SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

La foresta che parla: l’Ayahuasca

La foresta che parla: l’Ayahuasca

Scopri l'esperienza da Tania Re nel cuore dell'Amazzonia con la "pianta maestra di visioni" leggendo l'anteprima del libro "La foresta che parla: l’Ayahuasca".

Piante maestre andine e amazzoniche

Quando l'allievo è pronto... incontra il maestro. Anche per me è stato così.

Un giorno, nel 2012, mentre stavo preparando una noiosissima tesi, ricevo una chiamata via Skype da un’amica e collega antropologa che mi chiede di aiutarla a far sì che il maestro Flores, uno sciamano di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare, incontri durante il suo viaggio in Italia dei colleghi medici con cui dialogare.

La richiesta mi pare bizzarra: uno sciamano che vuole incontrare dei medici? Per confrontarsi su che cosa? Sulla cura? Com’è possibile mettere intorno a un tavolo uno sciamano che viene dall’Amazzonia e un chirurgo? Queste domande continuano ad affiorare nella mia mente, così numerose e senza risposta che alla fine trovo la scusa di dover terminare la tesi in un tempo troppo breve per potermi dedicare ad altro.

Chiudo la telefonata e continuo a scrivere, ma qualcosa non va.

Io ho avuto la possibilità di viaggiare fin dall’età di 18 anni, di scoprire le terre sudamericane, i sistemi di cura lì praticati. Questa può essere l’occasione perché anche altri, qui in Europa, possano beneficiare della presenza di un maestro peruviano testimone di una tradizione di cura millenaria.

Richiamo la mia amica e le dico che mi darò da fare per organizzare questo incontro tra la medicina tradizionale e quella occidentale. Lei commenta, lapidaria: «Le piante così hanno detto».

Le piante di solito non parlano, o quantomeno a me non hanno ancora parlato, però, chissà: magari Flores sa parlare con le piante... Se si può comunicare con un animale, forse è possibile farlo anche con un vegetale?

Ho organizzato conferenze sulla salute per anni, ma mai è stato così facile come quella volta: nel giro di un quarto d’ora tre incontri vengono fissati in altrettanti rinomati luoghi italiani. Addirittura uno avrà luogo nella prestigiosa aula magna della Facoltà di Medicina di Firenze. Incredibile!

Giugno arriva e gli incontri si rivelano densi di storie, di domande, di immagini di alberi millenari e di cure tra uomini e piante. Flores e i suoi incantano cuori e menti e mi invitano a visitare la loro casa e il loro centro di cura. Mi pare l’inizio di un sogno.

Calderòn de la Barca ha scritto La vita è sogno: per alcuni popoli tradizionali, la “vera” vita è quella vissuta nel sogno, mentre la vita “reale” altro non è che un’ombra del sogno.

 

Amazzonia

 

In viaggio verso l’Amazzonia

Il mio viaggio verso l’Amazzonia non finisce più: un volo per Lima, un secondo volo, e poi un tragitto in auto lungo strade polverose fino ad arrivare a un fiume, da cui continuo in barca e, infine, a piedi...

Visti dall’alto, i fiumi amazzonici assomigliano a grandi serpenti, sono marroni e sinuosi e si muovono lenti, popolati da animali e mangrovie che ne costeggiano i bordi. Per arrivare a casa Flores e al suo centro di cura chiamato Mayantuyacu, è necessario percorrere il fiume per mezz’ora e poi camminare per alcune ore nella selva: è per me il primo incontro con gli alberi millenari, con farfalle di un azzurro mai visto chiamate Morpho che amano nascondersi e farsi rincorrere come piccoli spiriti. La temperatura supera i 30°C e il tasso di umidità è altissimo. Finalmente ecco Mayantuyacu. Dalla cima della collina, lo vedo stagliarsi all’orizzonte, circondato da una nuvola di vapore prodotto da un fiumiciattolo che scorre lì accanto e che raggiunge temperature che oscillano tra i 50°C e i 95°C.

Il vapore acqueo tiene lontane le zanzare, a tutto vantaggio della permanenza di chi vi si reca alla ricerca della cura.

Decido di tenere un diario per raccontare ciascun momento di questa nuova, straordinaria avventura. Oltre a me, ci sono, lì, altri quindici non nativi: alcuni malati, altri sono ricercatori dell’Università di Dallas che stanno studiando la sorgente geotermale e il “fiume che bolle”.

Dovrò ritornare a carta e penna: ho lasciato il computer in Italia.

I giorni scorrono lenti, dormiamo tutti in piccole strutture collocate intorno alla maloca, uno spazio elicoidale dedicato alle attività rituali e di cura.

Nei giorni successivi, Juan Flores mi insegna quali sono le piante che, da migliaia di anni, vengono utilizzate nella tradizione degli Ashanika, l’etnia a cui appartiene. Flores è un maestro come lo era suo padre, e la conoscenza, come avviene nelle medicine tradizionali indigene, si tramanda oralmente.

Calpestare un metro quadrato di terreno significa schiacciare contemporaneamente un centinaio di specie vegetali diverse che potrebbero essere selezionate e preparate nel “laboratorio” di Mayantuyacu, che assomiglia a... una cucina.

Alcune delle piante servono per il mal di testa, altre per cicatrizzare le ferite, una ha salvato il maestro da un’emorragia causata da una trappola posizionata nella selva dai bracconieri.

 

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Ayahuasca

L'Amazzonia è la più grande farmacia a cielo aperto che il genere umano possieda e sempre di più il progresso ne sta mettendo a repentaglio il patrimonio. Il polmone della Terra rischia l’estinzione per l’avidità del mondo da cui provengo e, nonostante ciò, i suoi custodi, tra cui Flores, condividono con me il loro sapere millenario. Anzi: che questa condivisione fosse necessaria è stato deciso proprio dalle piante, dice Juan. Ma com’è possibile questa comunicazione tra specie?

Juan mi sorride come si sorride a un bambino che ti fa una domanda ingenua, e mi dice: «Ci sono piante che sono piante maestre, in grado di farti conoscere le proprietà e le caratteristiche di tutte le altre». La mia mente occidentale in quel momento vacilla, ma cresce in me la curiosità e decido di partecipare alla cerimonia con l’Ayahuasca, una “pianta maestra di visioni”.

Viene utilizzata anche nei riti di iniziazione degli adolescenti, perché è capace di mostrare loro la conoscenza che può essere utile nella vita presente e futura.

Partecipo alla prima cerimonia quella sera stessa. La luna rischiara il buio che, quando il generatore del centro di Mayantuyacu viene spento, s’impadronisce del luogo. Le ombre delle piante assumono forme nuove e tutto sembra animarsi dello spirito della notte.

La cerimonia inizia con un rito di purificazione con una pianta dal legno odoroso il cui fumo viene sparso all’interno della maloca.

Tutti siamo seduti in cerchio all’interno della maloca, in silenzio.

Nel buio si alza la voce di Flores che canta Yicaro, ossia la vibrazione propria di ciascuna pianta. La pianta maestra delle visioni è in realtà un liquido che sa di liquirizia e che egli porge a ciascun partecipante all’interno di una piccola coppa.

Quando tocca a me, decido di essere una testimone esterna e non bevo nulla, fedele al mio taccuino verde e alla penna, per tracciare il ricordo di questa esperienza. Sceglierò invece di partecipare alla prossima occasione.

Essa si presenta dopo un paio di giorni. Quando mi viene data la piccola coppa, socchiudo le labbra, bevo e penso: «Ho sempre odiato il gusto della liquirizia».

C’è un silenzio quasi irreale, i suoni della foresta echeggiano, la luna filtra con i suoi raggi argentei e il mormorio del fiume bollente continua ad accompagnare la notte. Quando Juan intona il canto succede qualcosa di particolare. Dalla maloca, nel buio della notte, emerge davanti a me una forma toroidale che mi si avvicina, quasi a invitarmi ad attraversarla... Chiudo gli occhi. Mi avvicino, sempre rimanendo seduta, e il mio corpo percepisce per alcuni istanti un risucchio. È come se le mie cellule venissero strizzate dentro uno spazio angusto. Dall’altra parte dell’imbuto apro gli occhi e c’è un’altra visione: è giorno e la natura appare diversa, come improvvisamente animata, vivificata. Rimango consapevole di chi sono e dove sono, ma sempre di più davanti a me cominciano a fluire i fotogrammi di un film: un amerindiano vestito di bianco mi indica la costa ovest degli Stati Uniti, c’è una musica diversa da quella che sentivo prima, forse è il suono del suo flauto ma non ne sono sicura.

 

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Un altro spazio, un altro tempo...

All’improvviso, davanti a me alcune immagini cominciano a prendere forma, come in un viaggio a ritroso nel tempo: vedo un tavolo al quale sono seduti Jung e Einstein. I due stanno pacatamente discutendo di fisica e di sincronicità, e Einstein dice a Jung che il tempo non esiste.

Anni dopo, uscita illesa da un incidente automobilistico negli Stati Uniti, per tenermi buona compagnia e superare lo shock dell’incidente, avrei comprato un libro dal titolo accattivante: Sinchronicity, e nelle prime pagine avrei letto, con un brivido lungo la schiena, del rapporto tra Jung e Einstein, scoprendo che quell’incontro, rivelatomi dalla ayahuasca, in cui Jung aveva discusso con Einstein del tempo e della sincronicità, era davvero storicamente avvenuto.

Oggi posso dire che le immagini della visione hanno profondamente influenzato la mia successiva attività di ricerca. Lo stesso incidente di cui ho appena parlato è avvenuto durante un viaggio in California dettato da quella prima scena a cui avevo assistito: stavo andando a San Francisco per poter incontrare dei ricercatori che erano, e sono tuttora, al lavoro sul tema della coscienza e dei suoi stati, compresi quelli non ordinari.

Ma la cosa più strabiliante, per me, è stata che durante quel primo viaggio oltreoceano mi sono imbattuta nella prova che le immagini della visione amazzonica non erano solo frutto della mia fantasia, ma corrispondevano alla realtà storica.

Se così era, quella sostanza dal gusto un po’ amaro e simile alla liquirizia mi aveva permesso di fare un viaggio nel tempo.

Effettivamente, nel contesto indigeno l’ayahuasca è una “pianta iniziatica” che viene somministrata ai giovani: all’interno di un complesso sistema rituale, essi fanno un “viaggio” non solo nel proprio passato, ma anche nel futuro, il che permette loro, in momenti di crisi di fronte all’avvenire, di vedere qual è la strada giusta.

Queste considerazioni, però, le avrei fatte solo in seguito.

La mia visione non si era limitata alla scena di Jung e Einstein: i fotogrammi si susseguivano come in un film al rallentatore, e le scene erano intercalate dalla comparsa di un quadro grigio, simile allo schermo delle vecchie tv in bianco e nero quando perdevano il segnale; qualcuno di voi ricorderà le zigrinature e il ronzio di fondo che permanevano fino a che non riprendeva la connessione. Quando quella strana tv nel bel mezzo dell’Amazzonia riusciva a “risintonizzarsi”, compariva una nuova scena, proveniente da chissà dove.

Dopo Jung e Einstein era stata la volta di un nautilus (una conchiglia spiraliforme) con accanto la scritta mira la forma, che in spagnolo significa “osserva la forma”.

Quale forma avrei dovuto osservare? All’improvviso avevo udito un rumore di macchinari. Ero sempre consapevole di dove mi trovavo, e non riuscivo a comprendere la provenienza di quel rumore: era frutto della mia immaginazione? Era un’allucinazione? Stavo davvero vedendo un film che qualcuno aveva architettato per me? Nessun tempo per trovare una risposta: il film è tridimensionale, e ora vedo le cose “da sopra”. Sotto di me, una nuova scena: un enorme apparecchio orizzontale, di cui si vede anche l’interno, di forma esagonale. Intorno ad esso si affaccendano molto persone, ma non capisco cosa stiano facendo.

Anni dopo, avrò l’occasione di visitare il C.E.R.N. di Ginevra, dove vengono studiate le particelle subatomiche e il famoso bosone di Higgs, e mi renderò conto di aver visto dall’alto, durante la visione, proprio un acceleratore di particelle, di cui all’epoca ancora non conoscevo minimamente l’aspetto.

 

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Scene interessanti

Tutte le scene della visione furono interessanti, le cose più interessanti che avessi mai visto.

Ad un certo punto, sempre all’interno della visione, la scena si spostò in un ambiente montano; le immagini andarono definendosi fino a permettermi di riconoscere il profilo della montagna sacra, il Machu Picchu che già anni prima avevo avuto modo di visitare.

Ma la scena me lo mostrava in un tempo passato: una piccola donna indigena vestita di bianco, molto giovane, poco più che bambina, camminava sul bordo di una sorta di cratere, in attesa di essere sacrificata ad una qualche divinità.

Dopo la permanenza a Mayantuyacu, facendo tappa a Lima sulla via del ritorno in Italia, verrò invitata a cena da una signora, attraverso un’amicizia comune. Quando la donna si presenterà sull’uscio di casa per accogliermi, non potrò credere ai miei occhi: la stessa donna della visione, con qualche anno in più. Stupefacente, davvero incredibile!

Questa è stata la prima volta in cui mi sono trovata di fronte a qualcosa a cui nulla, nei miei studi, mi aveva preparata. Le immagini della visione prendevano forma nella mia quotidianità, nella realtà... Qualcosa di incredibile per me, ma qualcosa di naturale all’interno della cultura che lo aveva prodotto.

Tornando alla visione, dopo la scena del Machu Picchu comparvero altre persone che, come me, si trovavano nella maloca in quella splendida notte stellata amazzonica.

Vedere “il film” di quelli che si trovavano in quel cerchio con me fu ancora più sorprendente: era dunque possibile in qualche modo sintonizzarsi sul... loro canale, sulle loro visioni!

Era come essere dentro una clessidra in cui la sabbia sembrava scorrere lentissima, con l’impressione - forse per il buio, forse per quella strana bevanda, forse per suggestione... ma no, non era proprio suggestione - che quello che stavo vedendo fosse più reale della realtà a cui comunemente ero abituata.

Ad un certo punto il mio film comincia a volgere verso la conclusione: le immagini scemano, ma la natura intorno a me è ancora come “animata” da colori vivissimi malgrado il buio. Proprio come se fosse dotata di una vita di solito non percepibile ai nostri sensi. Gli alberi hanno fattezze quasi umane, ciascuno di essi ha un suo carattere particolare: vedo un grande albero marrone, che usa un bastone per battere un colpo vigoroso a terra, quasi a salutarmi: il buio si chiude sull’esperienza, come un sipario.

Nell’oscurità della notte, restano i suoni della natura che continua il suo incessante lavorio: l’acqua che scorre, i primi canti degli uccelli che annunciano il giorno... Tutto intorno a me è vivo, ma pare sgranato rispetto alla percezione che ne ho avuto durante la visione, come se avesse perso quella vita in filigrana. Una prospettiva che fino ad allora mi era stata completamente sconosciuta.

 

 

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Sogno o realtà?

Mi assopisco. Al risveglio, il mattino dopo, mi chiederò se tutto quello che ho visto sia stato “soltanto” un sogno. Ricorda vagamente un sogno, in effetti, ma non lo è. Sarò perfettamente consapevole di aver vissuto quell’esperienza da sveglia.

Shakespeare dice che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Avrà avuto un’esperienza simile, in qualche bosco inglese? Chissà...

Se quest’esperienza mi è ancora oggi di guida nella quotidianità, posso dire che non è stata l’unica: ve ne sono state altre, molto simili, che hanno avuto luogo senza che io avessi introdotto alcuna sostanza nel mio corpo. È come se noi umani fossimo naturalmente predisposti a questo tipo di esperienze a cui, nel corso dell’evoluzione, abbiamo però prestato sempre meno attenzione, fino a dimenticarci che fanno parte delle nostre reali possibilità.

Dopo quella notte, sebbene abbia dovuto affrontare qualche mia resistenza all’idea che tutto quello che avevo visto appartenesse a universo reale, solo di forma diversa da quello comune e non percepibile ai nostri organi di senso “ordinari”, la mia decisione di seguire il cammino della visione è stata irremovibile.

Se qualcuno o qualcosa, o semplicemente la mia mente, aveva proiettato sullo schermo quelle immagini e non altre, queste dovevano avere un significato per la mia vita. Al di fuori del pensiero dicotomico di bene o male, di giusto o sbagliato, ho colto quell’esperienza come una possibilità per affacciarmi a una finestra con un panorama differente.

È stata questa visione a indurmi a scegliere di continuare le mie ricerche nel campo in cui ora lavoro, e al quale questo libro è dedicato. È stato il bisogno di comprendere se davvero la mia esperienza fosse frutto del caso e di una sostanza oppure no a spingermi in California, dove è poi avvenuto l’incidente d’auto e la conseguente scelta del libro che confermava la visione.

È possibile per la coscienza umana programmare questo tipo di esperienze? E il cervello può subire danni, dopo anni di sollecitazioni del genere? A giudicare dall’uomo che aveva officiato quella cerimonia notturna, pareva proprio di no. Nonostante non fosse più giovane, si muoveva come un felino: attento, acuto, con una conoscenza silenziosa dell’ambiente naturale che gli stava di fronte.

Prendendo le mosse da quella esperienza, ho compreso che occorre creare un ponte tra quella realtà antica e i moderni laboratori occidentali in cui si fa ricerca sulle sostanze psicoattive, ovvero capaci di attivare e modificare lo stato psichico, chiamate dalle popolazioni indigene “piante maestre” o “di conoscenza”.

 

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Data di Pubblicazione: 12 agosto 2021

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