SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

Il viaggio: un'opportunità per divenire noi stessi

Scopri il viaggio come percorso di crescita interiore

Scopri come cambiare te stesso attraverso un'esperienza nell'ignoto leggendo l'anteprima del libro di Franco Berrino e Marco Montagnani.

Il giardino taoista

Il viaggio è un ponte verso noi stessi.
Ibn Arabi

Se c'è luce nell'anima, ci sarà bellezza nella persona.
Se c'è bellezza nella persona, ci sarà armonia nella casa.
Se c'è armonia nella casa, ci sarà ordine nella nazione.
Se c'è ordine nella nazione, ci sarà pace nel mondo.
Proverbio cinese

Alcuni sistemi e organismi, eccezionalmente, trasmettono una sensazione di infallibile armonia. All'interno del giardino taoista che si apre fuori dal tempio ogni elemento apporta un equilibrio che pare imperturbabile. In questa quiete surreale io e Marco muoviamo i primi passi da compagni di viaggio.

Un ondulato sentiero di sassi, che solca un'erba tenera e folta avvolgendola come una carezza, ci guida verso un ponte di legno a dorso d'asino. Si tratta del primo dei due ponti della consapevolezza, presenti in ogni giardino taoista che si rispetti. E il ponte che fa affiorare la coscienza della decisione. Mentre lo attraverso, mi sento investito di una responsabilità: sulle mie spalle, oltre alla bisaccia da viaggio, si posa la volontà di un cambiamento.

Condivido con Marco questa consapevolezza. «Nella nostra tradizione, l'incarico che abbiamo ricevuto è di "coltivare e custodire il giardino dell'Eden". Ora stiamo passeggiando in un luogo che evoca il paradiso perduto, ma nella vita quotidiana l'Eden si riflette nell'economia della sussistenza, del rispetto della natura, dell'agricoltura di prossimità che salveranno il pianeta dalla folle economia di mercato, dalla finanza schiacciante, dalla monocoltura che espropria i contadini dalle loro terre e li condanna alla fame.

Oggi si parla molto del destino del pianeta, del fatto che "nessuno", fra chi avrebbe il potere di salvarlo, se ne occupa. Ma il pianeta si salverà. Più in dubbio è la salvezza dell'umanità. Cinquant'anni dopo la rivoluzione studentesca del 1968, gli studenti del Fridays for Future si stanno svegliando, e hanno tradotto l'indifferenza mondiale verso la sofferenza del pianeta in uno slogan molto bello: "Nessuno siamo noi". Hanno un potere enorme, grazie alla loro connessione planetaria possono mettere in ginocchio la finanza canaglia. Se lanciano il messaggio di non comprare oggetti la cui produzione contribuisce notevolmente al riscaldamento globale, hanno la capacità di minacciare i governi, di far crollare le borse.

Gli allevamenti intensivi sono una causa importante dell'effetto serra: gli studenti oggi hanno il potere di far fallire questa industria perversa lanciando il messaggio di non mangiare carne prodotta in questi circuiti dell'orrore. Tutte le rivoluzioni basate sulla rabbia dei popoli, per l'ingiustizia, la discriminazione, lo sfruttamento, sono fallite. I leader sono diventati tiranni, o si sono persi nel terrorismo impotente, nella droga, nella corruzione o nella politica inefficace dei partiti. Mi auguro che i nostri giovani sappiano fare la rivoluzione senza leader, la rivoluzione dell'amore, della compassione, della luce, della bellezza, della volontà di bene.»

L'esistenza stessa è cambiamento

Marco completa la mia riflessione. «Usiamo spesso l'espressione: "E arrivato il momento di cambiare", ma l'esistenza stessa è cambiamento. Anche se questa legge riguarda l'intero creato, a volte viviamo nella speranza che nella nostra vita nulla si modifichi, aspiriamo a una vita priva di eventi inaspettati o colpi di scena. Oppure, al contrario, non accettiamo la vita routinaria e facciamo di tutto per sfuggirle. È ovvio che in entrambi i casi si tratta di eccessi. Ogni essere umano oscilla costantemente verso l'uno o l'altro polo in base alle situazioni che incontra, e miscela sapientemente i due opposti per dare vita al proprio carattere. Non esiste un comportamento giusto o uno sbagliato. Non c'è nessun premio da vincere. Esistono differenti reazioni a circostanze diverse. Questo evidenzia l'unicità e la soggettività di ogni persona, sottolineando l'infinita possibilità di reazioni a un medesimo stimolo.

Se sottoponessimo dieci persone a uno stimolo identico, otterremmo dieci risposte differenti. Quello che normalmente definiamo carattere è un insieme di risposte agli stimoli della vita, che l'individuo ha prodotto nel tempo e ai quali si è abituato. Ripetere uno schema già noto è più facile e più comodo per la mente, rispetto a crearne uno nuovo. Questo è il motivo per cui molti comportamenti quotidiani vengono ripetuti in modo ciclico, anche se sono oggettivamente errati e dannosi.

Esiste anche una parte del nostro comportamento che genera risposte istintive e automatiche, di cui non siamo consapevoli. Sappiamo che il corpo umano è una meravigliosa e complessa macchina progettata dalla natura in grado di svolgere funzioni e azioni altamente complesse. Ma quante di queste risposte sono scelte da noi e quante, invece, avvengono in automatico?

Nel corso dei millenni l'organismo si è evoluto per adattarsi alle circostanze, fino a raggiungere il più alto grado di specializzazione. Tutte le esperienze accumulate in millenni di evoluzione sono state sintetizzate nel nostro cervello arcaico e trasformate in reazioni istintive immediate, che ci permettono di rispondere agli eventi in tempi brevissimi e con pochissimo dispendio di energia.

Questo strumento si è rivelato particolarmente utile per l'uomo primitivo, che viveva costantemente a contatto con situazioni difficili e pericolose, in cui spesso lo scarto di un secondo faceva la differenza fra la vita e la morte, ma diviene particolarmente scomodo in tutte quelle reazioni di quotidiana normalità dove, invece, rispondere istintivamente alla società potrebbe crearci seri problemi di convivenza. Per fortuna l'essere umano è dotato anche di un cervello meno istintivo di quello appena descritto: la corteccia cerebrale, specializzata nell'elaborazione di idee o di concetti articolati.

Il nostro cervello è dunque equipaggiato di un sistema deputato alle risposte urgenti, che risiede in una parte chiamata sistema limbico, e da un secondo sistema, la corteccia cerebrale, che invece è destinata alla formulazione di risposte più elaborate. Entrambe queste parti lavorano sinergicamente per permetterci di vivere la nostra vita, così come la conosciamo».

Neuroplasticità

«È vero. Gran parte di ciò che chiamiamo vita è il risultato di un insieme di schemi e abitudini apprese. Ogni gesto viene compiuto in maniera quasi automatica grazie a modalità che il cervello acquisisce attraverso la ripetizione, sviluppando e rinforzando nuove reti sinaptiche.

Questo fenomeno si chiama neuroplasticità e indica la capacità del cervello di adattarsi alle circostanze, acquisendo, consolidando o sostituendo abitudini utilizzate in precedenza.

Le ultime scoperte delle neuroscienze hanno evidenziato come esso riesca a sostituire le vecchie con nuove abitudini e, allo stesso tempo, riesca a lasciar atrofizzare le informazioni non più utili. Un meccanismo simile a ciò che avviene in palestra: i muscoli che alleniamo con maggiore frequenza tendono a essere maggiormente sviluppati rispetto a quelli che alleniamo di meno.

Appare dunque evidente come sia possibile modificare le nostre abitudini applicando un po' di volontà e determinazione alle azioni quotidiane. Riprogrammare il proprio stile di vita implica necessariamente una maggiore consapevolezza dei nostri errori e dei danni che essi possono provocarci, ma si tratta di una possibilità reale e ricca di ottime prospettive.»

Forti della risoluzione di voler cogliere queste nuove prospettive, proseguiamo il cammino fino al secondo Ponte della Consapevolezza, che ha il compito di affinare la coscienza delle difficoltà. La struttura arcuata di legno si riflette sullo stagno sottostante come un umile arcobaleno, che connette due porzioni di mondo, vicine ma altrimenti inaccessibili l'una all'altra. Così accade per certe distanze interiori, incolmabili se prive di una mediazione esterna.

Giunti sulla cima del ponte, ci soffermiamo a osservare le carpe che guizzano nell'acqua sottostante. Il lago ha una curiosa forma bilobata, nella porzione più ampia nuota la maggioranza dei pesci, mentre alla zona più piccola, leggermente rialzata, hanno accesso solo pochi eletti. Quasi tutti i pesci, così come la grande maggioranza degli uomini, si abbandonano alla placida comodità delle acque calme del lago. Quel tepore accogliente invita a trattenersi, a restare, a rinunciare. Solo rari esemplari dotati di volontà e coraggio straordinari osano riscuotersi da quelle acque stagnanti per dirigersi controcorrente, dove la forza degli elementi manifesta la sua violenta resistenza.

Viaggiare significa libertà

Marco mi spiega che la struttura del lago simboleggia proprio questo concetto. «Osserva i pesci che nuotano in direzione opposta al flusso. Risiedono in loro facoltà non comuni. Per riscuotersi dalla vita conosciuta e iniziare il viaggio dell'evoluzione è necessario affrontare difficoltà che a tratti appaiono schiaccianti.

Il viaggio ha ispirato da sempre scrittori, poeti, pensatori e artisti perché, in qualche modo, rappresenta la scoperta, il mistero, il rinnovamento. Ma, soprattutto, viaggiare significa libertà. Non è la destinazione del viaggio a renderlo speciale bensì l'intenzione con cui si parte per affrontarlo. Ora che ci accingiamo ad affrontare un viaggio chiediamoci: "Chi varca per davvero le soglie di questo giardino?". Il vero viaggiatore non è colui che sposta fisicamente il suo corpo da un luogo geografico a un altro, né colui che parte per curiosare in luoghi mai visti. Il vero viaggiatore è colui che è pronto a cambiare se stesso attraverso un'esperienza nell'ignoto.

Spesso pianifichiamo il nostro viaggio in modo maniacale, definendo il programma in ogni dettaglio. Questo comportamento cela diffidenza e paura: abbiamo un estremo bisogno di essere rassicurati, di sapere che tutto andrà bene, che non esiste niente da temere in terra straniera. Partiamo con decine di bagagli portandoci dietro il peso delle nostre paure. Al ritorno porteremo con noi alcuni souvenir e tante foto, ma non avremo permesso a quel viaggio di migliorarci la vita. Chi torna da un viaggio non dovrebbe essere la stessa persona che è partita. Il vero viaggio è un'esperienza spirituale, in grado di cambiare profondamente chi lo affronta. Facciamo tesoro di ogni esperienza che vivremo durante il cammino, abbandoniamo lungo il sentiero alcuni aspetti del nostro vecchio carattere per sostituirli con una nuova coscienza di noi stessi. Come molti animali che fanno la muta, anche il viaggiatore abbandoni lungo il sentiero la sua pelle logora e sia pronto a indossarne una nuova.»

Le parole di Marco mi fanno ripensare ai viaggi della mia vita. Quasi mai ho fatto il turista, solo una volta a Londra. Erano i primi anni Ottanta. Ero andato a un grande congresso sul cancro al seno. Il professor Rodolfo Saracci mi aveva pregato di sostituirlo in una relazione in programma il primo giorno. Il secondo giorno non mi fecero entrare perché non avevo pagato l'iscrizione. «Sono un relatore invitato» protestai, ma il mio nome non figurava nella lista. Si trattava di pagare cinquecentomila lire. Rinunciai e andai all'Accademia, alla Tate Gallery, al British Museum, alla sera a Saint Martin ad ascoltare Iona Brown, che fece nascere la mia passione per Mozart, e a teatro a vedere Vanessa Redgrave; di giorno leggevo il testo per prepararmi e alla sera riuscivo quasi a seguire il dramma. Fu una ricca settimana di cultura.

Il viaggio che non ho mai fatto, invece, il sogno della mia adolescenza, è il viaggio di Sal, on the road, attraverso gli Stati Uniti, sulle orme della Beat Generation, dove si suona il jazz, si declamano poesie strampalate, si incontrano i vagabondi del dharma (Dharma Bums, sempre Jack Kerouac, il mio primo incontro con l'Oriente). In terza liceo scrissi di questo desiderio fuori dalla norma nella mia domanda di borsa di studio per passare un anno negli Stati Uniti. Scrissi anche del mio interesse per la psicoanalisi. La domanda non fu accolta.

Poi cominciò il grande viaggio della mia vita di ricerca, che mi portò in Africa, in America, in India, in Giappone, nei Paesi Arabi, in quasi tutti i Paesi d'Europa. Ho imparato a viaggiare leggero. Quando vado in montagna, nello zaino ho tutto ciò che serve veramente, e niente di superfluo. Due magliette per il sudore, due paia di slip, una camicia per il vento, il maglione, la giacca a vento nel caso cambiasse il tempo, due fazzoletti, il coltellino svizzero, spazzolino, piccolo sapone, miniasciugamano, borraccia, occhiali da sole, arnica, collirio, matita, taccuino. Sto cercando di imparare a viaggiare leggero nella mente, e nel cuore.

A incoraggiarci, al lato opposto del ponte risplende lucida sotto i primi raggi del sole la statua di terracotta nera di Laozi, il fondatore del taoismo. Il cammino (quello vero) sarà difficile, costellato di ostacoli e asperità, ma la chiara intenzione di abbandonarmi al viaggio mi solleva da ogni angoscia.

Para quien camina siempre hay un sol amaneciendo.
Caminar es atravesar la noche en esperanza
y descubrir cada dìa la verdad de la utopìa
y la vida del amor.

Il cammino della vita lo si traccia vivendo

Il cammino della vita lo si traccia vivendo. La direzione può cambiare. Si dice che la meta sia il cammino stesso. Non c'è da attendersi ricompense, c'è da servire, consapevolmente, con umiltà e competenza. Il lavoro ben fatto è, di per sé, la ricompensa, ogni giorno. La meta è virtuale. Non è importante giungere a Santiago, quel che importa è camminare, ogni giorno, perché la meta è dentro di noi.

Marco sembra leggermi nel pensiero. «Come taoista, considero il viaggio come l'opportunità di divenire noi stessi il viaggio che intraprendiamo. Nella filosofia taoista la meta del viaggio è rappresentata dal viaggio stesso. Il viaggiatore è colui che parte senza una meta precisa, con un piccolo bagaglio sulle spalle, conosce vagamente la propria direzione e non si aspetta nulla di definito; sa perfettamente da dove viene, ma non conosce nulla del luogo in cui si sta recando. Vive nel qui e ora e assapora ogni passo con totale accettazione: il sentiero appare solo quando iniziamo a camminare e scompare non appena ci fermiamo. Impariamo a essere infedeli ai nostri schemi e, senza alcun rimorso, siamo accoglienti verso l'inaspettato. Non percorriamo sentieri già tracciati da altri, ma disegniamo noi stessi il cammino. E dobbiamo ricordare che colui che ha bisogno di più di un bagaglio non è un viaggiatore, ma un turista.»

Ho camminato un mese da solo sui sentieri dell'Himalaya. Mi ero portato una Bibbia che pesava solo 300 grammi. Era di carta finissima. Me l'avevano regalata gli Avventisti del Settimo Giorno. Al mattino camminavo cinque-sette ore, e al pomeriggio, quando il tempo si guastava, leggevo. Dopo la favola - bellissima - della Genesi e dell'Esodo, molte pagine crudeli. Conoscevo la storia di Gerico per il gospel (Joshua fought the battle of Jerico, Jerico, Jerico...), ma non avevo immaginato che Giosuè avesse ammazzato tutti, uomini, donne, bambini, e anche tutto il bestiame. Ordini divini. Visitai Gerico molti anni dopo, subito prima della seconda intifada, un'altra occasione di repressione crudele. Poi giunsi al Vangelo, la testimonianza dell'amore divino. Ma il Dio era lo stesso? Fu comunque una bella esperienza... il Cantico dei Cantici, il Qoelet... Oggi nello zaino porto il Daodejing.

Ci mettiamo in cammino. Sulle spalle porto un bhangra di cotone bianco. Ammiro il simbolo delle otto direzioni dell'I Ching ricamato sulla tracolla azzurra che Marco ha appesa al fianco. Tutta la vita del mondo pare condensarsi in quel labirinto di trigrammi, e nel ritmo regolare dei nostri passi.

Data di Pubblicazione: 5 maggio 2020

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