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I Vangeli: un’Efficace Campagna Pubblicitaria

L'Inganno della Croce - Anteprima del libro di Laura Fezia

Yehoshua ben Yosef e l’avventura di Paolo

Dopo la morte di Yehoshua ben Yosef e l’avventura di Paolo, la storia del popolo eletto, ancora orfano dell’atteso Messia, si intrecciò sempre più strettamente con le vicende dell’Impero romano. E anche quella del cristianesimo.

Fino dal 63 a.C., quando era stata istituita la provincia romana della Palestina, gli ebrei - chi più, chi meno attivamente — si erano ribellati agli invasori, ma nonostante l’opposizione, che in alcuni casi era sfociata nel sangue, i Romani si erano comportati con loro in modo diverso da quanto erano soliti fare con altri popoli. A questo proposito, il professor Kai Trampedach, docente di Storia antica all’Università di Heidelberg, afferma:

«non ci fu nessun altro gruppo etnico dell'Impero al quale i Romani concessero i privilegi che diedero agli Ebrei. Basti pensare che il Tempio di Gerusalemme era l’unica istituzione, assieme al fìsco imperiale, ad avere il diritto di riscuotere tasse. Ma c’è di più: i Romani esentarono gli Ebrei dal culto dell’Imperatore e rispettarono il divieto, imposto dalla religione ebraica, di venerare immagini. Rinunciarono addirittura alla pubblica esposizione delle insegne imperiali a Gerusalemme [...] Non si può quindi negare il fatto che l’autorità romana cercò di venire incontro alle particolari esigenze e alla sensibilità religiosa di questo popolo».

Nel 40, addirittura, quando Caligola, che non è certamente passato alla storia per il carattere conciliante, ordinò di collocare la propria statua nel Tempio di Gerusalemme, pretendendo che fosse venerata come quella di una divinità e minacciò di morte chiunque si fosse opposto, il Sinedrio insorse invocando la Legge mosaica che vietava non solo l’esposizione, ma perfino la riproduzione dell'immagine dello stesso Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (Esodo 3, 6), rispondendo a Gaio Giulio Cesare Germanico, attraverso il legato di Siria, che Roma, prima di perpetrare un simile sacrilegio, avrebbe dovuto passare sui cadaveri dell’intero popolo ebraico. Per loro fortuna, l’imperatore morì l’anno successivo e la carneficina fu evitata. Gli ebrei, insomma, subirono la dominazione senza mai abbassare la testa, continuando ad attendere il Messia che li avrebbe liberati dal giogo ed evitando, per quanto possibile, di mischiarsi agli invasori o di accogliere i loro usi, la loro cultura e i loro dèi, come tanti altri popoli sottomessi avevano invece fatto, forti di un diritto e di una promessa che derivava loro dalla più autorevole delle fonti.

Il professor Trampedach

Afferma ancora il professor Trampedach: «Ci sono molti elementi che distinguono la religione ebraica dalle altre religioni antiche: uno di questi è il fatto che il popolo d’Israele è il Popolo Eletto, un altro è l’attesa messianica. Gli Ebrei sono il popolo di Dio e come tali si devono comportare. Il figlio di Dio verrà e libererà il suo popolo, ma prima della sua venuta il popolo deve, per così dire, fare la sua parte, in primo luogo seguire le leggi divine. Accettare il dominio romano sarebbe stata una violazione della volontà divina».

Trascorsero all’incirca 130 anni, il tempo e la Storia fecero il loro corso, sorse e tramontò, in un tragico epilogo, la stella di Gesù di Nazareth, nel quale erano stati in molti a voler riconoscere il Messia, ma la situazione nelle terre che avevano visto la sua predicazione non solo non accennava a stabilizzarsi, anzi, ribolliva sempre di più. Come già ai tempi di Yehoshua ben Yosef, continuarono a formarsi bande armate di ribelli dedite ad azioni di guerriglia, finché, nel 66, scoppiò quella rivolta che va sotto il nome di “Prima guerra giudaica”. I Romani, lasciato da parte il diplomatico fair play di cui parla Trampedach, reagirono duramente e l’evento bellico si concluse nel 70 con la distruzione da parte delle truppe di Tito, figlio di Vespasiano e futuro imperatore, del Tempio di Gerusalemme, simbolo indiscusso del popolo ebraico. Giuseppe Flavio, che di questa guerra fu non solo spettatore, ma anche protagonista e dalla quale trasse notevoli benefìci, ce ne ha lasciato un preciso (e anche un po’ fazioso) resoconto, nel quale vi sono due affermazioni curiose. Secondo lo storico, infatti, la vittoria dei Romani fu da attribuire ai peccati dei ribelli, che indussero Dio ad abbandonare Israele per Roma; la seconda è relativa, forse, a questo abbandono: poco prima che del Tempio rimanesse in piedi solo un muro, quello che ancora oggi gli ebrei chiamano Muro del Pianto, i sacerdoti udirono «una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: “Da questo luogo noi ce ne andiamo”». Ne parlerò nel capitolo conclusivo..

In ogni caso, fu dopo quella data, certamente fatale per gli ebrei, che videro la luce i primi vangeli canonici, con l’unica eccezione forse - di quello di Marco, che alcuni autori ritengono possa essere stato iniziato in precedenza, tra il 67 e il 69, ma comunque successivamente aH’inasprimento dei rapporti tra Giudei e Romani e la rivolta del 66. Nella migliore delle ipotesi, dunque, il primo vangelo - tra quelli che il Concilio di Nicea, nel 325, dando retta al vescovo Ireneo di Lione, avrebbe avallato come unici autentici fu composto almeno una trentina di anni dopo il sacrifìcio del Golgota, quando, con ogni probabilità, anche Paolo di Tarso aveva già lasciato questa valle di lacrime o era in procinto di intraprendere il suo ultimo, definitivo viaggio e soprattutto in un momento in cui il popolo eletto, o almeno parte di esso, iniziava a ritenere che sarebbe stato più saggio cambiare registro, uscire dall’isolamento e amalgamarsi con il resto del mondo: da protagonista, però, creando, attraverso un sapiente lavoro occulto, un proprio impero.

Realizzare i documenti

Si rese quindi necessario realizzare i documenti per trasformare definitivamente in “storia” tutta la teologia che Paolo aveva iniziato a costruire intorno alla figura di Yehoshua ben Yosef.

Ci hanno indotti a credere che dietro ai nomi degli evangelisti si nascondano singole persone, mentre invece i vangeli furono scritti da più mani e corrispondono a scuole di pensiero, a correnti di un movimento che, pur con qualche differenza al suo interno, aveva unito gli sforzi e appianate le divergenze, animato dal comune intento di vincere. Pur riportando, a volte, episodi identici, infatti, la loro impostazione è diversa ed esistono vicende anche importanti per l’identificazione del protagonista con il Figlio di Dio, che non compaiono in tutti; si pensi, per esempio, alla resurrezione di Lazzaro, presente nel solo Vangelo di Giovanni (Gv 11, 1-53), passo dove troviamo anche quella che viene definita “profezia”, ma che invece suona come una strategia:

«Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo». (Gv 11,47-53)

Questo testo è estratto dal libro "L'Inganno della Croce".

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