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Misurare i Danni da Iperattività

Il Potere del Riposo - Anteprima del libro di Marcella Danon

Frenetici come api

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dell’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità.”

La velocità è una conquista recente. Ne II giro del mondo in ottanta giorni, scritto nel 1873, Jules Verne fa sognare i suoi contemporanei con le avventure a velocità vertiginosa, per l’epoca, dei suoi protagonisti. Oggi che i 300 chilometri orari sono ormai un’esperienza quotidiana sulle linee ferroviarie, questo romanzo fa sorridere, ma ci ricorda che il mito della velocità ha solo poco meno di un secolo e mezzo e la sua presa è potente, siamo ancora irretiti dal suo fascino.

C’è un prezzo da pagare per questa passione, ed è alto, perché nell’era del comunicare, lavorare e vivere veloce si perde la capacità di cogliere l’istante presente, l’unico in cui è possibile assaporare l’esperienza per poi ricordarla: “Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio,” scrive Milan Kundera. E noi ci stiamo creando uno stile di vita in cui c’è molto fare e poco stare.

Oggi viviamo in fretta. Sull’onda dell’entusiasmo per le macchine che abbiamo inventato, ci siamo rapidamente adattati a ritmi che non sono nostri. Convinti di aver costruito qualcosa che fa il lavoro al posto nostro, stiamo cominciando ad accorgerci che siamo noi, ora, a stare lavorando per loro.

Dopo aver sudato per decine di migliaia di anni nella cura dei campi e degli animali, nella costruzione di case e di strade, nel tessere, lavare, cucinare e trasportare, si è spalancata per l’umanità, in poco più di un secolo, la possibilità di affidare tanta di questa fatica a una macchina, senza più sforzo da parte nostra. È stata una conquista grandiosa che, nell immaginario dei pionieri dell’era moderna, avrebbe liberato l'essere umano dalla schiavitù del lavoro e gli avrebbe permesso di dedicarsi alla cura di altro. Qualcuno ha però subito intravisto uno scenario meno idilliaco e conosciamo la celebre immagine di Charlie Chaplin, operaio in una catena di montaggio nel film Tempi moderni, come simbolo della disumanizzazione indotta da un lavoro scandito dal ritmo di una macchina.

Viviamo in fretta, come indaffaratissimi insetti, perché siamo nati in un’epoca in cui tutto va veloce, ci siamo abituati così. Non sappiamo ancora fermarci, volta per volta, e chiederci se è davvero necessario correre tanto. Viviamo in fretta perché siamo intossicati di efficientismo ma ci stiamo accorgendo che questo modo di fare non sempre va di pari passo con l’efficacia.

Se mi sento coinvolto in questa fretta, probabilmente mi riconoscerò in qualcuno di questi atteggiamenti che contraddistinguono la quotidianità attuale:

• Non riesco a fermarmi

Spesso mi trovo in situazioni che mi spingono ad accelerare il ritmo oltre i limiti del consueto. Vedo arrivare l’autobus e mi metto a correre per prenderlo, stanno per chiudere i negozi e faccio la spesa di corsa, gli ospiti arrivano tra poco e non ho ancora finito di preparare la cena, ho un compito da ultimare e c'è ancora tanto da fare nonostante manchino pochi giorni alla scadenza...

• Sono sempre di corsa

Mi sembra di sentire il suono di un tamburo che segna il passo: all'inizio mi è stato facile adeguarmi, mi ha dato un ritmo, mi ha liberato dall'incombenza di coordinare il mio agire. Ma il ritmo è diventato sempre più incalzante e il mio passo frenetico. Non mi rimane neppure il tempo di chiedermi dove sto correndo e quando potrò fermarmi.

• Basta un nonnulla e mi stresso Anche quando la giornata inizia bene e mi avvio con buonumore alle mie incombenze, qualcosa di inaspettato mi mette in allarme e agitazione. Non riesco più a vedere la situazione con chiarezza e mi sento come se dovessi ogni volta affrontare orde di nemici. Il respiro diventa affannato, la pressione sale e lo stomaco si blocca. Anche il mio umore peggiora e tutto mi appare difficile.

Guidati da reazioni automatiche

C’è un meccanismo innato che, per affrontare la complessità della vita, ci propone risposte preconfezionate agli eventi: lo chiameremo il “pilota automatico”. Il cervello archivia risposte date in determinate circostanze per poi riproporle identiche in situazioni simili e risparmiare cosi tempo ed energia. Crea degli automatismi. Se non avessimo questa capacità, per tornare a casa dovremmo consultare ogni volta una mappa, ricordare il suono di ogni lettera prima di leggere un messaggio o fare i conti sulle dita anche per le operazioni più elementari.

Vi è mai capitato di assumere posture, utilizzare espressioni verbali o vivere uno stato d’animo... che sono sempre uguali, anche quando non ce ne sarebbe bisogno? Gli automatismi sono apprendimenti interiorizzati nel passato e mai più aggiornati. A volte ci facilitano la vita, come quando ci mettiamo alla guida dell’auto e mani e piedi sanno già cosa devono fare; altre ce la complicano, perché non è detto che le risposte che emergono senza riflettere siano quelle adatte alla circostanza contingente.

Può succedere: chi si è spaventato per un evento inaspettato rischia di attivare uno stato di allarme ogniqualvolta succede una cosa fuori dalla routine; chi ha avuto un genitore nei cui confronti sentiva soggezione, può provare la stessa emozione da adulto di fronte a una figura autoritaria; chi si è trovato a disagio con un interlocutore dai capelli a spazzola potrebbe provare istintiva antipatia quando incontra qualcuno con lo stesso aspetto. Questi sono automatismi disfunzionali, programmi non aggiornati, attivi nella nostra quotidianità, anche al di sotto della soglia della coscienza. Anche farsi coinvolgere dalla frenesia del fare, e in fretta, quando in realtà non ce ne sarebbe bisogno, appartiene agli automatismi da individuare e aggiornare.

Tutto questo riguarda anche me?

• Agisco senza riflettere

Quando tutto si muove rapidamente attorno a me, quando tutti e tutto mi chiedono di muovermi in fretta, mi viene facile dare le prime risposte che mi vengono in mente. Non mi fermo a pensare cosa dire o cosa fare e non vedo le possibili conseguenze di questi miei interventi improvvisati. Ottengo spesso il risultato opposto a quello desiderato o le persone si allontanano.

• Quando lavoro, non esiste nient'altro

Mi immergo completamente nel mio lavoro. Posso andare avanti per ore senza fermarmi... e quando riemergo dalla foga mi accorgo di essere a pezzi. la sete mi ha inaridito la bocca, lo stomaco vuoto è irritato dall'acidità, la schiena è gelata perché non avevo notato l'aria condizionata puntata su di me e, quando ho lasciato la sedia, quasi cadevo per una gamba addormentata. Il mio corpo, probabilmente, mi stava mandando messaggi in cui esprimeva il suo disagio, ma io non li ho sentiti.

• Non stacco mai

Mai lasciare qualcosa a metà", devo sempre finire tutto quello che devo fare, per sentirmi bene. Non importa di cosa si tratti, lavoro a casa o in ufficio, I organizzazione di una riunione o la prenotazione degli alberghi per una vacanza. Il mio valore dipende dalla mia capacità di portare a termine quanto devo. La mia stessa soddisfazione dipende dal concludere quanto ho da fare.

In deficit di energia

Nati e cresciuti nel mito della crescita infinita, spesso dimentichiamo che le risorse hanno invece un limite: quelle ambientali, quelle economiche, e anche quelle fisiche. Ognuno di noi ha un suo budget energetico che si rinnova quotidianamente e periodicamente grazie al riposo notturno, allo svago, ai momenti di relax, alla pratica di un hobby e alle vacanze. La quantità e la qualità di questa energia variano da persona a persona, e anche da periodo a periodo; può trattarsi di una variazione stagionale indotta dall’esterno, o di una variazione soggettiva, dipendente dal momento di vita che stiamo attraversando. Ma, per ampio che sia, è un budget comunque limitato e dobbiamo amministrarlo con la stessa attenzione e oculatezza che riserviamo (o dovremmo riservare) alle nostre finanze, tenendo d’occhio l’equilibrio tra entrate e uscite.

Cosa succede quando non lo facciamo? Quando spendiamo allegramente senza pensare se stiamo eccedendo il limite imposto dal nostro conto in banca... andiamo in rosso. Poco male, se abbiamo un fido; e un fido, nel nostro bilancio energetico, l’abbiamo tutti, si chiama stress: un prestito energetico che si attiva quando abbiamo bisogno di affrontare un’emergenza. Sì, appunto, “emergenza”, dopodiché bisogna passare a costumi più morigerati sino a reintegrare l’ammanco con gli incassi in entrata. È un meccanismo chiaro per tutti, se parliamo di soldi; meno chiaro se parliamo di energia fisica e mentale.

Questa mancanza diffusa di attitudine a gestire il bilancio energetico personale si traduce in quello che, fino a qualche decina di anni fa, si chiamava esaurimento; si parlava proprio di esaurimento fisico e di esaurimento nervoso, come conseguenza di un’eccessiva spesa energetica rispetto alle possibilità del proprio organismo. La cura era una sola: il riposo.

Eppure, oggi, di esaurimento non si parla più. Possibile che non si riproponga più questa problematica, così caratteristica dei tempi moderni? Per non sottrarre forza lavoro nell’indispensabile fase di recupero delle energie, ne sono stati cambiati il nome e la cura. Oggi lo si chiama ansia, depressione, burn out, disturbo post-traumatico da stress e, spesso, la sua cura è coadiuvata da farmaci, prima ancora che da un cambiamento radicale di ritmo e di stile di vita, che favorisca il recupero. Forse... per non far perdere neppure un giorno di lavoro.

E io come le gestisco le mie energie?

• Mi sento in colpa se non finisco ciò che devo fare

Il lavoro per me è un valore fondamentale, è scritto anche nell'articolo 1 della nostra Costituzione: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Mi segno ogni giorno tutte le cose da fare e non mi do pace sino a quando non le ho portate tutte a termine. Il mio motto è: "Prima il dovere, poi il piacere".

• Mi sforzo di fare il mio lavoro perfettamente

La cura per ciò che faccio ha la precedenza sulla cura della mia stessa salute. Sento una spinta irrefrenabile a dare il meglio nelle incombenze quotidiane: casa, lavoro, volontariato. È come se il mio valore dipendesse dal mio operato e tutte le mie energie andassero a colmare quello che mi appare sempre più un pozzo senza fondo.

• La stanchezza mi accompagna sempre Durante la notte è come se continuassi a lavorare. Vedo sfilare documenti, pratiche, telefonate da fare... montagne da spostare. Durante il giorno non riesco a fermarmi, le necessità quotidiane mi assorbono e mi esauriscono. Se non ci sono io, le cose non funzionano e sento il dovere di dedicarmi totalmente a quello che gli altri mi chiedono. Questo mi dà un'inebriante sensazione di euforia, ma il costo è alto, in termini fisici e mentali.

Questo testo è estratto dal libro "Il Potere del Riposo".

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