SELF-HELP E PSICOLOGIA   |   Tempo di Lettura: 10 min

Meriti di essere felice

Meriti di essere felice

Scopri come raggiungere la tua meta spirituale e onorare l'antica promessa di essere felice leggendo l'anteprima del libro di Piero Ragone.

Il risveglio del drago

L’unità di misura dell'anima è la luce

Un Drago dorme in ognuno di noi finché il destino non lo ridesta: se sei forte ti onora, se sei debole ti annienta.

Dietro la rispettabile facciata di una maschera dai tratti gentili, con le sue affabili maniere e le ingannevoli buone intenzioni, si cela una forza distruttiva che dimora nel profondo in attesa del momento propizio per assumere il controllo e impadronirsi del nostro essere: nella vita reale il suo nome è Dolore, nelle scienze della psiche si chiama Ego; nelle religioni è il Diavolo; nei testi sacri è l’Avversario; nell’esoterismo è l’Ombra; nel cinema è l’Antagonista; nelle leggende è il Signore Oscuro; nei sogni è Nemesi; nelle fiabe è il Drago, il simbolo antico dell’inconscio demoniaco, l’abitante più temibile del nostro regno interiore.

Finché accettiamo la vita di quieta disperazione predisposta da costumi sociali e convenzioni studiate per assopirci con dosi quotidiane di silente dolore, il Drago dorme all’ombra della nostra indolenza, adagiandosi sulla certezza che nessuno di noi si impegnerà a combattere per difendere la propria luce. Il suo spazio vitale è il buio dell’anima, il suo nutrimento è il silenzio dello spirito, l’assenza di ambizioni lo preserva in uno stato inerte.

Se non hai sogni non hai nulla da temere: chi è senza desideri non ridesta il Drago.

Il tumulto che disturba il suo letargo è il destino che scuote i nostri desideri caduti nell’oblio, l’improvviso chiarore che risale dal profondo e richiama una destinazione ancestrale, una meta spirituale da raggiungere, una promessa antica da onorare: essere felici.

Scriveva il mio amico Robert Frost in Stopping By Woods on a Snowy Evening (1923):

"Ho promesse da mantenere e miglia da percorrere, prima di dormire."

La felicità è una solenne promessa che hai fatto all’anima prima di venire al mondo e, quando scegli di vivere per realizzarla, non puoi evitare di risvegliare il Drago: ne La Storia Infinita (1984), la missione del malvagio Gmork per ostacolare Atreiu ha inizio nel momento in cui l’eroe accetta l’incarico di salvare il regno di Fantàsia; Norman Osborn diventa il perfido Green Goblin in seguito alla scelta di Peter Parker di assumere l’identità segreta di Spider-Man (2002); Joker entra in scena dopo la decisione di Bruce Wayne di indossare la maschera di Batman; il diabolico professor Moriarty si impegna ad ordire il crimine perfetto per far cadere il mito dell’infallibilità di Sherlock Holmes.

Dice il soldato Edward Train ne La Sottile Linea Rossa (1998):

"Da dove proviene questo grande male? Come ha contaminato il mondo? Da quale radice si è sviluppato? Chi ci sta derubando della vita e della luce prendendosi beffa di noi, mostrandoci quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di sollievo alla terra? Aiuta forse l’erba a crescere e il sole a splendere? Quest’ombra, ora, sta oscurando anche te? Hai mai attraversato questo buio?"

Sì, soldato Train, ognuno di noi lo attraversa: secondo Freud, ricominciando a sperare percorriamo il sentiero che riconduce alla nostra anima e, inevitabilmente, chi cerca la via verso se stesso si addentra nelle viscose tenebre che avvolgono la coscienza.

Tenebre, dal sanscrito tamrà o tamisrà, significa letteralmente “soffocare, impaludare, languire, intristire”; è lì che giacciono stagnanti tutti i sogni che abbiamo smesso di inseguire: imbattersi nella propria ombra è l’incidente diplomatico che dà inizio alla guerra tra il Drago e il Destino.

Quando la speranza si ridesta, il Drago si ridesta; quando la tua missione ha inizio, comincia anche quella del Drago; colui che dà vita ai propri desideri, dà vita al Drago; colui che cerca la luce della propria anima si imbatte nella propria oscurità.

Non ci rendiamo conto di possedere un’ombra interiore finché non scopriamo di avere una luce interiore: quando l’abbiamo trovata, comincia la battaglia.

È quella l’ora magica

Nel dark-fantasy Il Regno del Fuoco (2002) si narra di un futuro post apocalittico in cui l’umanità è costretta a vivere in rifugi sotterranei perché la Terra è dominio di draghi che sembrano invincibili; eppure, spiega il rude Denton Van Zan al coraggioso Quinn, hanno anch’essi un punto debole: “I draghi sono dotati di una buona vista durante il giorno e vedono ancor meglio durante la notte, ma al tramonto perdono la loro capacità. E quella l’ora magica”.

E l’ora per fuggire o per attaccare.

Ineccepibile, Van Zan, ma improduttivo: il crepuscolo è la via di fuga per coloro che scelgono di essere ignorati dal Drago.

Il tramonto che tu cerchi lo descrive Henry Thoreau in Walden ovvero Vita nei boschi (1854), è la quieta disperazione nella quale si nasconde chi vuol vivere un’esistenza grigia, senza luce né ombra, ed è incapace di uscire allo scoperto per affrontare le proprie paure.

Disperazione è il nome dello spazio intermedio tra noi e ciò che sappiamo di non poter essere, spiega Soren Kierkegaard, e il Drago non vede chi vive nella terra di mezzo; l’incertezza è al di fuori del suo campo visivo. Colui che sceglie la penombra non desta la sua attenzione; nessun drago si sente minacciato da chi non osa sottrarsi al conforto del tramonto.

Ma se sceglieremo di emergere dal guscio dell’anonima indolenza per manifestare la nostra natura, dovremo essere consapevoli che non sfuggiremo all’infallibile vista del Drago, e che proverà a fermarci con ogni mezzo.

Nel mondo delle graphic novel, non è la maschera che identifica un supereroe ma la sua capacità di sbarazzarsi di tutte le maschere.

Scrive Baudelaire nel nono capitolo de Lo spleen di Parigi (1869): “Ci sono nature puramente contemplative e del tutto inadatte all’azione che, tuttavia, spinte da non si sa quale impulso misterioso, agiscono con un’eccezionale rapidità di pensiero di cui esse stesse mai avrebbero ritenuto di esser capaci”.

Non è il coraggio a renderci eroi, è il motivo che ci spinge ad avere coraggio.

Chi compie il balzo diviene visibile, pericolosamente visibile, poiché manifesta se stesso e tutti i colori della propria essenza e ha “coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro”, spiega il mio compagno d’infanzia Arthur Rimbaud nella Lettera del Veggente (1871).

Il nostro destino è il lieto fine

L’essere umano ha due creatori: Dio e se stesso. Il primo crea la vita, il secondo crea la sua felicità ma, per noia, per disprezzo verso noi stessi o per le trame che appaiono noiosamente spensierate e semplici, abbiamo concesso al Drago la potestà di plasmare attorno a noi un mondo di futili traguardi e distrazioni che allontanano dal vero obiettivo: il nostro lieto fine.

Ognuno di noi è destinato ad un finale felice, è la ragione per cui siamo al mondo, la conclusione di tutte le favole ma, per nostra folle concessione, abbiamo abbandonato l’anima in balìa del Drago, permettendo all’ombra di conseguire un progressivo dominio sulla nostra esistenza.

Scrive Teresa d’Avila ne Il castello interiore (1577):

La vita è come un castello di nostra proprietà, eppure noi viviamo al di fuori di esso, alle sue porte come mendicanti, senza comprendere che quel castello in realtà è nostro e vi possiamo entrare quando vogliamo; Dio è nel nostro cuore ma noi abbiamo scelto di restarne fuori.

Ogni pratica che eseguiamo è solo un timido sbirciare dall’uscio; non più padroni del nostro divenire, è il Drago che muove i fili della commedia terrena, l’opprimente forza di gravità che tiene i desideri dell’umanità ancorati al suolo, l’intruso che si insinua nel nostro giardino interiore per indurci a tradire il destino con iniqui frutti proibiti.

Abbiamo trasformato l’esistenza in un luogo di oscurità e tristezza dal quale il lieto fine è stato bandito, persuadendoci che la felicità sia un traguardo che non può essere raggiunto, non da noi, non in questo mondo. Troppo adulti per sognare e troppo spenti per risplendere, la realtà che abbiamo forgiato ad immagine e somiglianza del nostro vuoto, e non della nostra luce, rigetta il “vissero felici e contenti” che rende sublime la fiaba della vita.

Abbiamo cancellato il lieto fine dalle nostre aspettative, confinandolo in un mondo immaginario a misura dei più piccoli. L’indifferenza per la vita ha trasformato i desideri che ogni giorno abbandoniamo nel cibo del Drago.

Soffocando la luce, contribuiamo all’espansione dell’ombra.

Veniamo al mondo per coltivare aspirazioni ma, nell’età adulta, siamo spesso costretti ad arrenderci all’idea che sia più semplice cacciare e depredare; nel mondo occidentale, crescere vuol dire imparare a sacrificare i sogni sull’altare dell’ombra per ingraziarci gli idoli vacui della società. Mestamente stanchi di sognare, abbiamo smesso di piantare desideri nel terreno della vita, trasformandolo in un’arida distesa che profonde soltanto miraggi.

Il destino affida ad ognuno di noi un sogno da realizzare ma, per portare a termine questa missione, dobbiamo superare la sfida con il nostro mortale avversario.

Nelle favole, il destino del Drago è la sconfitta e, tuttavia, nel mondo reale ha l’occasione di ribaltare un esito altrimenti mai in dubbio perché può contare sul più fedele dei suoi alleati: noi stessi.

Il punto di forza del Drago è la fragilità umana, l’incostanza della fiducia che riponiamo nel nostro potenziale, la facilità con cui subiamo il fascino del non necessario.

Le sette stagioni della serie TV Once Upon a Time (2011-2018) hanno un tema ricorrente: i personaggi malvagi della storia disprezzano il lieto fine e, per questa ragione, la regina cattiva ha confinato gli abitanti del mondo incantato sul nostro pianeta, dal quale è stato cancellato il finale felice perché gli esseri umani hanno preferito una monotona realtà che non concede spazio a sogni e illusioni.

Gli eroi delle favole devono compiere una scelta: trovare la via per far ritorno nel regno delle fiabe oppure cambiare le sorti del pianeta e prodigarsi affinché il “vissero felici e contenti” sia possibile anche in questo mondo.

Il compito del Drago è indurre l’uomo a rinunciare alla speranza e negarci l’opportunità di essere felici; egli è la manifestazione del rivale invincibile, e qualunque sarà l’impedimento del mondo esteriore che riterremo invalicabile, egli ne indosserà la maschera e ne moltiplicherà la forza, il peso, l’influenza.

Il Drago è in ogni ostacolo verso la meta: il suo potere è ingigantire ogni sventura per convincerci che non siamo in grado di realizzare i nostri sogni.

Ad ogni tentativo, il Drago ci persuaderà che ogni essere umano è un ostacolo al nostro successo e che chiunque è meritevole di esser felice, chiunque eccetto noi.

L’esperienza mi ha insegnato che non c’è dolore più grande del rimpianto per un futuro che non abbiamo mai avuto, un futuro che abbiamo smesso di cercare per rivolgere lo sguardo ad un tramonto che non ha promesse.

Non molto tempo fa, Khalil Gibran mi disse: “Se volgi le spalle al sole vedrai solo la tua ombra”; la mia risposta è stata: “Se volgi le spalle all’anima, vedrai l’immagine del Drago”.

Data di Pubblicazione: 19 giugno 2019

Lascia un commento su questo articolo

Caricamento in Corso...