SELF-HELP E PSICOLOGIA   |   Tempo di Lettura: 10 min

Massima Soddisfazione, Zero Sensi di Colpa

- Anteprima del libro di Samantha Ettus

Prima donna a sorvolare l’oceano atlantico in solitaria

"La cosa più difficile è decidersi ad agire; il resto richiede solo tenacia."
Amelia Earhart, aviatrice americana.

Una volta, partecipai a un grande evento con Oprah Winfrey dal tito­lo “The Life You Want Weekend” [Il weekend della vita che vuoi], che si tenne al Prudential Center, il palazzetto dello sport di Newark, in New Jersey: una massiccia iniezione di fiducia della durata di due giorni che, accanto a Oprah, vedeva come protagonisti autorevoli esperti di crescita personale del calibro di Deepak Chopra. Il parcheggio del palazzetto era stato trasformato in un enorme parco a tema punteggia­to di padiglioni destinati all’accoglienza, che lo facevano assomigliare a una piazza cittadina. Nelle pause tra un intervento e l’altro, migliaia di partecipanti visitavano i padiglioni. C’era anche il “Confidence Bus” - e qui entravo in gioco io - dove le partecipanti (una combinazione di am­miratrici sfegatate di Oprah e altre donne in cerca di ispirazione e moti­vazione) potevano ricevere un rapido incoraggiamento, una sistemata al trucco e all’acconciatura, e qualche consiglio da me.

Mi avevano chiesto di proporre una versione ridotta dei “consigli per un nuovo stile di vita” che in genere offro alle persone che telefonano al mio programma radiofonico. Di solito i problemi che mi sottopongono vanno dal caso eccezionale (la persona amata è ripiombata nel tunnel della droga) ai casi più tipici (l’incapacità di trovare il proprio percorso professionale; la scelta del momento giusto per presentare un nuovo compagno al proprio figlio; come aiutare un figlio adolescente a uscire dall’apatia o come convincere il proprio marito ad aiutare di più nelle faccende domestiche). Mentre la maggior parte degli esperti fornisce un ascolto riflessivo o piccoli suggerimenti, io preferisco proporre soluzioni di ampio respiro e raccomando cambiamenti sostanziali che consentano alle persone di migliorare la propria vita più rapidamente. In altre paro­le, consiglio una trasformazione completa, come quelle che si vedono in certi programmi televisivi, dove in pochi minuti una donna trasandata viene trasformata in una reginetta di bellezza. L’unica differenza è che il cambiamento che propongo io parte da dentro: riguarda la gestione della nostra esistenza e le trasformazioni interiori che dobbiamo attuare per vivere la migliore vita possibile.

"Piango solo quando piove"

Nelle quarantotto ore dell’evento di Oprah ho offerto i miei consigli per cambiare stile di vita a centoquaranta donne dai percorsi professio­nali più vari: infermiere e agenti immobiliari, insegnanti e assistenti sociali. Ogni partecipante aveva due minuti per espormi il proprio pro­blema, e io avevo due minuti per dare una risposta. Lira come un incon­tro di speed dating finalizzato a ottenere un consiglio. Anche se avevamo poco tempo a disposizione, ascoltavo queste donne, tenevo loro la mano e proponevo soluzioni.

Dara, una delle prime partecipanti, era una donna sulla cinquanti­na, forte, elegante, con i capelli corti. Mi disse che si donava generosa­mente a tutti: alla madre, ai figli, al marito. Di recente la sorgente della sua generosità si era prosciugata, perché Dara non aveva più la propria personale rete di supporto. La cognata, l’unica persona dalla quale ave­va sempre ricevuto sostegno, era morta prematuramente di cancro. A peggiorare le cose cera il fatto che Dara aveva perso un importante impiego nell’amministrazione comunale e si era dovuta accontentare di un lavoro come tata, occupazione che in realtà detestava. Rimpiangeva di non aver portato a termine gli studi universitari, una scelta che ora limitava anche le sue prospettive professionali. Si sentiva troppo fragile per prendersi cura degli altri. “Nessuno sa quanto io sia debole, in veri­tà. Piango solo quando piove” mi disse.

Dara mi colpì molto, perché sembrava una donna forte e parlava senza nemmeno una punta di commiserazione, ma dentro di sé era tormentata, sopraffatta dalle responsabilità, scontenta e talmente in­trappolata nella sua realtà del momento da non riuscire nemmeno a immaginare l’inizio di un possibile cambiamento.
Poi incontrai Anna, una donna bruna tra i trentacinque e i quarant’anni. Lavorava sei giorni alla settimana nella gestione di un risto­rante, aveva una figlia di quattro anni e un marito che faceva i doppi turni in fabbrica. Lei e il marito erano ai ferri corti e sentiva di non dedicare abbastanza tempo alla figlia. Come Dara, anche Anna aveva la sensazione di essere intrappolata nella sua vita e non sapeva come liberarsi.

Una settimana dopo l’evento di Oprah, mi trovavo alla Advertising Week, il convegno annuale dei dirigenti del settore marketing che si svolge nel centro di Manhattan, e anche in questa occasione riscontrai lo stesso senso di paralisi e insicurezza. In questo caso, offrivo consigli su come cambiare vita, in un’area rumorosa allestita in uno spazio deli­mitato da un cordone. Lì, a pochi metri dal traffico del centro, incontrai Sara, una mamma quarantenne che con aria turbata mi confidò che il suo capo era un alcolizzato e lei doveva sempre riparare ai danni e in­ventare scuse per il suo comportamento imprevedibile. Sara sopportava questa situazione da anni e raccontò diversi episodi in cui il capo aveva cancellato riunioni importanti o aveva scatenato una lite con qualche dipendente o cliente. Ogni volta era lei che passava a raccogliere i cocci. La mattina andava al lavoro terrorizzata, temendo di trovare un nuovo danno a cui inevitabilmente avrebbe dovuto porre rimedio. Perché non lasciava quell’impiego? Sara non sapeva rispondere. Rispetto a Dara e ad Anna, disponeva di più denaro, più potere e più competenze, ma era intrappolata proprio come loro.

La reale difficoltà di queste persone era più profonda dei problemi che apparivano in superficie. La situazione era identica a quella che riscontro in molte donne che si rivolgono a me, dall’atleta olimpioni­ca alla tigre di Wall Street, dall’assistente dell’amministratore delegato alla piccola imprenditrice. Il problema di fondo è la mancanza di fiducia in se stesse, una specie di paralisi, la convinzione di non avere gli stru­menti per innescare un cambiamento o la strisciante sensazione di non meritare una vita totalmente appagante e gustosa.

Forse anche tu ti stai accontentando di un’esistenza poco felice e poco gratificante. Forse anche tu hai paura di aspettarti qualcosa di meglio o di concederti di sognare. O forse hai una vita discreta da “7+”, che con qualche ritocco potrebbe diventare una splendida vita da “10 e lode”. Se non sei determinata a ottenere o a diventare qualcosa di meglio, rimarrai bloccata in un noioso ciclo di mediocrità: nella vita, nell’amore, al lavoro e a casa. Non è ora di vivere al tuo massimo potenziale?

Il denaro compra

Dietro le facciate che ci costruiamo - le acconciature e l’abbigliamen­to che il denaro può comprare - in molti casi viviamo esistenze scadenti. Invece di prosperare, ci limitiamo a sopravvivere. Lavoriamo troppo e passiamo poco tempo con la famiglia e con gli amici. Siamo annoiate, stanche e prive di passione. La nostra mente si sofferma troppo a lun­go sul passato, rievocandolo con nostalgia o rimpiangendone gli errori. Non riusciamo a muovere un passo per andare incontro a un orizzonte più sereno, in parte perché non abbiamo idea di quale sia la direzione da seguire, ma soprattutto perché non ci consideriamo chef con il pieno controllo delle nostre ricette. Invece di puntare in avanti e rivendicare la vita che vogliamo, scivoliamo come ninfee, lasciandoci trasportare dall’acqua in una direzione qualsiasi.
Lo riscontro continuamente nel mio programma radiofonico.

Quando suggerisco di uscire per una serata romantica, la donna che telefona dice di sentirsi in colpa a lasciare il figlio solo ^ casa. Quando chiedo come vanno le amicizie, la donna ride amaramente e commenta: “Sì, un tempo le avevo...”.

Quando chiedo come trascorre la domenica con suo figlio, afferma di essere troppo esausta per condividere qualche attività con lui.

Se non riusciamo a tuffarci nella vita e a goderci i tramonti, pos­siamo imputare la responsabilità alle circostanze o ad altre persone, ma in buona parte siamo noi a impedirci di farlo. Con i nostri figli ci affrettiamo a sbrigare la trafila serale di cena, bagno, letto e libro, senza fermarci a gustare un solo istante di quelle ore insieme. Li portiamo al parco, ma per tutto il tempo guardiamo freneticamente il telefono, senza accorgerci che i nostri figli guardano noi. Ci preoccupiamo del mutuo, dei regali agli insegnanti, delle scadenze di lavoro, di andare a prendere i figli a scuola, ma dimentichiamo di fare un passo indietro e valutare che cosa vedono loro. Magari ceniamo con una cara amica, ma passiamo tutta la serata a pensare al lavoro che si accumula mentre mangiamo. Ci perdiamo momenti preziosi, e in buona parte la respon­sabilità è nostra.

Il senso di colpa: un predatore

Quando offro consulenza a donne intrappolate nella loro stessa vita, noto che di solito i problemi sono legati a doppio filo al senso di colpa. Se siamo single, ci sentiamo in colpa perché non ci impegniamo ab­bastanza per trovare la persona giusta, oppure rimpiangiamo di aver respinto quel ragazzo brillante che aveva mostrato interesse nei nostri confronti cinque anni fa. Se siamo sposate, ci sentiamo in colpa per­ché non passiamo abbastanza tempo con le amiche. Se lavoriamo, ci sentiamo in colpa perché non siamo a casa ad accogliere i figli quando tornano da scuola e, durante il viaggio di rientro dal lavoro, ci sentiamo in colpa perché non facciamo regolare attività fisica.

Quando la giornalista televisiva Marlene Sanders morì all’età di ottantaquattro anni, il figlio Jeffrey Toobin, redattore del “New Yorker’, fu invitato a parlare di lei e della sua vita di pioniera del giornalismo te­levisivo, nonché madre lavoratrice, in un’epoca in cui ce n’erano poche. Toobin disse che era sempre stato molto orgoglioso della carriera della madre e spiegò: “La chiave del suo successo nel giornalismo e nella vita privata era che non si tormentava, non soffriva, non era crivellata dal senso di colpa. Quella era la sua vita.” Marlene Sanders non è stata solo un modello professionale per il figlio, diventato a sua volta un affermato giornalista, ma è stata anche un’ottima madre, capace di costruire con lui un rapporto solido e profondo.

Questo testo è estratto dal libro "La Ricetta della Vita - The Pie Life".

Data di Pubblicazione: 15 dicembre 2017


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