SELF-HELP E PSICOLOGIA

La Dimensione Transpersonale in Psicologia

La Dimensione Transpersonale in Psicologia

Scopri come liberare la naturale espressività della tua natura intrinseca leggendo l'anteprima del libro di Fabrizio Rossi.

Orientamento verso l'essere 

“[...] A mio avviso, la psicologia umanistica, la Terza forza della psicologia, è transitoria, è un prologo ad una Quarta psicologia ancor più ‘elevata’, trans-personale, trans-umana, incentrata sul cosmo anziché sui bisogni e sull’interesse umano.”

La psicologia transpersonale è nata, almeno formalmente, solo cinque anni più tardi rispetto a quella umanisdca, nel 1967. La vicinanza di queste date ci può far pensare a cambiamenti non così significativi. In parte questo è vero, visto ogni nuovo paradigma contiene sempre tracce di quello precedente. Il principale elemento di novità nella psicologia transpersonale è che essa si è avventurata oltre la dimensione umanistica, allargando i propri orizzonti fino a comprendere una totalità interconnessa. La psicologia transpersonale intendeva essere trans-umana, anziché essere centrata sui bisogni e sugli interessi individuali. Lo strumento che essa utilizza per viaggiare in questi nuovi mondi, è la modificazione dello stato di coscienza.

Il lettore che ritiene che questa enfasi sul cosmo sia lontana dai suoi interessi personali è invitato a proseguire per potersi ricredere. Già nel capitolo precedente ci siamo resi conto di come, se pure inconsapevolmente, siamo elementi inevitabilmente interconnessi del Tutto di cui facciamo parte. Credo sia già chiaro che il nostro benessere è strettamente legato alla relazione che inevitabilmente instauriamo con tale moltitudine dentro e fuori di noi, che lo vogliamo o meno.

Nell’esplorazione di questo mondo, scelgo di partire dallo studioso che più di ogni altro ha contribuito alla nascita della psicologia transpersonale, Abraham Maslow. Questi sosteneva che tutti gli esseri umani posseggono una natura intrinseca, essenziale, che è in parte strettamente individuale e in parte condivisa con l’intera specie. Quando questo nucleo essenziale non viene riconosciuto o negato, la persona si ammala in modo più o meno evidente. Tale rimozione non distrugge l’essenza, che sopravvive sotterranea continuando ad esercitare la sua influenza. Il modello ideale della nostra cultura è l’individuo ben adattato e privo di problemi, che conduce una vita convenzionale e si difende dalla moltitudine. Siamo però sicuri che la sofferenza psichica sia necessariamente il segnale di una malattia?

“Quale dei nazisti ad Auschwitz o a Dachau era in buona salute? Quelli con la coscienza tormentata, o quelli la cui coscienza appariva loro chiara, limpida, serena?”

Permettere alla totalità di manifestarsi significa anche passare attraverso il dolore e lasciare che il processo faccia il suo corso. Maslow credeva che gli impulsi distruttivi fossero dovuti ad una reazione violenta contro la frustrazione degli intrinseci bisogni, emozioni e capacità e che tale frustrazione fosse alla base della nevrosi. Considerava sintomi di salute l’accettazione di sé e degli altri, la spontaneità e la creatività, l’originalità e la resistenza all’omologazione, la capacità di avere esperienze di picco e il senso di appartenenza alla specie umana.

Un’esigenza primaria dell’essere umano è quella di liberarsi dal bisogno e dalla tensione prodotta dall’insoddisfazione. L’omeostasi, come abbiamo visto in gestalt, va ripristinata per tornare ad una condizione di quiete. Maslow riteneva che i bisogni avessero un’organizzazione gerarchica che raffigurava in una piramide. Alla sua base vi sono i bisogni fisiologici (respiro, alimentazione, sesso, sonno), poi quelli di sicurezza (casa, occupazione, salute), di appartenenza (amicizia, affetti familiari, intimità sessuale), stima (autostima, autocontrollo, rispetto reciproco) ed infine di autorealizzazione (creatività, spontaneità, accettazione, assenza di pregiudizi).

Quando i bisogni sono basati su di una carenza, la loro soddisfazione dura solo per un breve momento. Le persone autorealizzate, godono della vita in tutti i suoi aspetti, non solo nei momenti di trionfo. I bisogni che necessitano di qualcosa di esterno alla persona per essere soddisfatti relegano in una condizione di dipendenza. Chi si trova in questa condizione non è libero, ed inoltre, avvertendo, a qualche livello, l’ansia di questa dipendenza finisce con il nutrire ostilità. Questo non significa che occorra rinunciare a relazionarsi con il mondo esterno o che l’indipendenza debba essere intesa in senso assoluto. La vera autonomia va ricercata dentro se stessi, attraverso la consapevolezza che ciò che importa non è la pressione esercitata dall’ambiente, ma il modo in cui si reagisce ad essa. Se riteniamo che alla base di ogni nevrosi vi sia una carenza, dovremo rivolgerci alla dimensione intrapersonale piuttosto che a quella interpersonale.

Liberare la propria natura

Si tratta di liberare la naturale espressività della propria natura intrinseca, non di fare qualcosa facendo affidamento sulla forza di volontà. Ciò che serve è già presente, va solo riconosciuto, accolto, accettato, non va cercato in alcun luogo e non è possibile che ci venga sottratto, in quanto intrinseco a noi stessi. Prendiamo, ad esempio, il bisogno di amore. Di solito, consideriamo l’oggetto del nostro amore come qualcosa di esterno a noi, da cui sembra dipendere la nostra felicità. Questa dipendenza, ancora una volta, crea turbamento e dunque possessività. L’amore per l’Essere è inesauribile e non genera possessività, in quanto l’Essere non ci può abbandonare. Per questo chi è orientato all’Essere è più autonomo, meno geloso ed apprensivo. E più aperto e generoso con gli altri, in quanto l’Essere è inesauribile. Non è competitivo, in quanto l’Essere è infinito e dunque non si può possederne più di qualcun altro. Inoltre, è anche più propenso ad aiutare gli altri nella loro autorealizzazione.

L’esperienza orientata verso l’Essere non è finalizzata all’acquisizione di qualcosa, che sia l’approvazione di qualcuno o la soddisfazione di qualche criterio, è afinalistica. Prendiamo così le distanze dall'orientamento finalistico della coscienza, contro cui ci mette in guardia Bateson. L’esperienza, qui, convalida se stessa. Cerchiamo di comprendere quanta della nostra energia è impegnata nel tentativo di non sbagliare, nel riempire dei vuoti manchevoli, nel cercare controllo e sicurezza.

Tendiamo di fronte ad ogni situazione ad enfatizzare i pericoli a scapito degli aspetti positivi, essendo più orientati verso la sicurezza? Oppure siamo focalizzati sugli aspetti positivi, ridimensionando i pericoli? Nel secondo caso, ci apriremo con fiducia alla crescita, alla totalità e all’unicità del Sé. Il tipo di orientamento è un chiaro indicatore di dove ci troviamo in questo momento. Se la paura e le scelte conservative sono ancora preponderanti, saremo portati a soddisfare il bisogno di sicurezza per creare una base sicura da cui trarre fiducia.

La natura superiore dell’uomo non poggia sulla repressione degli istinti, ma sulla loro gratificazione. Occorre che colui che accompagna il cliente nel suo viaggio consideri naturali le resistenze e sia in grado di accettarle senza giudizio, così che da questo spazio di comprensione, il cliente-persona possa aprirsi alla crescita, allargando i propri orizzonti. Questo richiede che si trovi un buon equilibrio tra sicurezza e apertura alla crescita. Solo allora il cliente potrà prendere coscienza del proprio carattere, quel surrogato della propria natura che ha costruito negando il proprio Essere. La sua enfasi sulla sopravvivenza diminuirà ed egli si aprirà alla pienezza della vita.

L’adulto che si apre alla crescita può scoprire che il bisogno di approvazione da parte degli altri, che si porta dietro dai tempi dell’infanzia, è diventato anacronistico. Si tratta del bisogno del bambino dipendente dall’approvazione dei genitori, senza i quali pensa di non poter vivere. Oggi non ci troviamo più in una situazione di reale dipendenza e la nostra sopravvivenza non è a rischio come temiamo. Per comprendere questo, però, ancora una volta dobbiamo riconoscere e accogliere la paura irrazionale che ci portiamo dentro. Al di fuori di un percorso di crescita, una vera presa di coscienza è realmente difficile, perché tante sono le strategie di difesa, le angosce e le paure che agiscono dentro di noi. Per Maslow, la stessa psicologia ha contribuito al perpetuarsi di questa situazione tanto che, parlando dei nuovi sviluppi in campo psicologico, scrive:

“Per me ha comportato la distruzione continua degli assiomi più cari, [...] leggi da lungo tempo stabilite, ritenute salde e apparentemente incrollabili, della psicologia. Spesso si è dimostrato che non si tratta affatto di leggi, ma soltanto di norme per vivere in una condizione di psicopatologia e terrore blandi e cronici, di cecità e di amputazione, di immaturità, che non notiamo perché la maggior parte delle altre persone hanno la nostra stessa malattia."

Una visione non egoistica e distaccata

Nella visione ordinaria vi è una certa tendenza alla classificazione, per cui ogni elemento diventa il membro di una classe. Si tratta di un automatismo di comparazione, valutazione, giudizio. Nella visione dell’Essere, al contrario, ogni elemento viene preso per ciò che è nella sua unicità. Nelle esperienze di picco, la percezione può trascendere l’io ed i suoi bisogni ed essere impersonale, non egoistica, distaccata. Qui ciò che È e ciò che dovrebbe essere si fondono, l’esistenza non può sbagliare. Nella visione ordinaria, colui che osserva seleziona cosa deve e cosa non deve percepire in funzione dei propri bisogni, timori ed interessi. Come afferma la gestalt, il bisogno organizza il campo percettivo.

La visione dell’Essere è più ricettiva che attiva, è una ‘consapevolezza’ senza scelte. Nelle esperienze di picco, la risposta emotiva è di meraviglia, di umiltà e di resa di fronte all’esperienza. Ognuna di queste due prospettive ha le sue caratteristiche e attribuzioni di significato. Ad esempio, il termine ‘resa’, utilizzato in senso positivo ed inteso come lasciarsi andare con fiducia alla saggezza dell’esistenza, viene vissuto dall’Io come una sconfitta nella dimensione ordinaria. Nella dimensione dell’Essere le polarità si integrano e la loro apparente contraddizione si dissolve. La persona è più integrata e meno frammentata, più aperta all’esperienza, più spontanea e creativa. Anche lo psicotico partecipa totalmente all’esperienza, ma ne rimane in balia, senza riuscire ad esserne sufficientemente distaccato come accade alla persona autorealizzata. Nelle esperienze di picco, l’individuo è più presente nel qui-e-ora, è meno condizionato dal bisogno di controllare attraverso una rigida pianificazione. Crea e ricrea se stesso nel momento presente, senza lasciarsi condizionare dal proprio passato. Non si tratta dunque di una condizione statica, ‘perfetta’, raggiunta una volta per tutte. Non significa vivere per sempre felici e contenti.

“[...] La persona auto-realizzata [è] un nevrotico dotato di insight che accetta se stesso [...] sinonimo di “comprendere ed accettare l’intrinseca condizione umana.”

La parola ‘perfetto’ possiede due significati, uno nel mondo della carenza ed uno nel mondo dell’Essere. Il senso di perfezione, così come lo intendiamo solitamente nella dimensione della carenza, è una visione idealizzata. In questo senso nessuno potrà mai essere perfetto. Nella dimensione dell’Essere ognuno è perfetto esattamente così come è.

Ordinariamente, l’individuo si trova nella dimensione del fare, che richiede un deliberato atto di volontà. Nell’Essere, la realizzazione emerge spontaneamente, è la libera espressione di ciò che già è presente in modo peculiare in ogni specifico essere umano. Le persone che vivono nella carenza anelano ansiosamente a una gratificazione e vivono costantemente nella dimensione del fare, per sfuggire al senso di frustrazione derivante dalla mancanza. Nella prospettiva dell’Essere, quello che una persona è e quello che potrebbe essere esistono contemporaneamente. Non c’è bisogno che l’ambiente immetta un seme dall’esterno, il seme è già presente. L’ambiente può fornire a quel seme sole, acqua e quell'humus favorevole, di cui parlava Rogers, gli elementi che gli sono necessari per realizzare il proprio potenziale. Siamo molto distanti dalla visione nella quale si è mossi da forze esterne. Maslow trovava che possiamo definirci autenticamente umani solo se ci concediamo di essere ciò che realmente siamo. Ricordiamoci, però, che il bambino - o il cliente che si trova all’inizio del suo percorso terapeutico - deve anche imparare a conoscere i propri limiti, a tollerare la frustrazione e ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Solo quando avrà imparato a farlo, potrà esprimersi liberamente in modo spontaneo e naturale.

Maslow sosteneva che le tecniche verbali non rappresentano la via migliore per farci recuperare il contatto con ciò che abbiamo rimosso e negato dentro di noi. Auspicava l’utilizzo di altri metodi, quali le tecniche artistiche, la danza, ecc. Per Maslow la vera ‘colpa’ di cui l’individuo si può macchiare non è trasgredire alle regole stabilite dagli altri e introiettate (super-io), ma non essere fedele alla propria natura, tradire se stesso. Il controllo sulla psiche prodotto dalla paura è, nella sua visione, in larga misura fonte di nevrosi, se non di psicosi.

L’unico controllo auspicabile è quello che serve a mantenerla ben integrata ed organizzata. Questo richiede un buon equilibrio tra spontaneità e controllo, una modalità eco-logica, grazie alla quale l’individuo abbia a cuore non solo se stesso, ma anche gli altri e l’ambiente attorno a sé. Fin dall’inizio, nell’educazione del bambino, si dovrebbe ricercare il giusto equilibrio fra il lasciarlo libero, accompagnandolo con fiducia ed il proteggerlo, senza cedere al desiderio di risparmiargli frustrazioni che, in realtà, sono inevitabili. Il pensiero analitico, che implica una semplificazione della realtà, rappresenta semplicemente una mappa del territorio.

Ci identifichiamo totalmente con gli aspetti razionali del nostro essere perché abbiamo paura del mondo e non abbiamo fiducia nella nostra capacità di affrontarlo. Nelle esperienze di picco, nella dimensione dell’Essere, il passato smette di essere condizionante ed il futuro si attualizza. Esso c’è già, il divenire cessa e il tempo scompare.

Data di Pubblicazione: 11 settembre 2019

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