SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

Il mito di Ermes Mercurio: l'Archetipo

Il mito di Ermes Mercurio

Scopri le caratteristiche archetipiche, le loro influenze sul tema natale e i tratti caratteristici di mercurio leggendo l'antprima del libro di Lidia Fassio.

La funzione archetipica di Mercurio

Le particolarità di Mercurio emergono già dall’osservazione del suo glifo, che merita almeno un piccolo accenno. È infatti composto da un cerchio - simbolo dello Spirito e della perfezione -al di sopra del quale si appoggia un semicerchio le cui punte, che simboleggiano l’Anima, in questo caso sono rivolte verso l'alto, ovvero verso lo Spirito; infine, in basso, c’è la croce che rappresenta la Materia con le due linee, orizzontale e verticale, a simboleggiare la Mente e il Corpo.

Simbolo Mercurio

Per comprendere in profondità questo archetipo è importante valutare la sua posizione nel cerchio zodiacale, nel quale i suoi domicili (Gemelli e Vergine) si trovano opposti a quelli di Giove e di Nettuno. Mercurio governa le funzioni del lobo sinistro che è logico, matematico e razionale, preposto al pensiero logico causale; Giove governa invece il lobo destro, che è musicale, creativo e geometrico, preposto al pensiero analogico e simbolico; la loro collaborazione dipende delle infinite connessioni che attraversano il corpo calloso, consentendo a ogni individuo di svolgere funzioni altamente sofisticate quali la verbalizzazione, l’apprendimento, il movimento, la capacità di elaborazione delle esperienze, la percezione e altre potenzialità essenziali per la vita. Nel tema natale, il rapporto tra questi pianeti ci permette di comprendere se la coscienza dell’individuo si orienterà verso un approccio alla vita di tipo razionale (Apollineo) o istintuale (Dionisiaco), nella consapevolezza, però, che niente può essere polarizzato in eterno e che dunque tra le due attitudini dovrà instaurarsi un reciproco rispetto in attesa di una possibile collaborazione. Mercurio è la parte razionale della coscienza che cerca di mettere ordine nel caos dell’inconscio, percepito come disorganizzante e generatore di nonsenso, anche se è consapevole che la creatività può nascere solamente dalle emanazioni dell’inconscio: è per questo, quindi, che cerca di incanalare quella particolare energia dandole ordine e direzione.

Nella costruzione dell’Io - vero centro di organizzazione interno - è la funzione mercuriale che si incarica di mettere confini visibili tra il mondo esterno e quello interno, così come tra la coscienza e l’inconscio: questi confini verranno poi resi stabili e difesi da Saturno. Sotto il profilo psicologico, è di estrema importanza il fatto che Mercurio operi la divisione tra soggetto e oggetto, consentendo al bambino di strutturare quel “senso di realtà” che gli sarà utile non solo a confrontarsi e integrarsi nel mondo esterno, ma anche a convenzionarsi su parametri comuni e su regole che permettono di scambiare miriadi di contenuti esterni, tenendoli separati da ciò che arriva dall’interno e dal mondo soggettivo.

Questa capacità di differenziare e discriminare è la base per la strutturazione dell’identità, la quale - dal momento in cui inizia a formarsi - obbliga a vedere il mondo in modo polarizzato: un sopra e un sotto, un bianco e un nero, un dentro e un fuori, un buono e un cattivo. La polarizzazione è tipica dell’apparire della coscienza; l’inconscio si caratterizza infatti per l’unità, mentre i processi di divisione nascono dal progressivo differenziarsi dell’Io dall’unità iniziale.

Avvalendosi delle prerogative di questo pianeta possiamo portare dentro di noi tantissime informazioni, che dovranno poi essere selezionate, classificate, organizzate e messe in memoria. Mercurio, tuttavia, esprime il massimo dell’ecletticità nel suo simbolo di percezione intellettiva: è attraverso questa facoltà che un individuo afferra il mondo esterno attraverso gli organi di senso per poi portarlo dentro di sé sotto forma di input che verranno decodificati e interpretati; tale organizzazione passa attraverso la fitta rete del sistema nervoso che rende possibile sia lo scambio che la connessione e la comunicazione. La locuzione “percezione intellettiva” va dunque intesa come la funzione che consente di catturare informazioni dall’esterno per portarle all’interno, convogliandole fino al centro elaboratore; questo provvederà poi a confrontarle e vagliarle con le esperienze già fatte, al fine di selezionare risposte sempre più appropriate e sofisticate da riportare all’esterno. Il tutto per ottenere un sempre miglior adattamento all’ambiente.

Faccio un esempio banale: se i nostri sensi percepiscono “freddo”, la funzione di cui abbiamo parlato condurrà questa sensazione fino al nostro elaboratore centrale, che la decifrerà dando una risposta adatta a risolvere il problema (nel caso specifico potrebbe essere «mettere un golf» oppure «ripararsi», ecc.).

A noi tutto ciò sembra facilissimo, ma un bambino ha bisogno di tempo per creare i tanti schemi, associazioni di idee e collegamenti che gli occorrono per coordinare ogni cosa - al tempo stesso interpretando anche i messaggi che gli giungono da più parti - e inviare input corretti agli organi che devono provvedere all’azione.

È proprio il simbolo mercuriale a permettere questa impeccabile sequenza, che aiuta a trovare sempre nuovi adattamenti atti a garantire un maggior inserimento nel mondo circostante. Creare nuove connessioni è esattamente ciò che accade anche a livello fisiologico nel nostro cervello, il quale a ogni nuovo input crea altrettante nuove tracce: in questo modo esso amplia e perfeziona le possibilità di creare dei “ponti”, che servono a scambiare sempre più informazioni sia con le altre parti del corpo che con il mondo esterno.

Se Mercurio non riesce a esprimersi perché nel tema è bloccato da aspetti particolarmente difficili, possiamo ipotizzare che il bambino, durante la delicatissima fase evolutiva preposta a sviluppare queste potenzialità, si sia trovato a vivere qualcosa di complicato o difficile, che l’ha obbligato a correre ai ripari trovando forme di “adeguamento”: forme che però, nel tempo, possono compromettere in modo più o meno sensibile alcune delle sue importanti funzioni, impedendone quel pieno sviluppo consentito invece da altre situazioni.

Mercurio nell'infanzia

Nell’infanzia la mente mercuriale ha bisogno di una grande collaborazione da parte dell’ambiente. Quando infatti il bambino inizia a ingoiare informazioni attraverso il suo sistema sensoriale (il periodo - per intenderci - è quello che va da uno ai due anni e mezzo), se queste sono errate; oppure se si vede confutare la sua capacità di vedere, sentire e percepire; o se ancora le sollecitazioni che riceve sono troppo difficili da comprendere per la sua età e la sua maturità cognitiva; ovvero se, infine, non ci sono sollecitazioni di sorta perché l’ambiente è privo di stimoli intellettivi, allora il suo Io nascente inizierà a sentirsi minacciato dalle sue stesse sensazioni e percezioni. Oppure il bambino sperimenterà la delusione e la frustrazione legate alla scarsità di risposte: questo lo obbligherà a mettere in atto meccanismi di difesa più o meno sofisticati, che opereranno sì per proteggerlo in quel particolare periodo della vita, ma che, inevitabilmente, influiranno in modo più o meno incisivo sulla sua futura capacità di analisi, selezione, percezione e adattamento, fino a contaminarne l’abilità di procedere a un'esame di realtà” oggettivo. E tutto questo finirà per metterlo in difficoltà rispetto ai processi di socializzazione e apprendimento, nonché nella costruzione della sua futura industriosità.

La percezione lavora braccio a braccio con la funzione dell attenzione: entrambe sono governate da Mercurio e operano al massimo quando entrano in perfetta sintonia. Se osserviamo un bambino dai dodici ai ventiquattro mesi, abbiamo la chiara rappresentazione di come queste due funzioni siano attive. Il bimbo è sollecitato da tutto ciò che accade attorno a lui: è curioso, vivace, pronto e rapido nel cogliere la relazione tra le varie cose, ma nel contempo si appoggia al mondo degli adulti per capire cosa sta realmente succedendo, chiede spiegazioni, vuole sapere il come e il perché delle cose, vuole capire in che modo una cosa entra in rapporto con un’altra, trovando dei nessi logici; infine, elabora il tutto e vuole comunicare le sue scoperte e le sue conclusioni, memorizzando ciò che potrà essergli utile in futuro.

È in questa fase che il bambino scopre il proprio impatto con l’esterno e diventa un vero protagonista sul palcoscenico della vita, e questo perché capisce che ogni suo comportamento ha effetti sul comportamento altrui e sull’ambiente, al punto da modificare più o meno sensibilmente la scena. E' in questo periodo che nasce il “pensiero causale”, che lo aiuta a comprendere come a ogni sua azione corrisponda una reazione da parte del mondo esterno e come, al tempo stesso, anche il mondo esterno solleciti reazioni da parte sua.

Ogni individuo sviluppa la percezione, ma poi ciascuno si sintonizza su ciò che colpisce il suo interesse, tralasciando automaticamente molto altro. Si tratta del così detto effetto "cocktail party” che modella in modo sostanziale la nostra mente. Ovviamente Mercurio opera una selezione tra tutto ciò che i nostri cinque sensi percepiscono e accoglie solo ciò che cattura la sua attenzione, scartando quanto ritiene poco interessante (in caso contrario, infatti, ci sarebbe sempre un grandissimo stato di confusione). La mente cosciente opera dunque un filtro, e l’attenzione diventa così un atto di volontà guidato da una scelta precisa. Questo è ciò che sostengono oggi le neuroscienze, in netto contrasto con l’idea di Freud che pensava che l’attenzione fosse invece diretta dall’inconscio. Probabilmente sono vere entrambe le cose, e l’attenzione è il risultato di direttive sia consce che inconsce.

Purtroppo, però, l’attenzione non è scevra da problemi e contaminazioni, poiché spesso è falsata da meccanismi di difesa e autoinganni che il Super Io ha creato nel tentativo di costruire sicurezze.

C’è inoltre uno stretto legame tra l’attenzione e l’ansia: il flusso delle informazioni che invadono costantemente la nostra mente può essere deviato dall’interazione diretta con il dolore. Nel corso dell’evoluzione si sono creati modelli di funzionamento che spiegano l’interazione tra l’esperienza e le forze nascoste che scolpiscono le scelte personali. Il nostro cervello infatti può sopportare il dolore, ma deve mascherarlo, stemperarlo e limitarlo nel tempo: e questo avviene a scapito della consapevolezza. Il principale dolore mentale è l’ansia, e la mente - quando è in preda all’ansia - cerca di difendersi con ogni mezzo, giungendo anche a diminuire la consapevolezza, nonostante ciò vada a totale discapito dall’attenzione, che può quindi bloccarsi, distorcersi, ingannare e negare la realtà.

Cambiare le cose, cambiare le reazioni oppure accettare le cose

Ai giorni nostri la valutazione del pericolo non sempre è corretta: vi sono infatti tante paure che non sono reali, concrete o immediate, ma che pure la nostra mente vive come tali. Molte persone soffrono di ansia indifferenziata e finiscono per vivere per lunghi periodi in uno stato di emergenza, anche se nessun pericolo reale le attanaglia: non riescono a rilassarsi e vivono costantemente in uno stato di minaccia, che produce un’alterazione di tutto il sistema difensivo. Questi individui sono così spaventati e sofferenti che hanno perduto la capacità di reagire: non lottano e non fuggono, e così il meccanismo biologico di difesa “lotta o fuggi”, sperimentato nei millenni, non solo risulta inefficace, ma finisce per mandare in sovraccarico il sistema procurando somatizzazioni di vario tipo, e questo proprio a causa del fatto che il soggetto vive costantemente in uno stato di incertezza. In questi casi gli avvenimenti sono creati dalla mente di chi li vive e non hanno una convalida nella realtà: insomma, non sono gli eventi reali a essere di per sé schiaccianti, ma le risposte e le interpretazioni di chi li vive. Se tutto viene interpretato come minaccioso, il sistema si comporterà come se fosse tale. Solo una corretta discriminazione e valutazione possono portare a risposte utili, in grado di orientare il soggetto verso uno di questi tre modelli di comportamento: cambiare le cose, cambiare le reazioni oppure accettare le cose.

Queste tre modalità indicano che effettivamente il soggetto sta facendo fronte a ciò che accade nella sua vita, mettendo in campo una serie di manovre cognitive che sono finalizzate a dar sollievo allo stress perché o cambia le cose, o cambia le reazioni anziché intervenire sulla situazione o, infine, accetta la situazione e smette di essere preoccupato o sofferente. Se non viene applicata nessuna di queste tre risposte, ci sarà una continua eccitazione da stress, con conseguente attivazione di sistemi difensivi che, nel tempo, possono diventare molto dannosi.

I meccanismi di difesa funzionano sia sul piano psicologico che su quello neuronaie e strutturale poiché coinvolgono gli oppiacei del nostro cervello - le endorfìne - che possono attenuare o addirittura paralizzare il dolore, abbassando però l’attenzione. Questo significa che la nostra percezione può essere offuscata da tanti veli, messi nell’arco del tempo proprio per attenuare la sofferenza psicologica.

Lo psicologo Laing ha scritto: «La sfera di ciò che pensiamo e facciamo è limitata da ciò che non riusciamo a notare e, siccome non riusciamo a notarlo, c’è poco da fare per cambiare i nostri pensieri e le nostre azioni».

Possiamo quindi affermare che tutti siamo più o meno in uno “stato di trance” imposto dal bisogno di attenuare le sofferenze, ed è da questa trance che dovremo risvegliarci, come dice giustamente Erik Erickson. In pratica, la riduzione della sensibilità al dolore provoca una sorta di analgesia che attiva dei circuiti neuronali specifici.

Candace Pert ha dimostrato che tutte le cellule del corpo sono dotate di recettori specifici per ricevere le sostanze rilasciate dai vari neurotrasmettitori; tra questi vi sono i recettori degli oppiacei - che vengono attivati dalla secrezione di sostanze addette a sedare il dolore - e quelli che catalizzano gli ormoni da stress, cortisolo e acth (ormone adrenocorticotropo), che si attivano in caso di minaccia per favorire una migliore vigilanza e attenzione selettiva. I due sistemi partono dalla stessa struttura, che regola entrambi e che, con buona probabilità, ha salvaguardato la sopravvivenza umana nel corso dell’evoluzione. In pratica, quando il dolore fisico è troppo forte il sistema attiva automaticamente la secrezione delle endorfìne che, soprattutto in caso di ferite, aiutano il recupero e la guarigione impedendo il movimento e favorendo il riposo e il rallentamento metabolico. Fermarsi, invece, non sarebbe di alcuna utilità nel caso in cui si stia per essere azzannati da un animale o da un predatore: in questo caso, quindi, il sistema secernerà cortisolo e acth che favoriscono reazioni di attacco o di fuga. I risultati della ricercatrice hanno dunque evidenziato che questi sistemi sono stati selezionati nel lungo iter evolutivo affinché il corpo possa utilizzare sistemi difensivi diversi a seconda del tipo di minaccia presente.

La stretta relazione tra attenzione e dolore è stata confermata anche dagli studi che sono stati fatti sugli schizofrenici che, notoriamente, si lasciano distrarre facilmente da rumori, pensieri e movimenti. Nella normalità dei casi, infatti, la mente seleziona le associazioni che servono a formulare pensieri articolati eliminando tutto ciò che è inutile; nello schizofrenico, invece, questa funzione è difettosa e di fatto egli non riesce a impedire l’accesso a ciò che non serve nel contesto; in questi soggetti si assiste spesso al collasso dell’attenzione con gravi ripercussioni sulla loro vita. È però emerso anche un altro fattore molto interessante: gli schizofrenici hanno sì gravissimi deficit di attenzione ma, per converso, hanno un’altissima tolleranza al dolore, decisamente superiore alla media. In pratica in questi soggetti c’è un’anomalia nell’intero sistema: hanno altissimi livelli di endorfìne e bassi livelli di ACTH.

Possiamo così ipotizzare che, astrológicamente, le endorfìne siano legate a Nettuno mentre, in presenza di alti gradi di concentrazione e controllo (Mercurio), gli ormoni da stress siano sicuramente in eccesso: il tutto non fa che confermare le difficoltà tanto di coloro che, avendo un forte Nettuno nel tema natale, faticano con la concentrazione, quanto di coloro che, avendo un forte Mercurio, faticano nel fantasticare e nel rilassarsi (sarebbe quindi molto interessante valutare questo meccanismo nei tossicodipendenti, che notoriamente soffrono di quell’ansia indifferenziata contro la quale le sostanze dopanti risultano efficacissime).

L'invidia

Mercurio governa i processi di apprendimento che, inizialmente, avvengono per imitazione. In effetti, se osserviamo un bambino, notiamo subito come egli cerchi di imitare i genitori o i compagni. Mercurio è un emulatore e, quando individua qualcosa o una potenzialità che lo attrae e lo affascina, cerca subito di averlo per sé o di imparare a farlo egli stesso. Questa facoltà degli esseri umani è di estremo interesse perché consente loro di imparare molto, sia dagli altri in generale sia - e soprattutto - da coloro che posseggono o incarnano le qualità ambite. Purtroppo, allorché il soggetto si rende conto di non riuscire a sviluppare le qualità che tanto lo affascinano e perciò realizza che la possibilità di ottenere ciò che desidera viene meno, il suo desiderio di emulazione e i suoi sentimenti di ammirazione possono convertirsi in stati d’animo sconvenienti che lo spingono a mettere in campo la sua distruttività. Ecco che allora svaluta e sminuisce tanto le qualità quanto la persona che prima ammirava, e questo, ovviamente, solo per lenire il dolore che deriva dalla frustrazione dovuta alla conclamazione della propria incapacità.

L’invidia è uno dei sette peccati capitali e si manifesta con sentimenti contrastanti universalmente considerati come negativi. I sentimenti legati all’invidia vanno infatti a stimolare il lato più distruttivo dell’individuo, il quale non solo passa dall’ammirazione al desiderio di distruggere la persona che possiede le qualità che non riesce a ottenere, ma finisce anche per accumulare dentro di sé quantità enormi di risentimento e di astio, che non sono certamente salutari. È senza dubbio un sentimento mercuriale: l'invidia si manifesta là dove non possono essere accettati i propri limiti e nasce dal confronto diretto con un’altra persona, con le sue capacità e potenzialità, o con gruppi di persone che incarnano qualcosa che il soggetto desidera con tutto se stesso e che non riesce a ottenere (confronto che però è necessario al fine di stabilire chi siamo, cosa sappiamo fare e quanto valiamo). Non va confusa con la gelosia, sentimento prettamente venusiano che coinvolge tre persone e non due.

Dice Umberto Galimberti: «A differenza della lussuria, della superbia, della gola, l’invidia è forse l’unico vizio che non dà piacere. Eppure è molto diffuso e ciascuno di noi ne ha fatto esperienza per aver invidiato o essere stato invidiato».

Questo problema potrebbe avere origini lontane, in quel sentirsi apprezzati e amati senza essere continuamente paragonati ad altri. È chiaramente uno stratagemma tendente a difendere la propria identità da un confronto che, probabilmente, non si è in grado di reggere. Galimberti sostiene che si tratta di una strategia sbagliata che, in realtà, non solo umilia il soggetto, ma lo costringe anche a tenere nascosto il suo sentimento che è universalmente ritenuto negativo.

Secondo alcuni sociologi l’invidia è una sorta di motore sociale che spinge gli uomini a migliorarsi; questo è vero, ma solo nella misura in cui i soggetti accettano i propri limiti non vivendoli come impotenza.

Data di Pubblicazione: 29 novembre 2018


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