? Lo abbiamo appena visto. Noi siamo attori, registi e scenografi dei nostri film. Con la visualizzazione possiamo spostare il nostro orologio avanti nel futuro, ma anche indietro nel passato, per recuperare risorse ed esperienze dimenticate.

Come già detto, la scienza ha dimostrato con i fatti che il nostro cervello non riconosce la differenza tra l’immaginazione e la realtà. La maggior parte delle volte però, usiamo questa grande “libertà” come una grande “schiavitù” e così le catene ci legano al rancore, alla rabbia, alla solitudine. Sul finale del film, l’albero di Jack comincia a rifiorire, così come la sua vita: è un uomo diverso.

Questo è quello che accade con il perdono, si rinasce. Si respira con più gioia e più amore. A volte il percorso è lungo, non si finisce mai, e come tutto si comincia con il primo passo.

Questo testo è estratto dal libro "Filmatrix".

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