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I misteri della Piana di Giza

I misteri della Piana di Giza

Scopri i segreti delle origini della nostra Specie nascosti all’ombra della Grande Piramide leggendo l'anteprima del libro di Armando Mei.

La Piana di Giza: dibattiti e contrapposizioni

Descrivere la Piana di Giza è uno degli esercizi più complicati in assoluto. Chi non ha avuto la possibilità di visitare questo meraviglioso angolo del mondo non potrà mai rendersi effettivamente conto della quantità di vestigia che sorgono, in ogni dove. Una miscellanea di monumenti, abitazioni, magazzini, anfratti e pozzi si integrano in un’unica, affascinante, poesia d’altri tempi.

Giza è l’apoteosi del caos, dominata da due tipologie di costruzioni assolutamente diverse nelle fattezze e nelle funzioni: da un lato le Piramidi con i propri mastodontici recinti; dall’altro la Sfìnge con i suoi monumentali templi. Da secoli, questi misteriosi edifìci attirano l’attenzione e la curiosità dell’uomo che, nel corso del tempo, ha cercato di dare un senso compiuto al significato di tanta imponenza architettonica. Sulle meraviglie dell’Antico Egitto ed in particolare sull’area di Giza, sono stati prodotti numerosi trattati e voluminosi libri che hanno spinto i ricercatori fino ai confini della fantasia, pur di proporre un teorema sui misteri che avvolgono la più famosa area archeologica del mondo.

Nonostante ciò, è forte la convinzione che le tante ipotesi, teorie, intuizioni e supposizioni siano alimentate da fattori che non sempre si allineano con le evidenze archeologiche acquisite nel tempo. Ed è proprio la mancanza di uniformità di analisi - probabilmente dovuta in larga parte alla carenza di specifici e omogenei modelli multidisciplinari - che rende sempre meno plausibili le ipotesi formulate sia in campo accademico che, in alcuni casi, in quello cosiddetto “indipendente o alternativo”.

A tal proposito, sento il dovere di esprimere un parere sulla perniciosa questione della distinzione tra “scuole di pensiero”. Si tratta dell’ennesimo artifizio, la cui unica finalità è quella di alimentare la confusione in un contesto sempre più esposto a continue revisioni, nella maggior parte dei casi, prive di attendibilità scientifica. Essa sembra ispirata esclusivamente da contrapposizioni personali più che da un puro senso di dovere professionale.

Un tipico esempio è il contrasto sorto in occasione della presentazione, nel 1993, della Teoria della Correlazione a firma di Robert Bauval. Senza entrare nel merito, è opportuno rilevare come il dibattito si sia sviluppato non certo sui contenuti della proposta dell’ingegnere alessandrino, quanto sulla sua appartenenza a un settore professionale non accademico. Un segnale particolarmente inquietante, dal quale si riceve chiaro il messaggio che nessuno può misurarsi con la Storia, se non è parte integrante di una casta. L’archeologia e l’egittologia in particolare sono diventate un club a esclusivo consumo di un manipolo di burattinai, i quali si arrogano il diritto di voler promuovere teorie sulle origini della Piana di Giza, prescindendo dalle evidenze scientifiche. Alla Grande Piramide, ad esempio, gli egittologi attribuiscono una funzione di tomba, manifestando - come vedremo inseguito - una sostanziale ignoranza storico-religiosa, ancor prima che archeologica, sulle usanze funebri dell’Antico Regno.

Alle soglie del 2019, l’egittologia produce ancora testi accademici dai quali si deducono stucchevoli considerazioni sui metodi di costruzione delle Piramidi, ad esempio, annichilendo le facoltà analitiche anche dei più sprovveduti, i quali non possono non alimentare dubbi in presenza di tanto coacervo di incongruenze archeologiche, storiche e finanche tecniche.

La nobile scienza partorita dalla spedizione napoleonica, quindi, si è ridotta a un concentrato di bizantinismi, allorquando la discussione sul sesso degli angeli è diventata prioritaria rispetto alle delicate questioni che emergono dalle sabbie d’Egitto e che attendono una soluzione scientificamente apprezzabile.

I segreti delle origini della nostra Specie

Il 1993 rappresenta un momento storico fondamentale per lo studio dei misteri di Giza, quando Robert Bauval pubblica la sua Teoria della Correlazione. Per la prima volta nella storia dell’archeologia, una ricerca “indipendente”, scientificamente rilevante, stravolge i canoni precostituiti, rilanciando la possibilità che il passato remoto dell’umanità abbia vissuto ben altre evoluzioni. È proprio in questo periodo che nasce l'ipotesi della correlazione tra le Piramidi e la Cintura di Orione. Essa rappresenta il culmine di un processo di rinnovamento delle metodologie d’indagine applicate fino a quel momento, con l’obiettivo di comprendere l’esegesi che ha portato alla nascita delle civiltà post-diluviane. La Teoria si presenta come uno strumento di esplorazione fondamentale per riscoprire le memorie che la Civiltà delle Piramidi ha tramandato, influenzando il passato delle civiltà note. I risultati hanno messo in seria discussione tutta l’impalcatura accademica, con argomentazioni che propongono un’origine, un uso e una funzione dei monumenti di Giza totalmente differente da quanto sostenuto ufficialmente.

Naturalmente, i tanti Caifa che assiepano le sedi accademiche non hanno potuto resistere a tale oltraggio, esibendosi nel classico “strappo delle vesti”. Ciononostante, la diatriba sull’attendibilità di un enunciato tanto spregiudicato, in aperta contrapposizione con le teorie ufficiali, ha prodotto una breccia profonda nei settori meno oltranzisti. Negli Stati Uniti, ad esempio, docenti universitari quali Robert Schoch e Michael Cremo - per citare i più noti - da tempo sostengono apertamente che, nel corso dei millenni, la Terra è stata abitata da una Civiltà sconosciuta che ha realizzato opere di straordinaria imponenza, disseminate in ogni angolo del pianeta. E, paradossalmente, il medesimo Zahi Hawass, defenestrato “custode massimo” del Supremo Consiglio per le Antichità, nonostante i pubblici reiterati stridii - amplificati dal suo stuolo di giornalisti e operatori tv compiacenti e ossequiosi - pur mantenendo posizioni ufficialmente irremovibili, si è prodigato, in lungo e in largo, ai piedi della Sfinge alla ricerca della famosa “Sala dei Documenti”, la cui esistenza fu rivelata agli inizi del Novecento addirittura dal veggente Edgard Cayce.

La contrapposizione tra scuole di pensiero, dunque, sembra essere alimentata da una subdola “corsa alla scoperta”, dove l’obiettivo non è più il reperto archeologico tout court, bensì i segreti delle origini della nostra Specie.

La partita, naturalmente, si sta giocando proprio all’ombra della Grande Piramide, l’unico monumento che ha rivelato al mondo la propria complessa struttura interna. È il monumento simbolo della diatriba tra scuole di pensiero, incentrata sul furioso dibattimento inerente la sua funzione originaria: tomba o qualcos’altro? La Grande Piramide non è una tomba, per una quantità indefinita di motivazioni tecnico-scientifiche, le quali la pongono in totale antitesi con la civiltà a cui sarebbe attribuita.

Basterebbero alcuni esempi per chiudere la questione. Dall’egittologia, infatti, sappiamo che, quando la Grande Piramide fu progettata, Cheope ordinò che la camera funeraria fosse posta nella parte inferiore dell’edifìcio, dove è ubicata la cosiddetta Camera Sotterranea o Camera del Caos. Per realizzare quest’ambiente, gli operai egizi avrebbero dovuto compiere una delle opere più straordinarie dell’Antichità, ovvero la costruzione del cosiddetto Condotto Discendente. Si tratta di un’opera stupefacente, oggettivamente impossibile da attribuire agli scalpellini egizi, privi di requisiti tecnici e di strumenti idonei per svolgere un’impresa del genere.

Altrettanto interessante è la scoperta effettuata nella seconda metà degli anni Cinquanta dall’astronoma Virginia Trimble e dall’archeologo Alexander Badawy, secondo i quali i condotti costruiti nella Camera del Re e della Regina, all’intemo della Grande Piramide, sono puntati come canne di fucile verso le stelle circumpolari e verso le costellazioni di Orione e del Cane Maggiore.

Questi esempi restituiscono una sola verità, ovvero lo sforzo di cancellare dalla Storia l’esistenza di una Civiltà perduta - distrutta dalle profonde trasformazioni subite dal Pianeta - le cui origini affondano nella nostra protostoria e, ancor peggio, l’impegno di azzerare, per sempre, ogni tentativo di scoprire i fondamenti della Conoscenze scientifiche che la caratterizzavano. Chi ha ideato il complesso monumentale di Giza, infatti, ha integrato nelle proporzioni dei monumenti alcuni fondamenti della Scienza a noi noti, come ad esempio alcune costanti di base della matematica, oppure le nozioni di base del numero adimensionale 137 o ancora i fondamenti del moto astronomico attraverso il Ciclo della Precessione degli Equinozi.

Perché tanto sforzo?

L’unica ragione è giustificata dalla volontà di tramandare ai posteri un Sapere, al fine di non disperdere per sempre i livelli evolutivi raggiunti. La “società degli dèi”, gli artefici dello Zep Tepi, aveva compreso che le future società umane avrebbero potuto conseguire traguardi profìcui, se solo avessero compreso la dinamica delle Scienze. Essa ha cercato di tramandare un messaggio attraverso il simbolismo architettonico il quale, per mezzo dell’osservazione e del calcolo, si trasformato, agli occhi dei moderni osservatori, nella “rappresentazione fìsica” del tempo, inteso come Era Storica.

Una volta risolto il mistero, attraverso l’applicazione sistematica delle scienze, potremmo trovarci al cospetto della Civiltà perduta di Giza. Solo allora potremmo conoscere la relazione che intercorre tra il mito di Osiride, lo Zep Tepi e i fondamenti della nostra evoluzione, un’apparente consecutio temporis che trapela anche dalle pagine di uno dei testi più ermetici dell’Antichità, ovvero il Libro dei Morti egizio.

Lo Zep Tepi rappresenta il Tempo durante il quale le arti e le scienze hanno raggiunto il massimo livello e hanno reso immortale la civiltà che occupava l’attuale Egitto in epoche remote? Rappresenta il momento conclusivo di una delle civiltà più misteriose dell’Antichità, consapevole di essere prossima alla fine e poi distrutta dagli eventi catastrofici a ridosso dell’undicesimo millennio a.C.? È la celebrazione della memoria, il ricordo della comparsa di una nuova specie (quella che l’antropologia definisce homo sapiens sapiens) che ha dominato il pianeta, soppiantando l’ordine naturale costituitosi con le linee evolutive scientificamente accettate?

La sottile linea che separa il Mito dalla Storia emerge, in tutta la sua evidenza, proprio nelle difficoltà di definire in maniera chiara e precisa la sua essenza. Tuttavia, il libro sacro degli Egizi sembra racchiudere testimonianze di eventi remoti che destano curiosità, poiché si caratterizzano per la narrazione di vere e proprie vicende storiche.

Data di Pubblicazione: 29 maggio 2020

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