I Primi Anni - Joseph J. Vitale e Joe Vitale
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I Primi Anni

L'Uomo più Felice del Mondo - Anteprima del libro di Joseph J. Vitale e Joe Vitale

Quando tutto ebbe inizio

Il mio nome è Joe Vitale e sono nato a New Castle, Pennsylvania, il 4 giugno 1925. Il che mi rende un uomo di ottantanove anni adesso e, sapete cosa vi dico? Che mi sento bene...

I miei genitori erano italiani; venivano dall’Italia e parlavano l’inglese a malapena. Quando nacqui io l’infermiera che aveva aiutato mia madre durante il parto mi diede un’occhiata appena venuto alla luce, poi si girò e diede uno schiaffo a mia madre.

Mia madre chiese: “Perché l’ha fatto?”.

Lei disse: “Perché hai dato alla luce un bimbo brutto in questo mondo meraviglioso”.

A ogni modo mia madre mi tenne con sé ed era orgogliosa di me. Grazie a Dio.

Ricordo quando avevo due anni e la prima cosa che imparai fu scendere in cantina con mia madre e con mio padre ad aiutarli. Schiacciavano l’uva per farne il vino e io scendevo giù in cantina a guardarli e mangiavo l’uva. Era la migliore uva che Dio avesse mai messo sulla Terra. Era davvero buona! Guardavo i miei genitori schiacciare l’uva per farne vino fatto in casa; osservavo ogni passaggio. Una volta che era fermentato e pronto da bere i miei genitori ce ne facevano assaggiare un pochino per cena. Non solo ma, ogni volta che stavamo male, i miei genitori scaldavano un po’ di vino. Riscaldavano questo vino fatto in casa e ce lo davano prima di andare a dormire poi ci facevano indossare un paio di calzini per tenere i piedi caldi, un maglione e ci mettevano una coperta in più. La mattina seguente eravamo sani come un pesce. Ecco come ci sentivamo. Quel vino era la migliore medicina, basti pensare che anche Dio aveva il vino!

Non conta dove vivevamo, ma piuttosto come vivevamo!

Nel trascorrere dell’infanzia non imparai soltanto tutto ciò che occorreva sapere sulla produzione del vino, della birra e delle conserve, ma imparai anche un po’ a cucinare. Di solito osservavo mia madre cucinare. Quando cucinava preparava grandi quantità di cibo. In famiglia eravamo in tre maschi più mio padre e i miei genitori adottarono due femmine. Pensavamo che fossero nostre sorelle, ma in realtà erano le figlie di una conoscente di mia madre che, avendo avuto dei problemi, aveva deciso di affidare le due bambine a mia madre; le guardavamo cucinare e imparavamo. Noi imparavamo e tutto funzionava alla perfezione.

Da ragazzo ho imparato a fare il vino, a berlo, a fare la birra in casa, a fare le conserve, a fare le salsicce, a conservarle, a piantare il cavolo e il sedano in autunno per averlo in inverno, ad arare il terreno dell’orto e a piantare gli ortaggi. Ho imparato ad allevare polli e conigli. Tutto ciò ha dato un contributo alla mia gioventù. Per me era come il Paradiso. Non avevamo soldi. Veramente non avevamo neanche un paio di pantaloni buoni senza un buco. Eppure vivevamo bene. Non conta dove vivevamo, ma piuttosto come vivevamo.

Quando avevo tre anni avevamo molta uva perché mio nonno distribuiva l’uva, aveva un camion con cui distribuiva anche carbone;

faceva molte cose con quel camion per guadagnare soldi. Io andavo là e lo aiutavo. Ero capace di aiutarlo o per lo meno io pensavo di aiutarlo. Probabilmente gli ero più d’impiccio che altro. Ma io ci volevo andare a tutti i costi a mangiare l’uva perché ogni anno, quando arrivava, quella era la cena. Io e i miei fratelli mangiavamo una cassa d’uva circa, ma imparavamo alla svelta.

All’età di quattro anni uscivamo nell’orto in primavera e i nostri genitori ci insegnavano a vangare. Chi voleva mangiare nel periodo invernale doveva saper fare l’orto, si conservavano pomodori, peperoni, cavoli e tutto ciò che si può conservare. Anche la frutta, pesche, pere e prugne. Dovevamo imparare ad arare l’orto e coltivare gli ortaggi e ci siamo riusciti. Facevamo dei danni e probabilmente procuravamo ai nostri genitori solo degli affanni mentre cercavamo di metterci in mostra. Avevamo preso un acro di terra in affìtto, dove lavoravamo con le mani e potevamo piantare le patate per avere abbastanza patate per il periodo invernale. Uscivamo fuori e lavoravamo la terra con le mani. Ogni volta che vedevamo un coniglio mettevo giù la forca e davo la caccia al coniglio. Mi piaceva rincorrere i conigli. I conigli sono i miei animali preferiti. Mio padre diceva: “Torna qua, stai perdendo tempo!”.

Ma sapete, a me piacevano i conigli e dovevo rincorrerli a tutti i costi.

Raggiunta l’età di sei anni per prima cosa hanno voluto che rimuovessimo le nostre tonsille, perché a scuola in Pennsylvania volevano che gli alunni togliessero le tonsille - le tonsille e le adenoidi. Non so perché ma in ogni caso ce le hanno tolte e non c’è voluto molto. In poco tempo eravamo già di ritorno a casa, la sera stessa. Quando avevo sei anni, prima di iniziare la scuola, mio padre portò a casa un paio di conigli e un paio di galline da allevare. Li allevava mo per poterli poi mangiare ma anche per avere le uova dalle galline. Ciò che volevamo veramente erano le uova fresche e mio padre si beveva un uovo crudo ogni mattina insieme al suo caffè. Anch’io facevo un buchino sull’uovo ogni tanto e me lo bevevo. Ridevo sempre quando mia mamma andava in cucina a prendere le uova, perché io per scherzo gliele avevo bevute tutte di nascosto senza dirglielo e quando lei le prendeva e le rompeva non cera più niente dentro.

Sapeva quel che avevo fatto e mi diceva sempre: “Joe, perché lo hai fatto?”.

Rispondevo: “Non lo so”. Che belle parole! “Non lo so”.

Gli angeli custodi

Il 18 gennaio del 1936, avevo dieci anni e mezzo. Iniziai ad avere dolori allo stomaco e quando venne a casa nostra, il dottore disse. Questo bambino ha 1 appendicite. Dobbiamo portarlo subito all’ospedale”.

La mia appendice stava scoppiando durante il tragitto e io ero ingestibile. Mi hanno operato e poi fatto un drenaggio per fare uscire quel veleno dal mio corpo, hanno drenato la mia colecisti. Infatti mi tennero in ospedale per ventuno giorni e avevo tre tubi che uscivano dallo stomaco, per drenare tutte le sostanze nocive e farle uscire dal mio corpo. L’unica ragione per cui oggi sono vivo sono i miei angeli custodi.

Vi giuro che i miei angeli custodi erano lì con me la notte perché non avevo mai visto quelle donne prima di allora, ma dopo la mezzanotte apparivano. Stavano sedute lì di fianco al mio letto per un po, mi tenevano la mano e poi parlavano un po’ con me.

So che un paio di quelle infermiere dovevano essere i miei angeli custodi perché le vedevo una volta e poi non le vedevo più per una settimana. Io credo negli angeli custodi. Si sono presi cura di me ed è per questo che sono qui oggi e io ringrazio il Signore per tutto ciò. Ringrazio gli angeli custodi, i medici, le infermiere e le suore che erano lì all’Ospedale di New Castle e che hanno fatto davvero un ottimo lavoro con me. Non potrò mai ringraziarli abbastanza. Grazie a loro ne sono uscito. Sono stato molto, molto fortunato. Mentre ero all’ospedale mi capitò questo episodio. Mi svegliai una domenica mattina e in un angolo della stanza vidi un ragazzo nel letto. Aveva entrambe le braccia ingessate e una gamba ingessata. Chiesi all’infermiera: “Cosa gli è successo?”.

L’infermiera rispose: “Si trovava a bordo della sua motocicletta ieri notte alle due circa insieme ad altri due ragazzi. Vedendo due fari nella notte si immaginò che fossero i due ragazzi che stavano venendo verso di lui con la moto ma purtroppo si trattava di un’auto e così fece uno scontro frontale con l’auto e volò a terra”.

So che doveva essere doloroso per lui, però faceva anche ridere. Perché mai aveva voluto passare tra le due moto? La cosa mi lasciava senza parole.

Non fui promosso a scuola perché avevo trascorso troppo tempo in ospedale a causa dell’appendicite. Ma in ogni caso recuperai durante l’estate.

Questo testo è estratto dal libro "L'Uomo più Felice del Mondo".

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