SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

L'inizio di un’esperienza indimenticabile

Il percorso di rinascita di Lisa Corrao

Lisa Corrao racconta del suo percorso di rinascita preparato dal mistico indiano Osho e completato dal curandero peruviano Mamani.

L'inizio di un’esperienza indimenticabile

Dalla finestra gocce di luce filtrano nella stanza, osservo le nuvole che si muovono. C’è qualcosa di nuovo e di diverso stamattina. Entro in cucina e vedo la sua figura in piedi, che traffica davanti ai fornelli. Il profumo del caffè pervade l’ambiente. Hernán sta cantando una canzone in spagnolo. Indossa un completo semplice, ha i capelli lunghi e gli occhi neri profondi. Osservo l’espressione del suo viso.

«Buongiorno, Lisa! Il caffè è ancora caldo. Ne vuoi?» Il candore del suo sguardo esprime bontà, come un bimbo di quattro anni.

«’giorno, Hernán! Volentieri, grazie» rispondo mezza addormentata, lasciandomi cadere su una sedia.

Mi porge una tazzina, con il sorriso sulle labbra. Bevo un sorso di caffè bollente e mi domando, sbalordita: “Ma chi è quest’uomo così gentile? Così canterino all’alba?”. La sua presenza irradia gioia e sicurezza. Sbatto le palpebre e incrocio i piedi sotto il tavolo.

Mi sento diversa, stamattina. Di solito, subito dopo il risveglio, nessuno deve parlarmi per almeno un’ora. Non mi era mai capitato di incontrare qualcuno tanto allegro già di primo mattino. E poi... il suo sguardo... mi scuote nel profondo, ha qualcosa di speciale. Prendo la borsa e gli rivolgo un’occhiata curiosa. Devo andare al lavoro. «Ciao, Hernán» lo saluto; lui contraccambia e mi augura buona giornata.

L’ottimo umore di quell’uomo mattiniero è contagioso: lo capisco da come mi sento rilassata e serena mentre salgo le scale della scuola di Monza, dove lavoro come segretaria. Hernán è il fidanzato di mia sorella maggiore, Giusy. Non so molto di lui, se non che fa il professore universitario ad Arequipa, la seconda città più popolosa del Perù dopo la capitale Lima. Domani partirà per una località in Europa per tenere conferenze sulla cultura degli Incas, gli antichi indios peruviani.

Nient’altro...

Ma com’è cominciato tutto?  Una serie di ricordi mi si affacciano alla mente, richiamati uno dall’altro.

Quel pomeriggio a casa di Any, la mia terapeuta sannyasi.

Un incontro che ha segnato la prima, importante svolta nella mia vita.

E' il giorno del mio compleanno, nel 1992.

«Lisa, è giunto il momento di recarti in India, nella terra di Osho. Ora sei pronta per il grande salto. Ti aspetta Pune» mi dice, guardandomi negli occhi. I lunghi capelli ricci le incorniciano il viso, mentre mi sorride serena.

In preda alla paura rispondo: «Stai scherzando, vero? No, non posso! Tra l’altro, figurati se a scuola mi danno le ferie». Penso alla mia collega Samantha e sento il cuore battere come un tamburo al solo immaginare cosa dirà. «E poi, anche se volessi, non ho i soldi! Come faccio?» Trattengo il respiro.

Lo sguardo di Any emana bagliori dorati. «Lisa, ricordati che volere è potere. Per ogni problema c’è una soluzione» replica tranquilla.

La voglia è tanta, in effetti. “Non posso tirarmi indietro” penso subito dopo, lasciandomi andare sulla sedia. Non riesco a toglierle gli occhi di dosso e fisso il suo sguardo. Mi allunga la mano come a dire: “Promesso?”. Io gliela prendo nella mia, suggellando all’improvviso dentro di me un patto che mi infonde il coraggio di osare. Sento l’anima scalpitare. Sono dentro il sogno e voglio viverlo.

«Sì, promesso!» rispondo decisa.

Devo avere un’espressione sognante. Any si avvicina. Delicatamente stringe la mia mano, portandosela al petto, e ci salutiamo con questa promessa. Un’ondata di entusiasmo mi travolge: sono decisa a superare tutte le mie paure. E un “sì” grande il mio! Il cuore batte forte per la gioia. Il sorriso che ho sulle labbra mi illumina il viso. «Non ci posso credere, ci sono riuscita!»

Tutto è iniziato con quel “sì”!

Desideravo recarmi in quella terra da sempre. Fin da bambina sentivo il suo richiamo irresistibile. «Non ci posso credere!» mi ripeto, tornando a casa. Ancora adesso, talvolta mi meraviglio della scelta che sono riuscita a fare all’epoca, pur essendo così giovane.

Da quel fatidico pomeriggio passano alcuni mesi, durante i quali lavoro per realizzare la promessa fatta ad Any e a me stessa. Adesso il tempo della svolta è arrivato: andrò nell’ashram di Osho a Pune, in India, un villaggio spirituale costruito con amore e dedizione dai sannyasin del maestro indiano. Mi recherò da sola in un Paese straniero, dove non conosco nessuno, se non il richiamo ancestrale verso un maestro illuminato, che mi permetterà di compiere i primi passi del viaggio più importante che un essere umano aspira a compiere nella vita.

Alle 6.45 suona la sveglia. Mi alzo carica di adrenalina: oggi parlerò con il mio capo per chiedergli le ferie. Faccio colazione e mi preparo: tutto insieme. Dalla finestra entrano i raggi del sole. Sono pronta in un lampo e raggiungo la fermata del pullman in anticipo. Per ingannare il tempo, entro in un bar. “Stamattina ci vuole un altro caffè” penso. Lo ordino, lo bevo e torno alla fermata. Dopo pochi minuti arriva il bus per Monza. Il tragitto dura venti minuti, che mi sembrano un’eternità. E decisamente il momento peggiore per chiedere un periodo di ferie, me ne rendo conto, e quella che sto facendo è una pazzia. Ma ormai ho preso la mia decisione e non intendo tornare indietro: sono determinata a partire. Il pullman si ferma vicino alla scuola. Attraverso la strada, salgo i gradini in fretta ed entro nell’atrio. Un rivolo di sudore mi scorre lungo la fronte.

La paura mi stringe in una morsa lo stomaco, già contratto dalla doppia dose di caffeina... Mi daranno le ferie? La mia collega avrà da ridire, come sempre, per la mia assenza? Nervosamente, mi stuzzico i capelli arrotolando una ciocca tra le dita.

«Ciao, Roberta.» Saluto e corro a timbrare il cartellino.

«Ciao, Lisa» risponde lei, allegra.

Sono le otto. Il capo di solito arriva intorno alle sette e mezza. Ancora con il cappotto addosso, mi dirigo nel suo ufficio. La porta è aperta e lui è seduto alla scrivania. Mi faccio avanti.

«Buongiorno, posso parlarle?» chiedo, esitante.

«Buongiorno, Corrao» mi dice sorridendo e mi fa segno di accomodarmi sulla sedia. Sta controllando alcune pratiche.

Decido di essere sincera, di parlagli con la voce del cuore. La mia espressione determinata non gli sfugge.

«Mi rendo conto che non è il periodo giusto dell’anno per chiedere quindici giorni di ferie, ma proprio adesso ho la possibilità di realizzare un vecchio sogno. Vorrei andare in India e dovrei partire fra poche settimane.»

Mi agito sulla sedia e il piede destro si muove al ritmo di un tamburo africano. Abbasso lo sguardo, non ho il coraggio di guardarlo negli occhi. Cosa starà pensando? “E proprio matta la Corrao con i suoi strani interessi... L’India? Perché, l’Italia non le piace?” La mia mente rimbalza da un pensiero all’altro mentre mi rendo conto di essere in apnea. Sono preparata a ricevere una sfuriata e il cuore mi martella così forte nel petto che mi auguro che lui non lo senta. La paura che possa dirmi di no mi paralizza. Sento la sua voce che mi risponde: «Non dovrebbero esserci problemi, Corrao. Il sì definitivo lo darà il preside. Lei intanto presenti una richiesta scritta di ferie. Per quanto mi riguarda, le auguro di ritrovarsi!» esclama sorridendo. Si alza, il colloquio è concluso.

«Grazie, lei non sa che regalo mi sta facendo.» Non riesco a trattenere l’entusiasmo e gli butto le braccia al collo. Lui sorride allontanandomi gentilmente. Esco dalla stanza con il cuore alleggerito dal peso che mi ero inutilmente portata addosso. Sono radiosa e, nello stesso tempo, allibita per la facilità con cui la porta si sta aprendo. Entro nel mio ufficio e mi tolgo il cappotto.

La mia collega non è ancora arrivata. Ho caldo! Un sorriso sfolgorante mi illumina il volto: sono in preda a una felicità incontenibile. Scendo le scale saltellando e vado al bar per gustarmi una brioche con Luigi e Tonia, i baristi della scuola. Non vedo l’ora di tornare a casa e prepararmi per il viaggio. La mia prossima meta sarà Pune!

Il preside, alla fine, ha firmato il permesso per le mie ferie.

“Devo resistere solo un altro mese” penso, sdraiata sul divano, le braccia dietro la testa. Faccio un sospiro profondo, che ricorda piuttosto uno sbuffo annoiato. Cerco di concentrarmi sul fatto che presto il mio sogno diventerà realtà. Negli ultimi giorni però sto dormendo molto male, faccio continuamente sogni tormentati, veri e propri incubi. E come se, dopo aver deciso di partire per Pune, i fantasmi della paura venissero a trovarmi durante la notte. E l’ultima non è stata diversa dalle precedenti: sogno di non riuscire a mettermi il costume perché ho il terrore di cadere nell’acqua della piscina, ho una paura folle di farmi male, tremo spaventata alla sola idea. Invece finisco nell’acqua e non succede nulla, non mi faccio male, anche se la piscina è piena di gente. La notte prima, invece, ho sognato che abitavo in una casa isolata e avvertivo un pericolo imminente: un’onda gigantesca mi avrebbe sommerso. Non avevo il tempo per scappare. Dovevo muovermi immediatamente e, in preda al panico, correvo a chiudere la finestra, riuscivo a farcela subito prima del boato dell’onda che si frangeva sui vetri... Ma il vetro della finestra non andava in frantumi, non mi succedeva nulla, ero salva.

Any mi spiega che il sogno della piscina, in particolare, rappresenta il mio viaggio in India e la grande paura di lasciarmi andare; infatti non entro in piscina fino all’ultimo minuto e, quando devo farlo, ho tanta paura da non riuscire a infilarmi il costume da bagno, faccio così fatica da perdere l’equilibrio. Cado e ho il terrore di farmi male e di farne agli altri perché, in quel momento, in acqua ci sono varie persone. Ma alla fine non succede nulla: nessun dolore; nessuna catastrofe. Cado semplicemente nell’acqua... Prenderò semplicemente l’aereo per Pune.

Nel mio inconscio si agitano e vengono a galla le paure. Assumo un rimedio a base di fiori di Bach e cerco di concentrarmi sull’avere fiducia in me stessa, nel mio istinto naturale, nelle mie capacità. Ma la paura a volte è più potente, o forse io sono più debole: una forte bronchite - espressione di tutte le ansie che mi porto dentro - cerca di fermare il mio progetto. Non demordo. Mi curo con farmaci omeopatici e sciroppi naturali.

La tosse non smette, anzi peggiora. Mi lascia continuamente senza fiato e mi spezza il respiro. Sembra che le medicine siano inutili.

Giusy è venuta a trovarmi e, mentre stiamo preparando il pranzo, mi sente tossire.

«Lisa, lo sai che con questa bronchite non puoi andare in India?» La sua voce tradisce preoccupazione.

La fisso a bocca aperta per lo stupore. «Cosa stai dicendo, Giusy?» Ma non le do il tempo di rispondere e con il poco fiato che ho urlo: «In India ci vado lo stesso. Con o senza bronchite. Starò bene, anzi benissimo perché guarirò prima di partire!».

Mi guarda con i suoi occhi da cerbiatta, senza scomporsi. «Lisa, quando si va in Paesi del Terzo Mondo, bisogna essere in buona salute.»

«Ho capito, Giusy! Non preoccuparti! Guarirò presto.»

Il tono è deciso, la volontà incrollabile. Non mi sarei fatta fermare dal mio corpo. Cerco di non piangere, devo affrontare le mie paure e concentrarmi sul fatto che il biglietto aereo è già nel cassetto. Sono sicura che partirò! Paura o non paura, prenderò quell’aereo.

La mattina dopo raggi di luce tenue filtrano dalle finestre. La tosse stanotte non si è fatta sentire e finalmente ho dormito bene.

“Strano! Che cosa è successo?” penso mentre mi tocco il petto quasi a volerlo proteggere, a volermi proteggere. Rivolgo la domanda all’universo, ignara se ci sia una risposta. Nel pomeriggio incontrerò nuovamente Giusy: non vedo l’ora di dirle che la tosse è sparita. Si parte... Urlo, quasi isterica dalla gioia.

Data di Pubblicazione: 13 giugno 2019

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