La Fonte Inesauribile - A. H. Almaas - Estratto
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La Fonte Inesauribile - Anteprima del libro di A. H. Almaas

Il desiderio d'illuminazione

Il desiderio d'illuminazione

A proposito della realizzazione, l’idea più diffusa è che, per raggiungerla, dobbiamo dedicarci alle nostre pratiche, dopo di che è fatta. Ma non è così, la pratica non ha mai fine. Ecco perché, dal punto di vista della realizzazione, è necessario rivedere ciò che essa realmente è. Se immaginiamo lo stato illuminato, o non duale, come separato dalla nostra vita quotidiana, non abbiamo ancora compreso il vero significato della non dualità, poiché essa non esclude niente. Nella visione che espongo in queste pagine siamo aperti a ciò che avviene e cerchiamo di comprenderlo da una prospettiva più ampia, all’interno della quale la realizzazione coincide con la pratica. Vivere la realizzazione significa praticare con continuità. Osservata dal punto di vista della realizzazione, la pratica comincia a dischiudere il suo vero significato, i suoi segreti, che per tanto tempo non abbiamo compreso.

C’è una misteriosa relazione tra la realizzazione e le attività, le pratiche e le tecniche che mettiamo in atto. Vogliamo scoprire e comprendere il rapporto tra la pratica e la realizzazione e, soprattutto, tra la pratica e la Vera Natura, tra la pratica e la realtà nella sua totalità. Vogliamo comprendere il rapporto tra la pratica e la realtà come un tutto che nulla esclude. Per riuscirci, dobbiamo considerarlo dalla prospettiva della realtà totale.

Uno dei modi per comprendere questo rapporto comincia a rivelarsi riconoscendo e apprezzando il fatto che la pratica deve essere continua. Questo rimanda a come il "Metodo del Diamante si è evoluto nel tempo. Fin dal principio, esplorazione, indagine, impegno e dedizione sono stati per me un flusso ininterrotto. Esploravo senza sosta, e discutevo degli argomenti più svariati con la co-fondatrice Karen Johnson. Ogni giorno passavamo ore insieme e, anche dopo essere tornati a casa, continuavamo a sentirci al telefono per parlare di nuove intuizioni e comprensioni. Se al mattino mi svegliavo con una nuova esperienza, la esploravo, la annotavo nel mio diario, chiamavo Karen e ne parlavo con lei. È andata avanti così, giorno dopo giorno, per molti anni. Oggi non discutiamo più così tanto, ma la nostra pratica continua sotto forma di esplicita ricerca o di un atteggiamento di ricerca - la naturale consapevolezza della realtà, del valore della verità e dell’impegno. La continuità della pratica e l’assenza di interruzioni sono state un elemento vitale per sviluppare i nostri insegnamenti.

La continuità della pratica

La continuità della pratica non dipende dall’essere o non essere illuminati, realizzati o non realizzati, principianti o praticanti esperti. La pratica è sempre un’espressione della realizzazione. Una maggiore maturità della nostra realizzazione può cambiare la forma della pratica, ma ciò che rimane centrale è la sua continuità. Più siamo realizzati e più riconosciamo che l’intera vita è pratica, tutte le attività sono pratica e tutte le situazioni sono occasioni di pratica.

Impegnarsi in modo così completo e totale richiede una particolare maturità dell anima. La pratica non può diventare continua finché non abbiamo fatto profondamente nostri la motivazione e l’interesse per essa. Questa particolare maturazione avviene sviluppando una motivazione vera, autonoma e indipendente, che ci impegna nel lavoro interiore. Ciò significa che a guidarci non sono la mente, ciò che abbiamo sentito o le esperienze che abbiamo avuto, ma qualcosa di molto più profondo, che trascende il sé individuale.

Sin dai primi momenti della vita siamo mossi da potenti forze interiori. Queste forze, queste pulsioni servono a farci sopravvivere, apprendere e maturare. Manifestano la vita in noi, sono espressioni dell energia vitale che si rivela differenziandosi nelle diverse aree dalla vita, sotto forma di doti e competenze. Forse la più evidente di queste forze è l’istinto di sopravvivenza, la volontà di rimanere in vita, che mette in moto potenti energie e un uso ampio dell’intelligenza. Alla nascita siamo impotenti e non avremmo né molte probabilità né molto desiderio di sopravvivere, se non ci fosse in noi questa spinta che emerge dagli strati profondi dell’inconscio. Poi ci sono altre pulsioni inconsce che manifestano le nostre energie sessuali e sociali, e tutte queste poderose forze (la sopravvivenza, la sessualità e la socialità) permeano le nostre sensazioni, gli atteggiamend e le azioni. Considerate in genere di origine biologica, queste pulsioni vengono spesso considerate istintuali.

La maturazione dell’anima

La particolare maturazione dell’anima, che promuove la vera pratica, include il risveglio di una quarta pulsione: quella che spinge verso l’illuminazione. Benché simile agli impulsi istintivi, e dotata di energie e di intelligenza simili, essa non è completamente biologica. Non ha una finalità fisica, ma concerne la qualità dell’esperienza interiore ed assume la forma di un desiderio. Possiamo riconoscere in questo desiderio l’anelito religioso, l’aspirazione a conoscere Dio e unirsi con la divinità, l’amore per la verità e per la scoperta dei segreti dell’esistenza.

Riconoscendo l’importanza di questo desiderio impariamo a lavorare con le forze istintuali e ad armonizzarle con esso. La Vera Natura, il nostro Essere interiore, ha un proprio dinamismo. Con la maturazione dell’anima, esso si manifesta come l’impulso interiore ad andare verso un’espressione più completa di quella natura, a manifestarla nella pienezza della coscienza. La Vera Natura tende spontaneamente a rivelare se stessa attraverso le nostre esperienze. Questa forza dinamica che chiamiamo desiderio d’illuminazione, di libertà, di liberazione, di risveglio, di realtà, di verità, di autenticità e di genuinità è la verità dell’Essere.

Questa forza naturale, presente in tutti noi, può ridestarsi in qualunque momento. In molte persone non si è ancora risvegliata, e in genere si manifesta inconsciamente nel desiderio di essere felici e migliorare la propriavita. Quando, invece, agisce consciamente, si esprime nella consapevolezza che l’elemento più importante nella vita è la qualità della nostra esperienza interiore, la realizzazione del nostro Essere intrinseco, il risveglio della nostra natura spirituale. Comprendere questa verità significa che il desiderio d’illuminazione si è risvegliato, e la sincera motivazione per la pratica è la sua espressione più diretta.

Nella maggior parte delle persone, la spinta verso l’illuminazione si risveglia prima nel centro della testa, sotto forma di quella che definisco l’“idea del’illuminazione”. E l’accesso più comune, l’idea che esista qualcosa come l’illuminazione, la possibilità di una vita e di un’esperienza spirituali e, simultaneamente, l’interesse a seguire una pratica o a cercare un insegnamento. L’idea del’illuminazione e l’interesse per essa ci spingono verso la libertà e una qualità più elevata della vita. Questo è il modo in cui il desiderio d’illuminazione si risveglia nei più.

Ma se il cuore non partecipa, questa spinta verso la verità non ha sufficiente forza propulsiva. Quando, invece, essa si desta nel centro del cuore, si manifesta come amore, compassione e desiderio irresistibile di avvicinarsi alla verità della vita interiore. Noi la sperimentiamo come amore per la verità, per Dio, per la realtà, o come compassione per le sofferenze degli altri e di noi stessi, e come desiderio di fare qualcosa per alleviarle; oppure riconoscendo la necessità di risvegliarci, essere veri, vivere in modo diverso. Tutte queste sono espressioni dell’attitudine a servire. Il servizio ha vari significati e vari livelli di realizzazione: servire gli altri, servire Dio, servire la Vera Natura (tutti significati che approfondiremo nel prosieguo di questo libro).

La nostra pratica è motivata dal desiderio d’illuminazione

Quando la nostra pratica è motivata dal desiderio d’illuminazione, diventa il nostro impegno fondamentale. Non pratichiamo perché pensiamo sia una buona cosa, perché un altro praticante sembra vivere meglio e vogliamo riuscirci anche noi, o perché nostra moglie pratica e vogliamo fare quel che fa lei. Queste possono essere motivazioni iniziali, ma a un certo punto la volontà di praticare diventa una nostra esigenza personale, il desiderio d’illuminazione si risveglia e cominciamo a volgerci a essa. Ora sappiamo che il nostro desiderio di impegnarci nel lavoro è genuino. Come abbiamo già visto, la pratica non è solo un’azione formale come la ricerca, la preghiera o la meditazione, ma anche un atteggiamento generale che consiste nel continuare a essere presenti e reali in qualunque situazione. La pratica è l’interesse, la motivazione, l’intenzione, la dedizione e la devozione alimentati con continuità, ma essa non diventa pratica continua finché la spinta aH’illuminazione non si risveglia nel centro della pancia, che governa la sua applicazione nella vita quotidiana. Possiamo avere un’idea della pratica, e persino amore per essa, senza attuarla realmente. Possiamo amare la verità; potremmo provare interesse per l’illuminazione e pensare che essere illuminati e liberi, e rendere liberi gli altri, è una bellissima idea, senza per questo impegnarci necessariamente a raggiungerla. Avere interesse e amore per la pratica non vuol dire automaticamente praticare in modo continuativo.

Per riuscirci, l’anima deve maturare finché il desiderio d’illuminazione non comincia a esprimersi attraverso il centro della pancia, chiamato anche hara o kath, che è il centro in cui si radica la vita reale, il cuore dell’attività che trasforma un’idea o una sensazione in azione e impegno nella vita materiale. È attraverso questo centro che mettiamo in atto le nostre idee e quel che sentiamo. Ciò non significa che dobbiamo provare una sensazione particolare nell’area del ventre, anche se a volte può accadere ma, piuttosto, che le nostre azioni esprimono spontaneamente questa forza, sia essa, o no, percepita nel ventre.

Quando il desiderio d’illuminazione si esprime attraverso il centro della pancia, l’impulso a praticare ha la possibilità di diventare continuo, stabile e impeccabile. Cominciamo a capire di essere noi i responsabili della nostra vita; non nel senso di dover fare qualcosa, ma di riconoscere con gioia qual è la nostra responsabilità. Diciamo: “Sì, questo è ciò che devo fare e, nello stesso tempo, ciò che voglio fare”. Il centro della pancia rafforza il significato che diamo a frasi come “praticare è importante” e “amo la pratica”, che vogliono dire “io pratico realmente”.

L’esperienza diretta del desiderio d’illuminazione nel centro della pancia è, quindi, la pratica continua: mettere, cioè, continuamente in atto la pratica che seguiamo, le cose che abbiamo compreso e le realizzazioni che abbiamo conseguito. È contemporaneamente la spinta alla pratica e la pratica effettiva. Chiamo “spinta” questo impulso nella direzione dell’illuminazione perché è innato e dinamico, e questo dinamismo si manifesta come un flusso, un movimento, una forza poderosa che si muove e fa muovere le cose.

Quando la spinta all’illuminazione si risveglia nel centro della pancia, siamo naturalmente e spontaneamente orientati verso la pratica. Anche le spinte istintuali (sociali, sessuali e l’istinto di sopravvivenza) hanno origine nel centro della pancia. Sono forze potentissime che ci muovono senza alcun intervento conscio del pensiero e senza alcuna volontà deliberata di partecipare al movimento: le seguiamo perché provengono direttamente dal centro della pancia. Allo stesso modo, quando il desiderio di verità proviene dallo stesso luogo, cerchiamo semplicemente di soddisfarlo. La spinta alla liberazione diventa diretta, naturale e immediata; quando il dinamismo dell’Essere è la sorgente della nostra motivazione, si esprime nel potente impulso a praticare e nell’attività diretta della pratica.

All’inizio di ogni via o di ogni lavoro interiore scopriamo che la pratica è fatta di attività formali: recitiamo il dhikro dei canti, ci impegniamo nella meditazione o nella ricerca. Poi, con la maturazione della pratica, cominciamo a comprendere che essa è uno stile di vita, un modo di vivere. È il nostro Essere che vive la propria vita e mette in atto le proprie dinamiche. La pratica è l’Essere che si manifesta rivelando le proprie possibilità nel suo stesso dinamismo. Questa comprensione della pratica è al di là della mente e della sua influenza su di noi.

Dalla prospettiva della realtà

Dalla prospettiva della realtà, la pratica non è più sperimentata come mossa da una motivazione esterna, e neppure interna. La vera pratica nasce più nel profondo, nell’interiorità, ed è più simile ad un impulso che ci sollecita consciamente o inconsciamente. Quando il desiderio d’illuminazione si attiva nel centro della pancia, la pratica diventa il nostro principale interesse, ci piace, diventa essenziale. La spinta verso la verità è simile all’istinto di sopravvivenza. Vi accade di dimenticarvi ogni tanto di sopravvivere? No, è impossibile. L’organismo è continuamente al lavoro per assicurare la sopravvivenza. Non abbiamo bisogno di pensarci e non dobbiamo nemmeno essere d’accordo. E una seconda natura. Dalla prospettiva dell’illuminazione, lo spirito si impegna nel lavoro spirituale come se fosse anch’esso una seconda natura. Vivere dalla prospettiva della pratica significa che essa è una nostra seconda natura.

Il desiderio d’illuminazione è l’illuminazione che si manifesta come impulso. È la Vera Natura che si esprime liberamente come stimolo a manifestare l’illuminazione. È la Vera Natura che si esplicita in noi come particolare maturazione della nostra anima. Come si vede, sto offrendo una visione della pratica molto ampia. Vera pratica significa fare in modo che la realtà si esprima completamente in ogni nostra esperienza. Vuol dire che i nostri interessi e il nostro orientamento portano a una chiarezza, a una profondità e a un perfezionamento sempre maggiori.

Alcuni dicono: “Non occorre seguire alcuna pratica, perché le cose accadono da sole”. È vero che le cose succedono, ma in parte ciò avviene perché siamo partecipi del loro accadere, cosa impossibile senza il nostro coinvolgimento. Pratica significa che le cose succedono e producono un effetto su di noi, suscitando il nostro interesse perché possono insegnarci qualcosa. E in atto una dialettica tra la mente, la coscienza, il cuore, la nostra vita e le cose che accadono. Impegnarci in questa dialettica è la pratica. Per esempio, sedendo e praticando la concentrazione meditativa, che è un’attività formale, è possibile concentrarsi solo se si è motivati dalla spinta all’illuminazione. Altrimenti, ci lasceremo distrarre da molte altre cose, che possono essere indubbiamente interessanti. Se, però, il desiderio d’illuminazione è attivo nel centro della pancia, ciò che vogliamo più di ogni altra cosa è praticare la concentrazione.

Quando arriva una distrazione, ne siamo consapevoli e recuperiamo subito la motivazione necessaria a tornare concentrati, non perché ci sentiamo obbligati, ma perché lo desideriamo in un modo che va al di là della nostra stessa volontà: l’intenzione di rimanere concentrati nasce dalla pancia.

La manifestazione centrale del desiderio d’illuminazione non è semplicemente la percezione di questa forza dinamica. Il desiderio si manifesta come l’effettivo impegno a seguire il sentiero, a sperimentare la prospettiva della verità e della realtà; non solo, si manifesta anche come cura ininterrotta, come pratica continua, che è la reale manifestazione della spinta verso l’illuminazione. In genere, percepire questa forza dinamica ci stimola alla pratica, ma non equivale ad essa. La pratica e l’impegno sono il desiderio d’illuminazione in azione, che si esprime attraverso l’anima individuale per attualizzare le potenzialità dell’Essere.

Quando la nostra pratica diventa continua, comprendiamo che tutte le circostanze della vita sono occasioni per praticare e che tutto quel che facciamo nella vita fa parte della pratica. Ciò non significa che dobbiamo rimanere concentrati sul centro della pancia per l’intera giornata, ma che anche fare la doccia si può vedere dalla prospettiva del desiderio d’illuminazione, nel senso che anch’essa è un’esperienza di apprendimento e di crescita. Non ci stiamo solo lavando, perché anche lavarsi è un’espressione del desiderio d’illuminazione, del riconoscimento che la realtà è bellezza, è apertura alle potenzialità dell’Essere. Vediamo che il desiderio d’illuminazione è la forza dinamica dell’Essere che si manifesta in noi come interesse, amore e genuina motivazione a fare pratica, per liberare noi stessi e gli altri. Quando tutti e tre i centri sono allineati, armonizzati, e manifestano il desiderio d’illuminazione, comprendiamo che la pratica è la vita e la vita è la pratica.

Questo testo è estratto dal libro "La Fonte Inesauribile".

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