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La Resilienza Personale

Anteprima del libro "Il potere della Resilienza" di Gregg Braden

Il trauma nella Resilienza

Perfino dopo decenni di ricerche, e nonostante la pubblicazione di migliaia di studi in centinaia di riviste specialistiche, non esiste ancora una teoria unificata della resilienza. Vi sono tuttavia alcuni aspetti della resilienza che sembrano collocarsi all’interno di categorie generali utilizzabili come punto di partenza per la nostra esplorazione. Alcuni enti professionali hanno attinto alla miriade di studi riferiti a vane tipologie di resilienza e li hanno adattati ai bisogni specifici delle loro cerchie di appartenenza. Esistono specialisti preparati ad aiutarci in tutto: dalla resilienza fisica negli sport di resistenza, per esempio, alla resilienza psicologica negli affari, o alla resilienza emotiva nei rapporti difficili. Il denominatore comune di tutte queste comunità è il trauma, e non dobbiamo sforzarci molto per trovarne le fonti nella nostra vita.

Con i programmi delle TV via cavo che per ventiquattrore al giorno, sette giorni alla settimana ci riempiono di notiziari pieni di raccapriccianti dettagli bellici, di messe in guardia su minacce alla sicurezza delle nostre case e scuole, di sanguinosi incidenti causati da sparatorie di vicinato e di notizie su un allarmante aumento del numero di suicidi adolescenziali imputabili a prese in giro e atti di bullismo perpetrati attraverso i social media, la nostra società è continuamente in preda ai traumi. Ogni incidente traumatico genera il bisogno di guarire dalla scia di danni che si lascia dietro nelle nostre vite, famiglie e comunità. Sebbene i traumi sociali provengano da fonti diverse, le caratteristiche che ci aiutano dapprima a far fronte alle esperienze traumatiche, e poi a trovare la resilienza necessaria per trasformarci e per superarli, sono molto simili.

Disponiamo di un gran numero di eccellenti risorse per guidarci in questo processo. Una che mi è sembrata particolarmente utile in situazioni concrete è la National Victim Assistance Academy (NVAA) [Accademia nazionale di assistenza alle vittime; N.d.T\. Sotto gli auspici dell’Office for Victims of Crime Training and Technical Assistance Center [Ufficio per la formazione delle vittime di crimini e Centro di assistenza tecnica; N.d.T], questa accademia è un programma federale progettato per dare sostegno ai fornitori di servizi professionali alle persone traumatizzate dal crimine. I programmi di formazione che la NVAA ha sviluppato aiutano le vittime a trascendere le esperienze dolorose mediante una serie di fasi specifiche, tese a sviluppare la capacità di resilienza.

Uno dei motivi per cui sono molto attratto dal quadro di riferimento di NVAA è che si rivolge a un vasto panorama di bisogni fisici, emotivi e spirituali, che vanno da come gestire personalmente le condizioni stressanti, alle modalità di gestione dei rapporti con gli altri nei momenti di tensione. Un sommario rappresentativo dei fattori chiave per la resilienza sviluppato da NVAA include:

  • coltivare la conoscenza di noi stessi;
  • coltivare un senso di speranza personale;
  • coltivare la capacità di mettere in atto buone strategie di coping;
  • coltivare solidi rapporti interpersonali;
  • trovare un significato personale nella vita.

Esploriamo ciascuno di questi fattori un po’ più a fondo, per farci un idea migliore del motivo per cui queste cinque caratteristiche sono tanto importanti e del posto che occupano nella nostra vita.

Un quadro di riferimento per la resilienza personale include qualità come l'auto-conoscenza, il senso di speranza, buone strategie di coping, solidi rapporti interpersonali e il saper trovare un significato personale nella vita.

L’autoconoscenza

Nella stanza più interna dell’antico tempio di Luxor, in Egitto, luogo noto col nome di Sanaa Sanctorum, è presente un’iscrizione che ricorda a chi varca le sue soglie il segreto nascosto nell’esistenza personaie. La frase: «Uomo, conosci te stesso» prosegue poi spiegando il beneficio che deriva dal farlo; il testo completo afferma: «Uomo, conosci te stesso e conoscerai gli dèi».

Quelle prime quattro parole, inscritte in molti antichi testi egizi sono le stesse che ritroviamo all’entrata del tempio di Apollo a Delfi’ in Grecia. A Delfi, però, la frase è semplificata e si presenta così: «Conosci te stesso». Dalle tradizioni di saggezza dell’antico Egitto e e antica Grecia, fino ai più profondi misteri custoditi nelle pratiche spirituali più amate del mondo, quasi tutto concorda sul fatto che la nostra capacità di affrontare le difficoltà della vita dipende da quanto si conosce bene sé stessi. È proprio in questo caso che identificare le false ipotesi del passato (e le nuove scoperte che ci informano della loro falsità) diventa particolarmente utile.

Per quasi tre secoli, la scienza comunemente accettata del nostro mondo ci ha ripetuto che siamo disgiunti sia da noi stessi sia gli uni agli altri, e che la legge della territorialità si fonda sulla competizione e sulla lotta. Fin da bambini molti di noi hanno sentito parlare di queste idee, che poi finiscono per riassumersi nel semplice ammonimento secondo cui si vive in un mondo dominato dal concetto di mors tua, vita mea. Questa credenza, spesso subconscia, si attesta neU’intimo dei nostri rapporti più difficili, quelli in cui crediamo ancora di dover lottare per avere successo. È a questo punto che le nuove scoperte che ci aiutano a rispondere alla domanda Chi sono? ci forniscono anche un motivo per cambiare il nostro modo di pensare e le nostre credenze.

La scoperta dell’entanglement quantistico, che ci conferma quanto siamo profondamente connessi gli uni agli altri e al mondo, unita al fatto che la cooperazione, non la competizione, segna la regola fondamentale della natura, ci insegna che più cose scopriamo su noi stessi, meglio equipaggiati saremo per gestire bene i cambiamenti che avvengono nel mondo. Quando sostituiamo alle false ipotesi di separazione le più profonde verità sulla nostra connessione reciproca e sul ruolo che la cooperazione assume nella vita umana, la nostra autoconoscenza ci motiva a pensare in modo più olistico e ad agire in base a una maggiore certezza, in termini di scelte da fare nella vita.

Un intimo senso di speranza

Quando ascoltiamo storie appassionate e ispiratrici raccontate da persone sopravvissute a situazioni apparentemente insuperabili, due delle prime domande che di solito vengono poste loro sono: «Come ci sei riuscito/a? Che cosa ti ha impedito, semplicemente, di rinunciare?».

Vale la pena di esplorare le risposte date a queste due domande, per la similarità del loro impatto emotivo. Per quanto diverse possano apparire particolari situazioni traumatiche, sia riferite a crimini che a disastri naturali, quasi tutti coloro che sopravvivono e che affrontano un sano periodo di recupero affermano di aver trovato sostegno nel proprio senso di ottimismo e di speranza.

Ricordo di aver visto il servizio televisivo che mostrava il rapimento degli ostaggi americani dall’Ambasciata USA in Iran nel 1979 e di aver notato l’effetto che quelle immagini avevano avuto sui miei colleghi e su di me. All’inizio di quella situazione tutti eravamo convinti, come del resto molti altri nel mondo, che si sarebbe risolta.

Per chiarire l’importanza delle esperienze improntate alla speranza, lo psicologo cognitivo Scott Barry Kaufman afferma: «Avere degli obiettivi non basta [...]. La speranza consente alle persone di avvicinarsi ai problemi con una disposizione mentale e un insieme di strategie di successo e quindi fa aumentare le possibilità che esse riescano effettivamente a realizzare i propri obiettivi». È chiaro che la scienza si sta mettendo in pari con ciò che le persone implicate in situazioni disperate hanno sempre saputo intuitivamente da secoli: il nostro senso di speranza ci dà motivo di aspettarci un domani migliore.

Questo testo è estratto dal libro "Il potere della Resilienza".

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