SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO   |   Tempo di Lettura: 10 min

La Cabala nel Cantico dei Cantici

La Cabala nel Cantico dei Cantici

Scopri la forza di cambiare gli aspetti divisi del tuo temperamento e fare breccia nel muro dell’ego leggendo l'anteprima del libro di Nadav Hadar Crivelli.

Un profondo insegnamento terapeutico

Questo è un libro di Cabalà, che ha come asse il Cantico dei Cantici, ma il cui raggio si estende in tutto quanto possa aiutare il ricongiungersi del Santo, benedetto Egli sia, e della Sua Shekhinà. La fama della Cabalà si diffonde sempre più nei nostri ambienti. Eppure la vera Cabalà rimane difficilmente accessibile. La vera Cabalà si nutre delle fonti classiche: il Libro della Formazione, il Libro dello Splendore, le Opere sulla mistica della Merkavà, l'Arizal e la tradizione lurianica, il Gaon di Vilna e il Ba’al Shem Tov.

L’interezza dei suoi otto capitoli è dedicata ad un profondo insegnamento terapeutico. Non si parlerà solo di guarire da una sindrome o da un’altra, da un malanno lieve o grave. Il Cantico punta in alto: vuole assisterci nel guarire dal più radicato di tutti i malesseri umani: quell’isolamento esistenziale doloroso ed esagerato, che è presente fin dalla nascita, e in seguito peggiora in conseguenza dell’inevitabile egocentrismo che sovente nella vita ci troviamo ad assumere. Per egocentrismo si intende un prevalere dell’ego, cioè della consapevolezza che si basa su istinti primari, comuni agli animali. È quello che nel linguaggio chasidico si chiama: Nefesh habehemit, “anima animale”. Egocentrismo è la dove il proprio ego tende a dominare su ogni altra considerazione, ed è la forza di gravità anche nelle situazioni nelle quali ci rapportiamo con altri esseri umani.

Nel racconto biblico, nel giardino dell’Eden Dio disse ad Adamo (Genesi 2, 18):

Non è bene che Adam sia solo

È un’affermazione chiara di come la condizione della solitudine non sia quella ideale, quella per la quale l’essere umano è stato creato. Cosa centra con l'ego tutto ciò? Una semplice ghematria illustra il punto:

Adam boded = 61 = Uomo solo = Ani (Ego) = 61

Con queste parole non intendiamo certo stigmatizzare la solitudine, la condizione di chi si è trovato a vivere da solo, o di chi ha scelto di fare così, pur avendo famiglia, colleghi, amici. La solitudine è una condizione esistenziale, cioè è una specie di inevitabile suono in background, nell’anima e nella personalità. Anche chi vive in famiglia, piccola o grande che sia, la può provare intensamente. Più che solitudine, dalla quale siamo tutti affetti, ciò da cui dovremmo fare attenzione è un voluto isolamento che spesso ci costruiamo intorno, criticando e lamentandoci. A volte le critiche e le colpe vengono dirette agli altri, percepiti come le cause dei nostri problemi. Altre volte sono rivolte a noi stessi, alle nostre debolezze, o chissà quali altri difetti. Questo isolamento è spesso il risultato di un ego eccessivo, di una personalità inflazionata, sia in positivo che in negativo. C’è il tipo che si vanta dei propri successi, e tutti devono stare a sentire le liste delle sue vittorie e conquiste, che spesso si ripetono. Oppure c’è l’altro che elenca guai e dolori, sfortune e miserie, sempre le stesse, sempre allo stesso modo. Costoro si scavano un solco intorno, si costruiscono un muro divisorio. Come poi lamentarsi di sentirsi soli? Per fortuna questi due casi sono estremi, sono rari, ma ognuno di noi può riconoscersi un po’ nell’uno e a volte un po’ nell’altro. Questi sono i “giochi dell’ego”. Il Cantico è una medicina per quelle sindromi e vuole darci la voglia e la forza di cambiare gli aspetti divisi del nostro temperamento. Occorre fare breccia nel muro dell’ego.

Invitiamo il lettore a non leggere tutto ciò come fosse un’affermazione che l'ego sia un qualcosa di intrinsecamente negativo e malato. Ani, (Alef Nun Yod) in ebraico “Io”, è anche uno dei Nomi segreti di Dio, per precisione il 37°. L'ego è una materia prima, è la principale delle possibili espressioni del nostro Oti, della nostra forza vitale. Il Cantico dei Cantici ci aiuta a dargli una forma più adatta ad interagire con gli altri, con Dio e con la vita. Questa è la forza dell’amore, con la sua duplice espressione poeticamente illustrata nel Cantico: ahavà e dodim.

L’immortalità dell’amore

Cominceremo la lettura e il commento del Cantico da alcune parole di uno dei suoi ultimi versi, certamente tra i più noti e significativi (cap. 8 vv 6):

“ki azà ka mavet ahavà...”

“poichéforte come la morte è l’amore...”

A volte questo verso viene tradotto così:

“poiché l’amore è più forte della morte”.

Diciamo subito che questa seconda traduzione, grammaticalmente incorretta, è una forma di wishfull thinking. Sarebbe davvero bello se così fosse. In verità, probabilmente è così, ma non in modo scontato ed automatico. L’immortalità dell’amore è una dimensione che va meritata e conquistata, un’esperienza “top”. “L’amore è più forte della morte” è un traguardo escatologico, verso il quale il Cantico ci aiuta a muoverci, ma che non ci promette in modo scontato ed automatico. L’ebraico originale del verso è molto chiaro:

ki = poiché

‘azà = potente (femminile di oz)

ka mavet = come la morte

ahavà = l’amore

Della reciprocità amor-mors è piena la psicoanalisi, e anche la cultura corrente. Qui, nel Cantico, c’è molto di più. La nostra traduzione è:

“amore = mutamento, cambiamento, trasformazione”

mot = “morto” in ebraico = “mutato”

Nessuno avrà dubbi su quanto evidente sia la mutazione che la morte comporta. È un turbine di processi che si scatena alla morte. Ciò è vero per il corpo umano, le cui funzioni vitali cessano, e per il quale inizia la decomposizione. Ed è vero anche per l’anima. Sebbene non ci siano certezze scientifiche o filosofiche a riguardo, è generalmente accettato che l’anima, cioè la consapevolezza umana (coi suoi vari livelli), cessando il suo legame simbiotico col corpo, si trovi proiettata in una serie di esperienze inimmaginabili. Beh, non del tutto inimmaginabili. Infatti ogni religione, ogni mito, ed ogni tradizione basata su esperienze di stati alterati, mistici, descrive i possibili tragitti dell’anima dopo lo stacco dal corpo, sia a breve che a lunga distanza dall’evento.

D’accordo, non mancano gli scettici che sostengono che con la fine del corpo finisca anche la consapevolezza. Buio nero, notte fitta. Zero assoluto. Beh, dall’enorme agitazione di pensieri ed emozioni di un essere umano vivo, anche l’improvviso silenzio totale è una trasformazione! Se accettate che nella creazione viga un principio di simmetria, in attesa che venga dimostrato quello di super-simmetria, è facile visualizzare come al momento della morte inizi un cammino speculare tra anima e corpo. Il corpo cade nel disordine della decomposizione, durante la quale quel meraviglioso insieme organico di cellule, tessuti, ossa, organi, si sgretola progressivamente. La consapevolezza invece, secondo l’esperienza dei mistici, inizia una serie di passaggi da uno stato di beatitudine relativa ad uno maggiore. Cioè l’anima si muove verso una ricomposizione di tutte le sue parti, molte delle quali non erano prima nell’area della consapevolezza cosciente e razionale. Dio è Unità. L’amore aspira all’unione. La trasformazione post-mortem per l’anima è un viaggio straordinario nelle dimensioni sconosciute dell’Amore, personale, collettivo, cosmico, divino.

Ecco che si potrebbe rendere quel verso in questo modo: “poiché la potenza dell’amore attiva la mutazione”

Amore e trasformazione

Ricapitoliamo: l’amore esiste veramente quando produce trasformazione. Qual è la differenza tra amore da una parte e semplice passione o innamoramento dall’altra? Il primo è il motore di una serie di cambiamenti e trasformazioni tangibili, massicce. Passioni ed innamoramenti, per quanto intensi possano essere, a lungo andare non hanno conseguenze trasformative né sul carattere degli individui né sul loro stile di vita. Prendiamo invece l’esempio di un giovane ed una giovane che si incontrano e si innamorano. Come si evolve questo evento? Ci atteniamo al caso più frequente in passato (nelle società moderne è diventato più raro). I due si frequentano, si sposano. Mettono su casa insieme, fanno figli. Poi avranno anche dei nipotini. Potete pensare a cambiamenti più forti, più radicali di questi? È una morte alla fase precedente della loro vita, quella da single, spesso dipendenti dalla famiglia d’origine. Ovvio, stiamo parlando di un modello tradizionale. Sappiamo benissimo che questo modello ha un sacco di eccezioni. Può succedere di tutto durante il lungo intervallo tra l’essere giovani e single, a quello di ritrovarsi nonni. In ogni caso, anche se il rapporto si interrompe, e prima si è interrotto l’amore, i cambiamenti non mancano. Se ne scatenano una valanga, con o senza avvocati.

Sapete quando una persona sa di non amare? Quando non cambia più nulla o quasi nella sua vita. Noia, solitudine, ripetitività. Sono stati d’animo che conosciamo, che temiamo, o ai quali ci siamo abituati. Sulle sofferenze dell’amore e sui loro rimedi ci sarà un capitoletto a parte in questo libro: “Mele e Focacce di uva passa”, con un brano dello Zohar che li spiega, e poi lo commenteremo brevemente. Quanta gente si interroga se sta amando veramente o no, se viene amata o meno? Ebbene, la risposta è semplice. Se contemporaneamente all’amore, vero o supposto, stanno avvenendo dei cambiamenti, esterni od interni, allora è vero amore. Se avvengono per entrambi significa che l’amore è corrisposto. Altrimenti...

Facciamo ora l’esempio di una coppia di innamorati, amanti, per i quali non ci sia la possibilità classica dello sposarsi, mettere su casa insieme, fare figli o nipoti. Ciò può essere per motivi di età, o di condizione sociale (rapporti precedenti o altro), o per una paura innata di cambiamenti molto profondi. Dov’è qui la mutazione? Si badi che tutto il Cantico è un amore tra due persone delle quali non viene detto di un matrimonio, anche se qui e là ipotizzato o sognato, né di figli che nascono dalle loro intimità fisiche. Questo è straordinario, se pensate al contesto etico, puritano e tradizionale, del mondo ebraico religioso. Che non fossero ebrei? No, lo erano e come. Lo sappiamo dai loro nomi, così particolari, e dai nomi dei luoghi nei quali il Cantico è ambientato. Il messaggio è un altro. L’amore vero è sempre cambiamento. Se non sono le dimensioni esterne a cambiare, saranno almeno quelle interiori. Il carattere si trasforma. Si diventa più consapevoli, più profondi, più attenti. Se è vero amore ci si addolcisce, ci si innervosisce e ci si arrabbia di meno. Altrimenti, se nessuno cambia, eccoci alla situazione nella quale ognuno richiede o pretende che sia l’altro a cambiare. La conoscete vero?

L’amore del Cantico non è solo vero, è anche bello. L’unione di Verità e Bellezza è un altro dei traguardi escatologici dell’era messianica. Tuttavia il Cantico non prevede solo cambiamenti in positivo, da un bene ad uno ancora maggiore. È una serie di alti e bassi, un alternarsi di unioni e separazioni. Certo, a conti fatti, nel Cantico la gioia e il piacere estatico del rincorrersi, giocare, parlarsi poeticamente, affrontare il giudizio degli altri e superarlo, sono molto maggiori del dolore, del dubbio, e dei momenti di solitudine. Tuttavia, l’ultimo verso prevede un nuovo severo mutamento. Lei chiede a Lui di “fuggire”. E non perché l’amore sia finito, bensì perché Lei lo vuole proiettare in una nuova dimensione, dove animalità ed umanità si uniscano nell’Aroma del Divino.

“Fuggi a te, amante mio, e sii simile alla gazzella e al piccolo dei cervi, sui monti degli aromi.”

In seguito diremo di più sul verso finale del Cantico.

Data di Pubblicazione: 12 giugno 2019

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