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Gli animali: come comunicare con loro

Come comunicare con gli animali

Scopri come Andrea Contri ha iniziato il suo percorso di connessione e di comunicazione con gli animali leggendo l'anteprima del suo libro.

Regeus, il mio primo insegnante

Ero ormai giunto al mio ultimo giorno di permanenza in Africa e già con una profonda nostalgia stavo preparando la valigia per rientrare l’indomani in Italia.

Alla sera ebbi l’onore di trascorrere una serata in compagnia di Linda, in un pub a poca distanza dalla riserva. Si trattava di un delizioso locale tutto in legno, con gli sgabelli del bancone ricavati da antichi tronchi foderati di stoffa; la parete del bar era tappezzata di banconote provenienti da ogni parte del mondo, tra cui non poteva mancare quella di lire italiane.

La vista che si godeva era davvero suggestiva: il locale si affacciava su una palude caratterizzata da una fitta vegetazione, dove i bufali venivano ad abbeverarsi. La serata era estremamente piacevole e potendo godere della compagnia di Linda iniziammo a parlare delle nostre esperienze.

Ero sempre stato attratto dal suo grande carisma, e volevo sapere da dove nascesse la sua dedizione per i leoni bianchi. «Che cosa ti ha spinto a trasferiti in Sudafrica e abbandonare la tua vita da occidentale?» chiesi a Linda senza troppo pensarci su. «Vieni, Andrea». Linda si alzò e si diresse verso la staccionata che affacciava sulla laguna. Guardando il cielo iniziò il suo racconto:

«Era il 10 novembre del 1991 e con degli amici ci eravamo inoltrati nella savana per passare una serata in compagnia, quando sentimmo un ruggito provenire dalla vegetazione. I ruggiti mutarono e si fecero più urgenti e forti; c’era la concreta possibilità che una leonessa in gravidanza avanzata, avvistata nella zona, stesse per partorire. Decidemmo quindi di andarcene, ma arrivati vicino ai leoni la nostra Land Rover si ruppe e fummo letteralmente accerchiati da un branco di leoni inferociti senza via di fuga».

«Come vi siete salvati?».

«Quando tutte le nostre speranze erano ormai perse e temevamo il peggio, dall’oscurità una figura si avvicinò a noi passando a piedi attraverso il branco dei leoni».

«Incredibile, chi era? Come è stato possibile?» dissi d’impulso.

«Quella esperienza cambiò per sempre la mia vita. Era una donna di nome Maria Khosa, una sciamana della tribù shangaan: si incamminò tranquillamente attraversando il branco di leoni, e per di più portando sulle spalle un neonato. Grazie al suo gesto fummo tratti in salvo. A distanza di anni tornai laggiù per conoscerla e sapere di più di quell’incontro. Mi disse che era sicura che i leoni non le avrebbero fatto del male e che per questo ci era venuta incontro senza temere né per sé né per il neonato che portava. Mi disse anche che avevo un compito, quello di custodire e riportare in queste terre il Leone Bianco».

Rimasi senza parole. Per un lungo istante mi sembrò che il mondo si fosse fermato. Ero completamente assorto, cercando di pensare razionalmente come tutto questo fosse stato possibile. Ricordo che ero letteralmente perso nel racconto e non riuscivo che ad annuire e continuare a rivolgere il mio sguardo verso Linda e poi verso la buia savana.

A un certo punto, come un lampo a ciel sereno, la mia attenzione fu riportata alla realtà: «Lo sai che si può comunicare con gli animali?» mi disse Linda. Sin da piccolo ho sempre coltivato la passione per gli animali, grazie anche ai bellissimi fine settimana che passavo con i miei nonni: non mancava occasione per portarmi a visitare cani, gatti, e le galline e le mucche dagli zii Nello e Concetta, in montagna, dove tuttora vado e mi perdo, come se fosse la prima volta, ad ammirare le galline che ancora hanno. Devo dire che ho un debole per questo fantastico animale...

Ricordo ancora quella volta che l’elefante dello zoo di Pistoia si mangiò il mio golfino, delicatamente sottratto dalle mani della mia cara nonna Antonietta, o quando portai a casa, una villetta di città, non un cagnolino ma un maialino! Non vi dico la reazione dei miei genitori, visto che all’epoca in casa avevamo già un coniglio testa di leone, due galline francesine e tre tartarughe. Eppure, mai avrei immaginato che ci potesse essere la possibilità di stabilire una connessione empatica e una comunicazione con gli animali. E poi, “come mai si farà?”, mi domandavo.

«Cosa vuoi dire...? Noi possiamo comunicare con gli animali?» ripetei incredulo, ma col cuore già proiettato oltre il muro di scetticismo che la nostra cultura ci ha costruito intorno.

«Sicuro, si può comunicare con gli animali. Io conosco della gente che lo fa», mi rispose con assoluta certezza.

È stato come se il più grande desiderio della mia vita si fosse per un istante concretizzato. La mia mente continuava a ripetere “sì, bello, ma guarda che non è possibile...”, ma avevo deciso di non ascoltarla. In quel momento, sotto il chiaro di luna, in Africa, dopo aver passato un mese straordinario a contatto con i leggendari e sacri Leoni Bianchi, non c’era spazio per la razionalità e questa onda di magia, che mi aveva portato fino all’altra parte del mondo, continuava ad accompagnarmi, come se stessi seguendo un sentiero affascinante di cui nemmeno conoscevo l’esistenza.

Il terzo occhio

«E come si fa? Dimmi, come si fa? Posso comunicare anche io con gli animali? Posso farlo?». Il mio era un vero e proprio fiume di domande che scaturiva dalla mia profonda curiosità verso questo miraggio.

«Devi concentrarti e parlare attraverso il terzo occhio. In questo modo è possibile comunicare con gli animali. Non con la mente, non a parole, ma attraverso il terzo occhio e trasmettendo amore!» rispose guardandomi dritto negli occhi.

«Terzo occhio?!» esclamai, «abbiamo un terzo occhio?». Seppur affascinato, capivo che mi mancavano alcune nozioni fondamentali per seguire il suo discorso. «Il terzo occhio è quello interiore, che abbiamo nel mezzo della fronte», rispose lei prontamente.

Sinceramente questo terzo occhio mi stava creando non poca confusione, riportandomi con i piedi per terra. “Hai visto, Andrea, te l’avevo detto che non è possibile! E poi non hai un terzo occhio. Tutte le persone ne hanno solo due...” ripetevo tra me e me. La mia mente continuava a farsi strada con sempre maggiore insistenza; la mia scimmia impazzita stava creando, ramo dopo ramo, una via preferenziale per allontanarmi da quel momento. Sono sicuro che Linda capì questa mia oggettiva difficolta, ma continuò portando la conversazione verso un linguaggio a me più familiare.

«Lascia perdere il terzo occhio». Il mio smarrimento era assolutamente evidente. «Domani mattina prova a comunicare con i leoni prima di partire. Parlo io con Nicole (un’altra volontaria francese che era da diversi mesi nella riserva) e ti faccio portare dai leoni», mi disse Linda.

«Ma come faccio a parlare con loro» ribadii, non avendo ancora chiaro il processo e consapevole che quei pochi minuti con lei sarebbero stati gli ultimi prima della partenza. Non potevo farmi scappare una tale occasione.

«Prova a chiamarli. Desideralo con tutto il cuore. Chiamali, prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno e ricordati di trasmettere amore. Non avere paura; la paura è l’opposto dell’amore e interrompe la comunicazione! » mi rispose lei, guardandomi nuovamente negli occhi.

Con questa frase si concluse la nostra conversazione e facemmo ritorno al campo base per la mia ultima notte africana.

Il saluto ai due fratelli

L’indomani mi risvegliai nella mia blindatissima cameretta e di primo mattino iniziai a fare i bagagli. Memore infatti delle precedenti visite notturne, avevo saggiamente deciso che di notte avrei tenuto la luce accesa solo il minimo necessario! Dopo aver riposto la maggior parte dei vestiti in valigia mi recai a fare colazione in cucina.

«Buongiorno, Andrea» irruppe Nicole, di rientro dal monitoraggio mattutino. «Mi ha detto Linda che questa mattina vuoi tornare a vedere i leoni. Se vuoi ti ci porto io, li abbiamo appena visti a sud-ovest della proprietà». “Allora è tutto vero”, pensai, Linda diceva sul serio... «Sì, grazie, vengo molto volentieri», e così decisi di mettermi alla prova e sperimentare questa inaspettata possibilità. Salimmo sulla jeep per dare il mio “ultimo saluto” ai due fratelli.

«Ma come mai li vuoi salutare? Cioè, cosa devi fare?» domandò lei, incuriosita. «Vorrei passare ancora qualche minuto con loro. Ti chiedo solo di aspettare in silenzio con me qualche minuto quando avvistiamo i leoni».

Avevo capito che non sapeva nulla di tutto ciò e preferii tenere questo momento così speciale solo per me. Non sarebbe stata in grado di comprendere tutto questo. Finalmente avvistammo i due fratelli, Letaba e Regeus, comodamente sdraiati al sole a una trentina di metri da noi. Spegnemmo il motore e ricordo che iniziai a fissare i leoni. Stavo provando emozioni contrapposte: da un lato c’era la curiosità e dall’altro l’imbarazzo di essere sulla macchina con Nicole, che mi guardava senza capire perché fossimo lì in quel momento, e che cosa stesse accadendo.

Decisi quindi di isolarmi il più possibile da tutto quello che poteva costituire una fonte di distrazione. Appoggiai il gomito fuori dal finestrino e chiusi gli occhi; in fondo non mi sarebbero serviti, se davvero la comunicazione scaturiva dal terzo occhio. Mi concentrai e iniziai a ripetere mentalmente: “Leoni Bianchi vi amo, vi prego, venite vicino a me. Vi amo!”. Questo fu il modo più naturale che trovai per trasmettere amore verso quelle bellissime creature. Continuavo a ripetere mentalmente quelle parole, come fossero un mantra. Di tanto in tanto aprivo gli occhi per vedere se si fosse registrato anche un minimo movimento, ma nulla, i due leoni sembravano dormire, incuranti delle mie parole. Ripresi quindi a riproporre il mio pensiero, ma venni interrotto dalla ricetrasmittente che aveva captato una comunicazione di servizio.

«Puoi chiudere la radio? Non riesco a concentrarmi» esclamai. «Ho bisogno di un paio di minuti di assoluto silenzio». Ricordo che Nicole chiuse la ricetrasmittente senza obiettare; dovevo essere stato particolarmente incisivo. Continuai a ripetere la frase: “Leoni Bianchi vi amo, vi prego, venite vicino a me. Vi amo!” e ad aprire di nascosto gli occhi, ma nulla: i leoni non si erano spostati nemmeno di un millimetro. Ormai le speranze erano minime e sapevo che di lì a poco saremmo dovuti rientrare al campo base. Ripensai quindi a ogni singola parola che Linda mi avevo detto la sera prima. Iniziai a ripercorrere quel sentiero fatto di magia e stupore; decisi di dedicarmi, anche solo per pochi istanti, completamente a loro.

Non avrei più pensato, non importava più se si sarebbero alzati o meno, non avrei più aperto gli occhi. Avrei solo pensato a trasmettere amore ai due leoni, ringraziarli per la bellissima esperienza di cui avevo goduto e, perché no, dirgli che sarebbe stato stupendo poterli vedere da vicino per quell’ultima volta. Ognuno di questi pensieri era come fosse un palloncino che avevo riempito non d’aria ma d’amore. Li tenevo tutti stretti nelle mie mani e lentamente mi lasciai sollevare da terra. Non importava dove mi avrebbero condotto, tanta era la tranquillità e la sensazione di pace interiore che provavo.

Era bellissimo. A un tratto non c’ero più io, non c’erano più i leoni, soprattutto non c’era più il desiderio ossessivo di vedere i leoni muoversi verso di me. C’era solo quel momento fatto di unione e serenità. Rimasi aggrappato a questi pensieri ed emozioni fino a quando, con naturalezza, gli occhi delicatamente si aprirono.

Non stavo più pensando: stavo comunicando

Il mio sguardo era ancora proiettato verso i leoni, anzi no, verso il luogo dove erano i leoni: si erano avvicinati a una ventina di metri al lato sinistro della jeep, quello opposto rispetto a dove mi trovavo. Non ci fu nemmeno il pensiero di dubitare che si fossero mossi perché li avevo chiamati o semplicemente perché avevano deciso di sgranchirsi. Decisi di concentrare i miei pensieri su Regeus, il più poderoso dei due, che si distingueva per la folta criniera che gli ornava il collo. Grazie al mio alto grado di concentrazione ero riuscito a isolarmi completamente dal mondo circostante e a trattenere nella mente soltanto alcuni concetti. “Regeus, amore, ti prego, vieni a mostrarmi la tua bellezza”.

Ero assolutamente immobile, concentrato, a occhi chiusi ed estraniato dal mondo circostante. Nessuna aspettativa, nessun traguardo da raggiungere; solo io e Regeus, solo noi due. Quando riaprii gli occhi mi accorsi che dove avevo lasciato il mio sguardo c’era solo un leone, Letaba, nella stessa posizione di alcuni istanti prima. Cercai allora di individuare Regeus che sicuramente si era andato a rifugiare nella vegetazione; ma di lui non c’era traccia. Fu così che, incrociando lo sguardo di Nicole, che era immobile, completamente in silenzio, capii che qualcosa stava succedendo alla mia sinistra.

Girai lo sguardo e mi accorsi che Regeus era lì accanto a me, a non più di due metri di distanza. È avvenuto tutto in un istante, come se quei secondi fossero durati un’eternità. Il tempo si era fermato: era lui, ed era accanto a me. Il miei occhi erano inondati dalla stupenda luce blu dei suoi. Il sacro Leone Bianco del Timbavati, che avevo sempre ammirato a distanza, era accanto a me, ed era tutto assolutamente reale. Non solo, stava letteralmente avanzando per venire ancora più vicino. Fu in quel momento che mi resi conto che avevo il braccio fuori dal finestrino e istintivamente un senso di terrore mi attraversò la spina dorsale facendomi ritrarre il braccio all’interno dell’abitacolo.

Avevo avuto paura! Questa mia sensazione di disagio era passata istantaneamente anche dentro di lui. Infatti non fece in tempo ad appoggiare la sua enorme zampa a terra per completare il passo che delicatamente la ritrasse e indietreggiò. Aggirò un piccolo arbusto che si trovava accanto alla jeep e lentamente si incamminò verso il fratello. Fu in quel momento che tutto diventò assolutamente chiaro e nitido: mi aveva sentito e aveva risposto alla mia chiamata. Non sapevo come questo fosse stato possibile, ma era accaduto, era lì, accanto a me.

Dopo aver ringraziato i leoni per questo fantastico momento, dissi che potevamo rientrare. «Nicole, per quanto tempo sono rimasto con gli occhi chiusi?» domandai incuriosito.

«Hai dormito per mezz’ora» rispose mentre faceva manovra.

“Come, mezz’ora?” pensai; avrei detto non più di cinque minuti, e poi non stavo assolutamente dormendo ma stavo... sì, esatto, stavo comunicando.

Tornati al campo e finiti i preparativi salutai tutti prima di tornare all’aeroporto. All’ultimo si avvicinò Linda e sottovoce mi chiese: «Allora, sono venuti i leoni? Sei riuscito a chiamarli?». Il suo volto era raggiante e sorridente. Sapeva già la risposta. «Sì, sì, ho chiamato Regeus ed è venuto». Ora eravamo in due a sorridere.

Non ci fu nulla di più da aggiungere; qualcosa era successo quella mattina, qualcosa di magico che mi avrebbe cambiato per sempre la vita. I Leoni Bianchi mi avevano chiamato quando ero in Inghilterra per inviarmi un messaggio: “Si può comunicare con gli animali, tu puoi comunicare con gli animali”. Sarei tornato a casa con il più prezioso dei doni; un piccolo seme di conoscenza che stava crescendo dentro di me. Capii l’importanza di seguire i propri sogni a qualunque costo, anche se questo comporta l’andare fino all’altra parte del mondo.

Negli anni successivi feci ritorno dai “miei” leoni. La struttura cresceva e il programma per i volontari era diventato un vero e proprio campo attrezzato per la loro accoglienza. Parlando con alcuni ragazzi capii che quel posto era realmente magico: infatti, la maggior parte dei volontari che in seguito si erano recati presso il Global White Lion Protection Trust erano stati chiamati dai leoni, ognuno in modo diverso, ognuno con un obiettivo particolare.

Data di Pubblicazione: 8 novembre 2018


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