Scopri come si sviluppa la volontà di potenza viene chiamata “amore di sé” leggendo l'anteprima del libro di Stephen Sanders.

La formazione del carattere

Ogni persona, col fatto di vivere e di muoversi, è esposta a determinati influssi a cui corrispondono certe azioni: in ciò rivela determinate caratteristiche. Ne consegue che i modi di condotta dell’uomo mostrano grandi somiglianze quando una serie di circostanze esteriori, quali ricorrono in tutte le nostre esistenze, suscita una risposta da parte di qualche tratto fondamentale, peculiare della natura umana e che, perciò, si trova ad essere un attributo di tutti. Indagando reazioni simili in situazioni esteriori simili, ci viene fornito un metodo per acquistare la conoscenza di quei tratti fondamentali. Tale conoscenza è della massima importanza se vogliamo comprendere i fattori individuali del comportamento umano ed essere capaci di isolarli da ciò che è comune al genere umano.

Lo stimolo

Possiamo cominciare con l’affermare che ogni essere rivela degli impulsi mentali noti alla biologia come stimoli. I più semplici e comuni sono gli stimoli della fame e della sete. Essi nascono direttamente dal corpo, di cui sono bisogni essenziali; quando diventano acuti si esprimono con l’irrequietezza di qualche parte del corpo, come lo stomaco, un’irrequietezza che può diffondersi in modo da provocare una generale attività. Ad esempio, nella fame si hanno forti contrazioni dei muscoli dello stomaco. Altre parti del corpo ne possono essere influenzate: una violenta contrazione dello stomaco può essere accompagnata da salivazione.

Dal punto di vista psicologico si definisce “soglia” la quantità di stimolazione necessaria per ottenere una reazione. La soglia è bassa se si ottiene facilmente una reazione; alta se la si ottiene con difficoltà.

C’è da dire subito che il risultato di un bisogno fìsico specifico dipende dalla personalità dell’individuo: ciò è valido, ad esempio, per il bisogno di sonno, di ossigeno, di movimento, ecc.

Finora si è parlato di stimoli in dipendenza da semplici bisogni fisici, in particolare quelli espressi nell’attività degli organi vitali ai quali viene dato talora il nome di istinti viscerali. Molti di essi si manifestano fin dalle prime settimane di vita; altri più lentamente. Di particolare importanza sono due stimoli che si sviluppano in un secondo momento, in rapporto alle ghiandole endocrine: l’istinto materno e l’istinto sessuale. Con il primo si intende un comportamento protettivo verso gli esseri viventi più piccoli e deboli: la tendenza a reagire in quel modo compare verso la fine del primo anno di vita e in taluni soggetti si manifesta solo occasionalmente e limitata-mente ai primi anni, in altri dura per sempre.

Quanto all’istinto sessuale, esso si rivela con un abbassamento della “soglia”, il sensibilizzarsi dell’individuo davanti a tutta una varietà di tipi di esperienze che implicano caratteri sessuali primari e secondari, un interesse e una reazione verso gli appartenenti all’altro sesso, nonché un’aumentata sensibilità nei riguardi del proprio. Tutto ciò non è solo una questione di ghiandole, benché si indichi con questa parola il sistema endocrino nel suo complesso. Il sesso è importante in ogni società umana e riempie praticamente la vita dell’individuo con la sua ricchezza di possibili esperienze che coinvolgono la sua intera personalità.

Difatti i sentimenti che si sviluppano derivano dallo sviluppo sessuale vero e proprio e si mescolano a reazioni estetiche, sentimentali e sociali che complicano l’esperienza stessa. In tutti i casi considerati, l’origine degli impulsi è chiaramente collegata in gran parte alla tensione degli organi vitali. Esistono però numerosi altri impulsi alla cui origine vi è un bisogno di attività come tale; non dipendono dagli organi vitali ma dal sistema nervoso centrale e dagli ampi fasci muscolari delle braccia, delle gambe, del collo e del tronco. Questi muscoli, che noi possiamo controllare volontariamente, sono sempre in movimento anche quando li lasciamo inattivi: essi si contraggono e si rilassano di continuo secondo ritmi complessi, in parte per un nostro atto di volontà, ma in parte anche per un atto riflesso.

Si osservi una persona che dorme: la si vedrà muoversi, impercettibilmente o con una certa energia, rigirarsi sul letto, aprire e chiudere la bocca, compiere, cioè, un gran numero di spostamenti che provano come sia praticamente impossibile conservare uno stato di completa inattività.

M. A. Wenger ha studiato la quantità di tensione muscolare che è presente anche quando siamo rilassati e ha mostrato che questa tensione è in rapporto con tutta la nostra personalità. Una persona è capace di rilassarsi più o meno completamente, un’altra no.

L’individuo, oltre al descritto livello di attività, mostra una prontezza a essere attivo in modi specifici. Osserviamo un gruppo di bambini intenti ad ascoltare una musica: alcuni la seguono dondolando il corpo, altri fanno oscillare le braccia, altri ancora seguono il ritmo della musica battendo energicamente il tempo: se poi la musica si interrompe, vi è il soggetto che si arresta immediatamente e quello invece che deve continuare il suo ritmo muscolare.

I ritmi sono tipi di una attività muscolare che ricorre regolarmente e che, se ostacolata, può causare stato di tensione e di disagio.

Un altro tipo di reazione chiaramente definibile come impulso all’attività è la tendenza a proseguire qualsiasi cosa sia stata iniziata. Forse molti avranno fatto l’esperienza di non riuscire a distogliersi da un’operazione matematica o da una lettura interessante nel momento in cui sono chiamati, diciamo, per andare a pranzo. Questa curiosa reazione ha una spiegazione assai semplice: quando siamo immersi in un’attività, nei nostri occhi o nelle nostre mani o in tutto il nostro corpo può prodursi un’eccitazione tale da impedirci di troncare istantaneamente l’attività iniziata. Simili tensioni si localizzano soprattutto nel cervello e nel sistema muscolare, anziché negli organi vitali.

Vediamo ora un altro tipo di impulso all’attività: è la tendenza a continuare un’azione sotto uno stimolo che ha un potente effetto sull’individuo. Un uomo vede una bella donna e la guarda con ammirazione; anche se la donna improvvisamente scompare, egli non smette di fissare l’attenzione su di lei, e lo rivelano gli occhi che continuano a guardare dalla parte in cui stava la donna.

Ma non solo i muscoli possiedono una loro tensione intrinseca. Ogni parte del corpo ha le sue tensioni, le sue attività; perciò contribuisce direttamente o indirettamente al flusso di reazione fisica che definiamo motivazione. Vi è poi un altro gruppo di bisogni che hanno origine nei tessuti: i bisogni relativi al sistema di attività dei nostri organi di senso e alle parti del cervello collegate direttamente con essi. La tendenza a godere di stimolazioni sensorie come il colore, il suono, il gusto, l’odore, risiede nel cervelletto e non negli organi di senso; ma questi sono in connessione con il cervello a cui trasmettono gli stimoli che hanno colto.

Questo piacere procurato da valori sensori viene utilizzato in quelle particolari attività umane che rientrano nella categoria delle arti.

A questo punto abbiamo considerato tre tipi di stimoli o tensioni: quelli connessi con gli organi vitali, quelli connessi con i muscoli striati e quelli connessi con i sistemi sensori. Ma sarebbe un errore considerare ciascuno di essi come una parte totalmente separata dagli altri; al contrario, le varie tensioni tendono a fondersi l’una con l’altra.

Gli impulsi mentali

Vi sono però altri stimoli che giocano il loro complesso ruolo nella individualità. Cominciamo col dire che ogni essere umano rivela quell’impulso mentale noto alla biologia come l’“istinto di autoconservazione” che è comune a ogni creatura vivente e forse a tutto l’ordine del creato. Questa tendenza alla conservazione, questo impulso, può, tuttavia, essere percepibile solo quando l’individuo si trova di fronte a forze che lo minacciano. L’impulso all’autoconservazione è diretto verso il mantenimento deña stabilità davanti agli influssi ostili.

Considerata in sé e da sola, ogni tendenza all’autoaffermazione deve alla fine portare a rendere assoluto l’essere che afferma se stesso. Questo è, in primo luogo, oggettivamente impossibile perché l’individuo umano non è, e non può essere, per sua natura, un essere isolato, e in secondo luogo perché questa tendenza è limitata in molti modi. Soggettivamente, e secondo l’esperienza, il moto verso l’autoaffermazione è diretto, alla fine, verso questa mèta di assolutismo.

Entro l’ambiente della comunità la tendenza all’autoaffermazione acquista una forma decisamente specifica che si esprime come “volontà di potenza”: la famosa formula di Nietzsche usata da Adier nella sua Psicologia individuale. Questa volontà di potenza è indiscutibilmente un tratto fondamentale degli esseri umani: ne riscontriamo la presenza e gli effetti nella vita di individui, di gruppi e di popoli nella storia, sebbene a volte travestita in modo così singolare che è difficile riconoscerla.

Abbiamo già detto che l’ambiente, che in grado primario e preponderante esercita un influsso sulla condotta dell’uomo, è quello dei suoi simili. Verso questo ambiente è principalmente diretto quell’atteggiamento fondamentale che definiamo “volontà di potenza”. La storia ci insegna che il dominio sui propri simili si affermò molto tempo prima che avvenisse il controllo sulla natura o il dominio sulle cose spirituali. Dunque, la volontà di potenza è una tendenza primitiva della natura umana: lasciata a se stessa, e se non esistessero forze limitatrici, sorpasserebbe tutti i limiti. In realtà questa volontà incontra una duplice limitazione. Da un lato s’imbatte in ostacoli che sorgono dal suo ambiente e dall’altro, nell’uomo stesso, esistono condizioni, esse pure di duplice natura, che inibiscono un libero e smodato sviluppo della volontà di potenza. In primo luogo, l’uomo possiede una seconda tendenza, tanto primitiva quanto l’altra, ma che le è antagonista: la “volontà di comunità”. In secondo luogo, vi sono nell’uomo certe disposizioni che rendono impossibile fin dall’inizio uno sviluppo illimitato della volontà di potenza. Poi gli ostacoli esterni: rivalità di altri individui, resistenza della natura inanimata, ordini di valori posti dalla tradizione, dalle leggi, dai costumi.

Nel linguaggio comune questa volontà di potenza viene chiamata “amore di sé”. In parte si tratta, naturalmente, del tipo di amore di sé che ha per fine il raggiungimento di una certa condizione sociale, l’acquisto di prestigio: un sistema di stimoli molto importante per la vita sociale. Ora, la preoccupazione di raggiungere una certa posizione, e quella di conseguire potenza, si collegano presto strettamente.

L’amore di sé, la tendenza a considerarsi una brava persona si associano strettamente al piacere di essere una potenza. Questi due stimoli, entrambi importantissimi e vitali, si sviluppano e si integrano molto spesso nell’esistenza. Allo stesso modo le soddisfazioni dei nostri sensi, che provengono dal vedere, udire e toccare gli altri, e la soddisfazione che proviamo dall’uso dei muscoli, si mescolano a poco a poco ai nostri sentimenti e si sviluppano nell’amicizia, nel cameratismo, nel senso di collettività.

Da tutte queste fusioni, che sono poi esperienze di vita comune, si sviluppano gradualmente diversi tipi di comportamento sociale come la cooperazione, l’emulazione, la socievolezza, arricchiti da molti atteggiamenti relativi all’amore di sé, alla potenza e ad altri tipi di istinti che sono radicati nell’uomo quale membro di una collettività.

Data di Pubblicazione: 4 dicembre 2019

Lascia un commento su questo articolo

Caricamento in Corso...