Illuminato dal Caso - Robert H. Hopcke

Illuminato dal Caso

Nulla Succede per Caso in Amore - Anteprima del libro di Robert H. Hopcke

Tre giorni di vita

Sono stato adottato quando avevo tre giorni di vita e, come immagino che accada in tutte le famiglie, i miei genitori adottivi, che io chiamo semplicemente i miei genitori, raccontavano spesso la storia di quando mi avevano portato a casa dall'ospedale del New Jersey. Avevano dovuto attendere un po' di tempo per l'adozione, avvenuta tramite i Servizi sociali luterani e, quel giorno di metà marzo in cui erano venuti a prendermi, ci fu una terribile tormenta, che rese le strade pericolose, se non addirittura impercorribili, e che rischiò di mandare tutto all'aria.

Di quel giorno, naturalmente, c'erano parecchie vecchie istantanee scattate con la Polaroid, che con gli anni ho finito per considerare una sorta di accompagnamento a questa piccola saga familiare della bufera: io che passavo dalle braccia di uno a quelle di un altro o che posavo con i nonni e il papà davanti alla porta finestra del soggiorno, dietro i cui vetri si vedevano mucchi di neve alti fino alla vita. A casa ci arrivai, nonostante tutto: a casa degli Hopcke, come un Hopcke, e il racconto dei miei genitori aveva un tono del tipo «né pioggia, né vento, né grandine, né neve, né il buio della notte ha potuto fermarci», come se mi avessero strappato alla furia degli elementi mentre giacevo, abbandonato, sulla soglia di una porta. In realtà, la mia era stata un'adozione molto tranquilla, nient'affatto drammatica.

Sono cresciuto sapendo di essere un figlio adottivo. Quando ho cominciato a leggere, a tre anni, uno dei miei primi libri era intitolato The Chosen Baby (Il bambino scelto) e spiegava ai bambini l'adozione (non è escluso che sia ancora in qualche scatolone a casa di mia sorella). Ogni tanto, quando ero piccolo, i compagni mi chiedevano che cosa sapevo degli «altri miei genitori». Ricordo che la mia amica Stephanie mi raccontò una storia molto drammatica: forse, diceva, erano morti in un incendio mentre mio padre cercava di salvare mia mamma, arrampicandosi da una finestra del secondo piano, da cui era caduto, morendo. Tutto inventato, naturalmente. In realtà, a parte i normali conflitti che si verificano in tutte le famiglie e le particolari differenze di personalità e temperamento, sono cresciuto in un ambiente stabile, di periferia, e con i miei genitori ho avuto rapporti buoni e molto stretti. Di conseguenza, per la maggior parte della mia vita non ho sentito una vera curiosità nei confronti dei miei genitori biologici, né da bambino, né da adolescente e neppure al college.

Breve introduzione alla nozione junghiana di sincronicità

All'ottavo anno di scuola, ho scelto come seconda lingua il francese e ho cominciato una corrispondenza con un ragazzo della mia età, che viveva nei sobborghi di Parigi. Ci scrivevamo regolarmente e di frequente e, alla fine dell'anno, la sua famiglia mi ha invitato ad andare in Francia. Avevo quattordici anni: a quell'età un adolescente assorbe ima lingua straniera come una spugna, tanto più che la famiglia del mio amico non conosceva una parola d'inglese. Fu una vera e propria esperienza di full immersion, e pare che io abbia dimostrato, fin da piccolissimo, una particolare predisposizione per le lingue: ho imparato a leggere presto e in terza scrivevo già racconti e poesie. Così, tornai a casa parlando bene il francese e allora, anziché perdere tempo per altri quattro anni con il francese scolastico, decisi di mettermi alla prova. Scelsi di studiare anche l'italiano.

Se me lo avessero chiesto, non avrei saputo dire perché l'italiano e non lo spagnolo, che sarebbe stata una scelta sensata, non soltanto perché è anch'esso una lingua romanza, ma perché sarebbe stato più utile con i tanti ispanici che vivono negli Stati Uniti. Nell'italiano, però, e negli italiani, c'era qualcosa per cui avevo sempre sentito un'affinità particolare. La nostra insegnante di italiano era madrelingua, cosa rara nella scuola pubblica, e gli studenti iscritti ai suoi corsi erano, per la maggior parte, o immigrati italiani o figli di immigrati. Dopo l'estate trascorsa in Francia, la lingua e la cultura francesi mi piacevano, ma per l'italiano avevo una vera passione: ne amavo la musicalità, le risonanze emotive, l'estroversione dello stile culturale. Da quel momento in poi divenni simile al protagonista del film All American Boys: un ragazzo con un cognome tedesco, che però aveva l'aspetto e i modi di un italiano, e che adesso parlava e cantava in quella lingua, tanto che per i molti amici italiani della mia classe e per le loro famiglie diventai ben presto, e inevitabilmente, «Roberto».

Al momento di andare all'università, siccome conoscevo molto bene il francese e l'italiano, mi sono iscritto a Georgetown, scegliendo come discipline principali le due lingue e ho trascorso il mio terzo anno di college all'estero, come studente di italiano alla facoltà di Lettere e filosofia dell'università di Firenze. Il clima era un po' quello di un centro addestramento reclute, perché nel mio corso tutti noi americani, provenienti da un altro paese e da un sistema educativo completamente diverso, eravamo mescolati a universitari italiani che seguivano corsi di storia dell'arte, letteratura italiana e storia europea a un livello simile a quello del primo o secondo anno del dottorato negli Stati Uniti, con lezioni frontali, discussioni, letture e lezioni completamente in italiano. Immersione totale: nuotare o affondare.

In Italia, come scoprii presto, io non soltanto nuotavo, ma sguazzavo. Com'era successo alla scuola superiore, nel mio soggiorno fiorentino c'era semplicemente qualcosa di «adatto a me», tanto che, deposti i panni americani e passato allo stile italo-europeo allora di moda, alla fine dell'anno venivo spesso scambiato per italiano, soprattutto al Sud. Le persone coglievano un lieve accento o una leggera intonazione straniera quando aprivo bocca, ma la folta capigliatura di ricci neri, la gestualità che avevo imparato (i movimenti delle mani e le espressioni del viso sono una componente indispensabile di qualsiasi conversazione: alcuni stereotipi, dopotutto, sono fondati), il linguaggio forbito e la profonda familiarità con la cultura dopo oltre un anno di soggiorno in Italia, facevano sì che moltissimi meridionali spesso mi considerassero un paesano del Nord.

Uno spartiacque

Quell'anno segnò per me uno spartiacque e mi cambiò la vita. Pur non essendo diventato professore di francese e italiano, ho finito per insegnare italiano e tradurre da questa lingua per mantenermi agli studi in California. Il mio compagno, e poi marito, Paul aveva vissuto a Montreal e parlava molto bene il francese. Entrambi amavamo l'Europa e l'Italia, e perciò andavamo quasi ogni anno in Francia o in Italia o in tutti e due i paesi, spesso ospitati da alcuni amici di Roma, che conoscevo dai tempi di Firenze. L'Italia, perciò, faceva parte di ciò che ero.

A questo punto il lettore si sarà domandato, come ho fatto anch'io rileggendo quello che ho appena scritto: «Ma perché non gli è venuta in mente la cosa più ovvia?». Bambino adottato, palesi affinità, persino evidenti caratteristiche fisiche, parla bene e con facilità l'italiano, il tutto accompagnato da diverse scelte ed esperienze apparentemente casuali che rinforzavano in modo coerente un rapporto con l'Italia e la cultura italiana, che diventava sempre più profondo e ricco di anno in anno. Con il senno di poi, quello che mi accadeva sembra piuttosto evidente. Ma, in gran parte per una forma inconscia di riguardo nei confronti dei sentimenti di papà e mamma Hopcke, fu soltanto nel periodo della mia analisi junghiana che, dopo una serie lunga e persistente di sogni sui miei genitori biologici, il mio analista sollevò con tatto ma con insistenza la questione: «Credo che il tuo inconscio ti stia dicendo che è ora di scoprire chi sono i tuoi genitori naturali». E alla fine, dopo una certa resistenza, gli diedi ragione.

Questo testo è estratto dal libro "Nulla Succede per Caso in Amore".

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