SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

Gesù: una conoscenza inedita e rivoluzionaria

Gesù: una conoscenza inedita e rivoluzionaria

Scopri una visione privilegiata e della personalità e della parola di Gesù attraverso gli aspetti meno noti del suo insegnamento attraverso l'anteprima del libro di Daniel Meurois.

Non so più come chiamarti...

Quel giorno regnava una luce ambrata nel giardino della casa di Yussaf; vi entrai misurando i miei passi, consapevole di penetrare in un’altra stagione della vita a me concessa, e che nulla avrebbe mai potuto cancellare. Ancora non sapevo dire il perché, ma avevo il presentimento della portata di quel mio gesto.

La giovane donna che un attimo prima mi aveva accolto scomparve rapidamente, coprendosi i capelli con un velo color della terra, e io mi trovai da solo di fronte a mio zio, ancora incredulo:

«Jeshua... sei proprio tu?»

Yussaf era invecchiato, ma dal vigore del suo lunghissimo abbraccio compresi che aveva conservato appieno la sua presenza e il suo entusiasmo.

Era bello rivederlo così, come una pietra miliare che contrassegnava il mio ritorno a casa.

A casa? Dopo la mia ultima marcia attraverso le colline da Joppe, non sapevo neppure se quella fosse “casa”, tante erano le strade percorse e le contrade che mi avevano segnato, scolpito, gettando in me i loro semi.

Di fronte a Yussaf che mi pressava di domande in mezzo al pianto che non riusciva a contenere, le parole non mi venivano. O meglio, ne avevo dentro così tante che nessuna di esse riusciva a prendere il sopravvento sulle altre, e varcare la soglia delle mie labbra.

Stranamente, però, quella che sentivo non era emozione, o comunque non l’emozione comunemente intesa. Era... qualcos’altro di indefinibile, che scoprivo per la prima volta e che era di certo il frutto della mia recente metamorfosi dentro la Piramide: come una gioia allo stato grezzo, un sentimento puro e intenso eppure distaccato.

Nel giardino, cuore della sua opulenta dimora, lo zio, infine, m’invitò a sedermi su una panca di pietra che stava in un angolo, prima di versarmi personalmente un po’ di vino nella coppa più bella che avessi mai visto.

Era davvero possibile parlare, in circostanze del genere? Erano passati diciassette anni da quando mi aveva affidato, giovanissimo, a Yosh Heram e al deserto... Le sue domande mi scivolavano addosso.

E poi, all'improvviso, sentii il bisogno di guardarlo con occhi diversi, di tuffarmi nelle sue pupille fino a trovare la verità fondamentale della sua anima. Era necessario.

«Yussaf - dissi di nuovo - mi riconosci davvero?»

«No... - mi rispose, dopo una breve esitazione. - No... ma so che non puoi essere altri che tu... Tu, più... più qualcosa che quasi mi fa tremare».

«Un Soffio?»

«Sì, è così...»

«E a causa Sua che sono partito... ed è a causa Sua che ora ritorno...»

Ricordo di aver visto il vecchio lasciare il posto accanto a me, sulla panca, per scivolare lentamente a terra, fino ad appoggiarvi la fronte, afferrando le mie caviglie.

Un uomo assetato di Sole

Lasciai che lo facesse... Quel Qualcosa di cui aveva intuito la natura non riusciva a vedere in lui uno zio, bensì un uomo assetato di Sole, il primo di coloro che occorreva dissetare... così, semplicemente, la mia mano destra si posò da sola sul suo capo, in parte calvo.

Nel compiere quel gesto, non vi era, in me, alcun segno di presunzione: era, in verità, il naturale prolungamento di Ciò che ormai abitava in me, quel Qualcosa che soprattutto non dovevo tentare di imbrigliare.

Se ho avuto un vero e proprio discepolo su questa Terra, è stato proprio il vecchio Yussaf di Ha Ramathaim, l’uomo che aveva fatto sì che il mio lungo viaggio potesse accadere.

Duemila anni dopo, mi pare che le nostre anime si siano dette tutto in quell’istante di silenzio fra noi, mentre la mia mano era sempre appoggiata sulla sua testa: un “tutto” di cui a livello cosciente ignoravamo il contenuto preciso, naturalmente, ma che faceva riemergere la certezza di una complicità profonda, bella e antica nelle nostre vite.

«Alzati, ti prego - dissi, infine. - Parleremo stasera, quando la polvere del turbine dei ricordi si sarà posata».

In quel momento ricomparve la giovane che mi aveva aperto la porta, con una bacinella e una caraffa piena d’acqua. L’usanza prevedeva che, prima di entrare in casa, mi si lavassero i piedi.

«Questa è Marta, una mia nipote - annunciò Yussaf. - E una tua cugina... viene spesso a trovarmi e, come vedi, porta bene il suo nome».

«Ah, è sorella di Eliazar, vero?»

«Come lo sai?»

«Non lo so, lo scopro ora: è scritto tutto intorno a lei».

Per un attimo, vidi Marta alzare il capo in una sorta di moto di dignità.

Poi, evitando di incrociare il mio sguardo, si inginocchiò ai miei piedi. Servendosi del bacile e della caraffa si dedicò a lavarmeli, cosa che veniva fatta con tutti gli ospiti, volendoli onorare.

«Perché tu? - dissi. - Non mi conosci...»

«Ho visto mio zio, e tanto mi basta...»

Marta mi aveva risposto con un tono che tradiva una certa stanchezza, sempre senza guardarmi.

«Mia nipote non ha avuto una vita tanto facile - aggiunse subito Yussaf. - Vive un po’ troppo da sola...»

«Con le pecore, a casa sua, a Betania?»

Pronunciai quelle parole senza neppure riflettere, come se andassero da sé, perché anche quello era scritto nella luce della sua anima.

Yussaf stava in piedi proprio dietro di lei, ora intenta ad asciugarmi i piedi con un telo di lino bianco. L’uomo tratteneva il respiro, con le labbra dischiuse:

«Sì... proprio così. Sì... a Betania».

Betania... Naturalmente non c’ero mai stato, e fino a quell’istante mi ero persino dimenticato che esistesse, ma l’effluvio di quel nome mi diceva che doveva essere un bel posto, con palme da dattero di cui intuivo la presenza.

«E Myriam, cosa fa?»

Questa volta, Marta non potè fare a meno di incrociare il mio sguardo:

«Ci sono tante Myriam...» E con quelle parole, la giovane donna si alzò, scomparendo a rapidi passi dentro casa.

Yussaf sembrava manifestamente in imbarazzo:

«Parla poco, sai... È stata spesso chiusa nella paura. Molto volte, per via dei Romani... i soldati passano sempre per Betania. E naturalmente vanno da lei, e forse, un giorno ti dirà...»

«E il tuo mosaico, c’è ancora?»

Yussaf quasi scoppiò a ridere, chiaramente entusiasta all’idea di cambiare argomento e che io non gli chiedessi nulla di più su una persona che si supponeva non conoscessi neppure.

Bastò quello perché mi pregasse di seguirlo nella fresca penombra della sua vasta casa. Pochi gradini da salire, un vestibolo da attraversare, un bacile di ceramica azzurra, poi stanze, moltissime stanze arredate in modo sobrio ma armonioso... Di tutto questo, non avevo ricordo. L’unica cosa che mi era rimasta impressa, era il mosaico.

Il mosaico

E quello c’era sempre, in fondo ad un corridoio: era inondato dalla luce proveniente da una lucerna sapientemente posizionata, e rappresentava tre colombe, delicate ed eleganti, con un palmizio sullo sfondo.

Contrariamente a quello che per anni, immaginandomi quella scena, avevo pensato, non provai alcuna emozione particolare: mi sentivo meravigliosamente felice di trovarmi lì, semplicemente, a respirare la dolcezza dell’istante presente, ma non vi era nulla che potesse scuotermi. Non ero più lo stesso di prima...

Abitavo pienamente il mio corpo, e tuttavia in me esisteva uno sguardo che percepiva tutto da una prospettiva ignota fino ad allora, e la cui lucidità sembrava prendere il sopravvento su ogni altra cosa...

Poi, all’improvviso, mentre ancora fissavo quelle spettacolari colombe, la voce di Yussaf mi chiamò, velata di turbamento:

«Perdonami... dimmi... non so più come chiamarti...»

«Ma... non sono forse Jeshua?»

«No... non del tutto, non riuscirei più a chiamarti così. Non è più possibile...»

«Neppure se te lo chiedo io?»

Non ottenni risposta. Facevo davvero così tanta paura? Essere rivestito di Sole portava dunque a questo, ad una differenza sempre maggiore destinata a diventare un baluardo? Oh, se solo in quell’istante avessi potuto ritirarmi a pregare...

Mentre seguivo Yussaf che mi mostrava le ultime stanze di casa sua, in quel momento pensai che con tutto ciò che era accaduto, e qualsiasi fosse il prezzo da pagare, io volevo rimanere un uomo, e continuare a chiamarmi Jeshua...

Fu questo pensiero, questo desiderio, o meglio questo slancio di semplicità a farmi salire dentro un’ondata possente di tenerezza? Certamente, perché quando giunsi in cima alla scala di pietra che dava sui tetti e sulla terrazza, non potei fare a meno di abbracciare forte Yussaf.

«Allora... Jeshua va bene?», gli dissi.

«Se ci tieni... Però...»

Qui, sei a casa tua..

E devo dire che quel “però” rimase sempre come un sospeso tra noi, stigma discreto di una solitudine che avrei dovuto vivere fino in fondo.

Il resto della giornata e la serata trascorsero in una tranquilla condivisione che fu pura gioia. Yussaf mi confermò che mio padre se n’era andato, e mi disse della dignitosa forza di mia madre. La conversazione procedeva spedita e senza sforzi da un ricordo all’altro, e Marta, invitata a sedersi con noi, si dimenticò addirittura, tra un frutto e l’altro, di trattenere il sorriso.

Era ormai molto tardi quando Marta e i tre domestici di casa si ritirarono per la notte. Era certamente l’istante che Yussaf aspettava. Gettò un pugno di erbe essiccate a consumare sulle braci, un’antica usanza...

«Rimarrai con noi per qualche settimana? Hai viaggiato così tanto... E qui, sei a casa tua...»

Gli presi la mano e dentro al suo palmo poggiai la mia, aperta, a palmo in su.

«Guarda... dai miei primi giorni in questo mondo, sai meglio di chiunque altro che cosa c’è scritto qui, fra le linee... Che cosa pensi che io debba fare? Mi concedo tre giorni, Yussaf, tre giorni per riarmonizzare il mio corpo al canto di questa terra. Non di più, perché poi...»

«Poi?»

«Awun me lo dirà...»

Già il giorno dopo, proprio come avevo in mente, incominciai a camminare per la città: Gerusalemme non era più quella dei miei ricordi di adolescente; e forse non lo era mai stata...

Nel groviglio delle sue stradicciole, sulle sue minuscole piazze e persino sul sagrato del Tempio, la bellezza che i miei occhi di tredicenne le avevano attribuito aveva cambiato nome: ora si chiamava “seduzione”, ma ne avevo anche scoperto la durezza.

All'inizio mi chiesi se essa fosse dovuta alla presenza dell’esercito romano, che ora mi sembrava aumentata; però, no... Sentivo che quella durezza accompagnava piuttosto il restringersi delle porte dell’anima di un popolo. E perché mai quelle porte si restringevano? Le stesse anime non lo sanno. In verità, ciclicamente gridano che una mutazione è urgente, ma ne rifiutano gli effetti: hanno paura.

Ho ancora il ricordo di quell’intero pomeriggio che trascorsi seduto in disparte davanti al grande Tempio, ad osservare l’incessante passaggio della gente. A parte qualche rara eccezione, non vidi altro che l’espressione di tutti i possibili commerci dell’umanità.

Una mutazione? Mi chiesi... Sì, era urgente... ma una mutazione non è solo cambiar pelle. Le cose superficiali non possono soddisfare la coscienza, che ha bisogno contemporaneamente di tutto: del vomere dell’aratro, del fiato del seminatore, dei semi, dell’acqua e del fuoco.

In quei momenti ero ben lontano dall’ardore; ero invece di una serenità infinita, e vedevo chiaramente che sarebbe toccato a me essere contemporaneamente tutto questo, che quello sarebbe stato il mio compito, l’unica vera ragione non soltanto del mio ritorno, ma della mia stessa vita, e che il dubbio non mi era concesso.

Dopo il tramonto e dopo la cena, Yussaf cercò maldestramente di afferrarmi per le braccia:

«Sai, ora ho una figlia. L’ho adottata poco dopo la tua partenza. Suo padre, che era un mio amico, è morto, insieme alla moglie durante le sommosse. Poi, ecco...»

«È quella di cui hai continuamente il nome in mente, vero? È Myriam?»

Il nome di Myriam mi era di nuovo comparso davanti, come il giorno prima, senza ragione apparente.

«E in questo momento si trova a Migdel?»

Avevo l’impressione che le parole continuassero a formarsi da sole nella mia bocca, come l’estensione di uno sguardo o di una conoscenza che ancora non padroneggiavo.

«Ti hanno parlato di lei?»

«No, Yussaf...»

Non volli aggiungere altro, perché era chiaro che si trattava di un argomento delicato, forse addirittura doloroso. In realtà, vedevo benissimo in che situazione si trovava questa Myriam adottata da mio zio: aveva sposato un uomo che beveva, un uomo violento, da cui aveva avuto un figlio; e aveva finito per scappare con il bambino... Potevo immaginare quale reputazione questa fuga le fosse valsa, e quale dolore provasse Yussaf.

«Tutto accade per una ragione - dissi semplicemente, tanto per chiudere il discorso. - Dunque tutti abbiamo il nostro giusto momento per passare dalla notte al giorno...»

Come mi ero prefisso, trascorsi altre due giornate piene a Gerusalemme, assorto nelle mie osservazioni e nelle mie riflessioni. Volevo capire meglio che cosa stesse accadendo a tutte le anime che vedevo agitarsi, e di che cosa esse avessero bisogno.

La natura della loro prigione, pur con sfumature diverse, era la stessa che avevo constatato ovunque, altrove. Era essenzialmente intessuta di egoismo e orgoglio, e in essa le persone vivevano sole pur in mezzo alla folla, malgrado tutte le offerte al Tempio, tutte le preghiere, tutte le negoziazioni. E il tutto era avvolto nel gioco della sottomissione, dei compromessi, delle piccole rivolte e dell’avidità. Era l’universo del sonno: né veramente cattivo, né veramente buono...

Avrei potuto volgergli le spalle, ma in me c’era così tanto fuoco che, al contrario, ringraziai queste anime, complici di quell’universo, perché la loro cieca sofferenza e il loro smarrimento mi avevano spinto a crescere sempre di più, a ricordarmi, a fare appello a mio Padre perché scorresse nelle mie vene...

Quelli erano i miei pensieri il mattino della mia partenza, quando presi la strada per Betania. Ero in compagnia di Marta che ne approfittava per tornare a casa. Marta cavalcava una mula; quanto a me, Yussaf mi aveva regalato dei sandali nuovi e un po’ di denaro per facilitarmi il ritorno.

Avevo accettato il tutto di buona grazia, secondo il saggio principio per il quale non ha senso cercare di camminare sull’acqua quando esiste un ponte che attraversa il fiume.

«E ora che farai? Tornerai al tuo villaggio?» mi chiese Marta, quando l’ebbi accompagnata fino alla porta di casa sua.

«Andrò, per cominciare, a salutare mio cugino Yo Hanan. Yussaf mi ha detto che predica l’Onnipotente nel deserto praticamente come un folle, e che ha molti discepoli. Dunque, siccome a me piacciono i folli...»

«Si dice che in questo periodo si trovi dalle parti di Sokuk, là dove il fiume si getta nel Mare salato...»

Lasciai Marta su queste riflessioni, certo che avesse un suo posto sulla strada che incominciava a tracciarmisi davanti. Ci saremmo rivisti, era scritto da sempre...

Certamente sarei ritornato al villaggio, avrei rivisto gli occhi di mia madre, quelli di Giuda, e quelli della “piccola” Sarah, e di tanti altri ancora... Tuttavia, da molto tempo ormai la mia vita accoglieva una Volontà che la trascendeva, e che mi faceva sentire l’urgenza di compiere certe cose prima di altre.

Yo Hanan... una sorta di voce interiore m’ingiungeva di andare subito da lui.

Così, dopo essermi rapidamente dissetato al vecchio pozzo di Betania, imboccai con passo deciso il sentiero che attraversava le colline desertiche in direzione della riva del Mare salato. Non era altro che un ulteriore viaggio solitario fra i sassi e la sabbia, un’altra notte a contemplare il più a lungo possibile i milioni di diamanti della volta celeste, avvolto nel mio mantello di lana grossa.

Il giorno seguente, coperto di polvere, giunsi ad uno strapiombo roccioso da dove lo sguardo poteva abbracciare buona parte della vasta e scintillante distesa del Mare...

Un beduino con tutta la famiglia aveva piantato la tenda da quelle parti: andai da loro. Nel deserto, un’anima sempre saluta un’altra anima, non fosse che quella di una piccola volpe o di un falco.

Il beduino, un po’ diffidente e con il bastone in mano, fece qualche passo verso di me:

«L’Eterno sia con te... vuoi acqua?»

«Siamo sempre in cerca di acqua su questa terra... ma io voglio soprattutto imboccare il sentiero più breve per Sokuk...»

L’uomo per un attimo esitò:

«Sokuk? Dicono che non aprano la porta a nessuno, di questi tempi... Certamente a causa di quell’uomo di cui non vogliono sentir parlare, che attira così tanta gente. Diffidano di lui... allora, a meno che non cerchi proprio costui, vai altrove...»

Non era necessario che mi dicesse altro. Lo ringraziai e presi la via che m’indicava. Di acqua ne avevo ancora.

Ben presto, sotto un sole bruciante, raggiunsi le rive del Mare salato e lasciai che i miei piedi giocassero nelle acque che parevano olio, per pura gioia... poi costeggiai il mare verso sud, fino a quando, un po’ più in alto, vidi un insieme di edifici: mura color terra, alberi striminziti... Sokuk!

Il ricordo dello sguardo di Yosh Heram riemerse immediatamente. Non era forse con lui che, un tempo, avevo varcato le porte del monastero? Un ricordo toccante, e forse anche un po’ doloroso... anche se, a ben pensarci, no, non era doloroso, non lo era più.

In verità, compresi in quel momento che un vecchio automatismo aveva all’improvviso cercato di infilare in me quella parola, ormai svuotata del suo significato: un riflesso che risaliva a prima della mia metamorfosi, come un ultimo schizzo di schiuma venuta dal passato.

A dire il vero, fu più che altro con il sorriso sulle labbra che mi soffermai a contemplare il profilo color ocra delle mura di Sokuk. Yo Hanan era forse lì, da qualche parte?

Malgrado le parole di Martà e del beduino, qualcosa di profondo mi diceva che non era così... e tuttavia, bisognava che ci andassi. Un senso di perfetta appropriatezza mi ci spingeva...

Data di Pubblicazione: 31 ottobre 2018

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