ECOLOGIA E AGRICOLTURA

L'orto di Angera: un esempio di coltivazione elementare

L'orto di Angera: un esempio di coltivazione elementare

Scopri un nuovo approdo e un punto da cui ripartire per la coltivazione oggi definita «biologica» leggendo l'anteprima del libro di Gian Carlo Cappello.

L'orto di Angera

Il periodo preso in considerazione va dalla primavera all'autunno del 2015, ma prima di entrare nel merito della coltivazione elementare vorrei ampliare lo sguardo sul contesto geografico, agronomico e sociale nel quale si colloca l'orto di Angera.

Siamo nel Nord Italia, sulla riva lombarda del Lago Maggiore. Il terreno si trova all'interno di un parco giochi comunale sul lungolago limitrofo al centro del borgo.

La penisola italiana è caratterizzata da una variabilità geografica estrema, sia per l'alternarsi di pianure e rilievi sia per la sua giacitura a partire dall'Europa centrale verso sud, oltre il limite del Nord Africa.

Per dissipare i dubbi sull'utilità di questa lettura da parte di chi vive in aree geografiche con altre caratteristiche climatiche e coltiva terreni di natura differente da quello di Angera, premetto che i principi di coltivazione adottati qui nel nord sono gli stessi da me applicati nel sud e nel centro Italia. Questa non è che la prima delle affermazioni che faranno storcere la bocca a molti addetti ai lavori, ma ogni parola corrisponde a un'esperienza condivisa e reiterata.

Grazie alla sua conformazione orografica e in virtù della sua giacitura, la penisola italiana presenta nel proprio territorio la maggior parte delle condizioni climatiche nelle quali sul Pianeta possano sorgere coltivazioni, escludendo praticamente solo i poli terrestri e le basse quote in zone equatoriali.

L'ampia varietà di tipologie di terreno presenti in Italia (sabbioso, argilloso e via dicendo) dimostra anche come le pre-condizioni grazie alle quali la Natura procede spontaneamente alla formazione di humus non cambino col variare della composizione iniziale del suolo; anzi, sempre nei limiti del buon senso, potremmo dire che a partire dalla formazione di humus non esista suolo non coltivabile senza fatica e con buoni raccolti. E dato che in Natura la fertilità della terra dipende solo dalla presenza dell'humus e non dalle pratiche agricole, si può concludere con certezza che la coltivazione elementare può mostrare ovunque la propria efficacia.

Indipendentemente dal tipo di terreno, infatti, in qualunque luogo della Terra la Natura dimostra di saper far sorgere foreste e boschi lussureggianti, tanto nei climi freddi come ai tropici: le foreste dell'Amazzonia affondano le radici in un substrato di sabbia, i boschi dell'emisfero nord del mondo radicano nella torba - solo per portare due esempi alle estremità delle valutazioni - ma in entrambi i casi è la ricchezza di humus del suolo naturale a rendere possibile la crescita rigogliosa e permanente della vegetazione.

Il deserto avanza alla stessa velocità con la quale l'essere umano ritrae la presenza di humus dalla terra con le pratiche agricole e gli allevamenti di bestiame.

Nell'humus naturale troviamo permanentemente disponibili tutti i minerali necessari e nelle giuste quantità, un'acidità (il pH: «Potenziale Idrogeno») che si stabilizza al punto ottimale, una struttura del terreno che si conforma ad hoc per consentire l'assorbimento radicale nell'umidità senza ristagni o carenze idriche, tutto sempre perfetto per la flora che vi cresce spontaneamente. La coltivazione elementare si limita, senza altre implicazioni, ad ampliare la gamma di varietà coltivabili nell'humus.

Come vedremo meglio in seguito documentando il lavoro svolto nel piccolo orto di Angera, l'essenziale è mantenere sempre - come avviene in Natura - una copertura omogenea e costante sulla superficie del terreno unita alla presenza di erba spontanea viva: la gestione dell'erba viva non tagliata e della pacciamatura vegetale secca reperita in loco è il nucleo attorno al quale, in qualsiasi luogo non estremo della Terra, si può praticare a partire da subito una produttiva coltivazione elementare.

Vedremo anche che quando si interviene poco - che sarebbe appunto il «non fare» - lasciando il grosso del lavoro alla Natura, anche i minimi particolari diventano decisivi per la buona riuscita, come si usa dire: i dettagli possono lastricare la strada per l'Inferno o per il Paradiso (terrestre). Esistono infatti due versioni dello stesso proverbio, una recita: «Dio si nasconde nei dettagli» e l'altra: «Il Diavolo si nasconde nei dettagli». Ognuno può scegliere la propria. Un altro adagio popolare che si presta a descrivere l'agricoltura del «non fare» è: «Chi non fa non falla».

Per la coltivazione elementare complicazioni come la produzione del compost, almeno così come la conosciamo, nel migliore dei casi è inutile ai fini della formazione di humus, anche perché il costante reintegro della pacciamatura rende fisicamente difficile l'apporto di compost dall'esterno, incappando nelle controindicazioni conseguenti alle lavorazioni per l'interro e alla scopertura della terra. Riprenderò in seguito l'argomento compost, semplificandolo.

Nell'orto di Angera appare chiaro come nella sinergia totalizzante della grande biodiversità dovuta alla presenza delle erbe spontanee, le stesse varietà di verdure possano essere coltivate anno dopo anno senza «rotazioni» colturali, così come risulta finalmente incontrovertibile che le «quote» naturali del terreno non solo non devono essere alterate innalzando «bancali», ma che restando in piano garantiscono nel tempo la formazione dell'humus e la continuità nell'adattamento della fertilità al variare delle condizioni esterne.

Questi processi naturali di adattamento sono complessi e per lo più sconosciuti, soprattutto a livello energetico; per questo motivo si svolgono in un contesto «ad alta tensione» dove l'humus ha il ruolo di catalizzatore e, allo stesso tempo, di «adattatore», dove nulla deve essere alterato da pratiche agricole per non incorrere in effetti peggiorativi. E quando dico «nulla» vuol dire che ho sperimentato tutti i «qualcosa», «bio» e non «bio».

Le pratiche agricole «biologiche»

Le pratiche agricole «biologiche» sono un passo avanti rispetto all'agroindustria, ma non le vedo affatto come un traguardo dove riposare sugli allori.

Spero che questi suggerimenti - e ciò che segue in questo libro - possano dare una scossa ai divulgatori (in buona fede) di metodologie «interventiste» anche se catalogate come «bio». Può sembrare una contraddizione, ma il bioconservatorismo di molti divulgatori porta i neofiti a lavorare la terra più di quanto non sia necessario, con tutte le cocenti delusioni che ne conseguono. Per le nascenti comunità «intenzionali» incappare in tali insegnamenti è una iattura, perché se l'autosufficienza alimentare non arriva e le spese aumentano tali progetti falliscono o non soddisfano le aspettative. Dopo tanta fatica tornano malinconicamente in auge i detti «L'orto vuole l'uomo morto» e «La terra è bassa».

Nell'orto di Angera l'uomo e la donna vivi dimostrano che la terra sta bene dove si trova e che lavorando un decimo del tempo usuale la quantità di prodotto ottenuta dalla coltivazione elementare è superiore agli standard (dai 3 ai 5 kg/m2/anno), con una qualità nutrizionale ed energetica indiscutibilmente superiore.

La coltivazione di 210 metri quadrati ha richiesto mediamente, calcolando la bassa e l'alta stagione, un solo giorno di lavoro alla settimana per una sola persona con mansioni talvolta impegnative, mai faticose. Cinque giornate lavorative a settimana portano a 1050 m2 la superficie coltivabile agevolmente da una sola persona dedita all'orticoltura elementare, senza alcuna dotazione di attrezzature meccaniche, non proprio a mani nude, ma quasi: l'ideale per coltivare anche nei Paesi definiti (e ridotti) «poveri» secondo i parametri del capitalismo.

Con una produzione annua di almeno 3150 kg di verdura buona e variata su 1050 m2 coltivati, un addetto può nutrire sé stesso e altre cinque persone (considerando un consumo «vegano» di ca. 40 kg/mese prò capite) non solo senza investimenti in denaro, ma lasciando dopo il raccolto la terra più fertile di prima.

Questo rapporto di 1 a 5 tra il numero di addetti e quello dei beneficiari è in realtà più favorevole rispetto a quello truffaldino che l'agroindustria si attribuisce: 1 a 9, considerando oltretutto consumatori di alimenti ad alto impatto ambientale e ad alto consumo di risorse agricole indotte, come le carni, le uova e i formaggi. Nel momento in cui un agricoltore acquista e mette in uso una motozappa o un trattore, quando somministra concimi o introduce qualsiasi altro supporto prodotto all'esterno, quando alleva bestiame, ha in realtà implicato nella propria produzione più calorie e risorse di quante ne potrà mai produrre il campo coltivato, soprattutto se aggiungiamo a piè di lista le risorse - a carico della comunità - necessarie per risolvere la ricaduta di problemi sanitari causati dall'inquinamento e dal cibo di scarsa qualità.

Su quel falso rapporto di 1 a 9 bisogna considerare gli altri costi esterni coinvolti nella produzione industriale delle sementi, nella progettazione ingegneristica delle tecnologie agricole, nella costruzione, distribuzione, promozione pubblicitaria, manutenzione e rottamazione dei macchinari. Mettiamo nel calderone anche gli addetti al settore petrolifero e il lavoro a carico delle istituzioni pubbliche, come il comparto scolastico e i centri di ricerca, entrambi asserviti alle multinazionali.

E ancora: la pletora di addetti negli apparati pubblici e privati di gestione del credito agricolo e, dulcis in fundo, il costo della corruzione dei politici, per la quale non esiste una valutazione precisa, ma solo a pensarci mi sudano le mani. Il mercato richiede poi addetti alla logistica, alle trasformazioni capricciose del prodotto, venditori all'ingrosso e al minuto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo della produzione. Ovviamente a ognuno saranno venuti in mente altri costi inutili e dannosi gravanti sul povero pomodoro, ormai rosso di vergogna.

In realtà non sappiamo quanto lavoro sia necessario per portare dal seme alla tavola un cetriolo agroindustriale, ma possiamo arguire che il rapporto di un solo addetto nel campo per soddisfare nove fruitori sia una presa per il culo (mannaggia al toscanaccio, pardon!), il che parlando di cetrioli appare ancor più intrusivo.

Forse non è nemmeno più veritiera la valutazione di fonte ambientalista, cioè che per mantenere gli abitanti del Pianeta Terra con l'agroindustria servirebbero almeno altri 7 mondi coltivati. E di andare a coltivare lassù c'è chi ne parla sul serio, anche nelle istituzioni mondiali preposte alla tutela del benessere del genere umano. Quanta distanza da colmare per gli ambientalisti del futuro per arrivare all'obiettivo «chilometro zero» partendo da Marte. Ma sicuramente aggiusteranno il tiro e si adegueranno all'anno luce zero.

Le risorse della coltivazione elementare

Le risorse necessarie alla coltivazione elementare sono già tutte nell'orto e dintorni: lavoro, umidità, Sole, aria, erba viva e secca, foglie, semi, humus, esseri viventi, energia.

Ovviamente le pressioni della società capitalista premono anche sui confini dell'orto elementare, ad esempio: a causa delle scelte lobbistiche relative alla mobilità molti sono costretti a recarsi all'orto usando l'automobile e, più in generale, tutti dobbiamo sottostare per alcuni aspetti al ricatto del denaro (ad esempio per l'acquisto di forbici o altre piccole cose).

Tuttavia la coltivazione elementare produce anche cambiamento sociale, quindi mentre accettiamo i minimi compromessi oggi inevitabili per portare avanti la coltivazione stiamo anche risolvendo i motivi che li rendono provvisoriamente necessari, laddove l'agricoltura convenzionale e biologica alimentano le leggi di mercato.

L'orto di Angera non è solo una risposta concreta al flagello dell'attuale realtà agricola, ma un'inversione di tendenza, un nuovo approdo e un punto da cui ripartire, anche e soprattutto per la coltivazione oggi definita «biologica».

Solo per inciso, poi ci torneremo sopra: a mio parere la definizione «agricoltura biologica» è inesatta e dovrebbe essere sostituita con «parzialmente biocida», perché la lavorazione anche leggera e parziale della terra uccide a ogni intervento una massa di microrganismi pari al peso di un paio di vitelli per ettaro, a cui vanno aggiunte le forme di vita vegetale spontanea sterminate. Distruggere meno forme di vita rispetto all'agricoltura industriale non autorizza ad autodefinirsi amanti della vita. Chi poi usa letame è ancor più «biocida», fonda la propria coltivazione sul dolore e sulla morte violenta a cui sono condannati gli animali negli allevamenti, anche quelli ipocritamente definiti «etici».

La fretta è sempre cattiva consigliera

Concimare si traduce in avere fretta di veder crescere le piante per venderle e la fretta, come suggerisce la saggezza popolare, è sempre cattiva consigliera.

Il Pianeta ha nutrito per centinaia di milioni di anni una fauna la cui massa biologica era infinitamente superiore a quella rappresentata attualmente dal genere umano, inclusi gli animali domestici e allevati e considerando anche quel poco che resta ormai della fauna selvatica, la cui estinzione è vicina al termine del conto alla rovescia. La Natura che ancora non conosceva il deserto, libera dall'agricoltura, dall'asfalto, dal cemento e dall'inquinamento, provvedeva in abbondanza a nutrire molta più vita di quanta ne sia presente oggi sul Pianeta; tanto mi basta (e avanza) per decidere di porre di nuovo - e senza compromessi - la produzione del cibo nelle mani della Natura.

La coltivazione elementare rimette l'agricoltura laddove l'uomo l'ha trovata: nelle mani generose della Natura.

Questo non significa affatto rinnegare in toto il millenario lavoro umano di creatività e senso pratico che ha portato alla luce tante conoscenze, che ha saputo trasformare piccole bacche selvatiche nei succosi frutti che allietano e nutrono la nostra vita; semmai è vero il contrario: rivisitare consapevolmente il passato significa valorizzarlo e rilanciare la posta in gioco dal presente per il futuro.

Il piccolo orto di Angera è e resterà un baluardo della Natura produttiva nei luoghi dell'Umanità.

Data di Pubblicazione: 16 agosto 2019

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