SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO   |   Tempo di Lettura: 7 min

Il Mito della Creazione nella Tradizione Induista

Il Mito della Creazione nella Tradizione Induista

Scopri il mistero profondo dell’origine dell’universo secondo i Testi Sacri induisti leggendo l'anteprima del libro di Enrico Baccarini.

Il mito della creazione

Nel nostro viaggio all’interno della tradizione indiana risulta fondamentale approfondire il mito della creazione al fine di poter proseguire la nostra trattazione e analizzare anche il loro mito del diluvio. I miti cosmogonici induisti sono numerosi e li ritroviamo già nei Veda ma troveranno ulteriore sviluppo con le Bràhmana e le Upanishad così come nelle epiche del Mahdbhdrata e del Ràmàyana e nei Purdna.

Per quanto possano differire tra di loro, comunque, in quasi tutti Brahma è descritto in veste di creatore e demiurgo. I miti induisti si discostano notevolmente, e in modo evidente, da quelli biblici o sumeri che sono di tipo creazionistico e nei quali l’uomo è “creato” da un essere divino.

Il mito più comune narra che all’alba dei tempi l’uovo cosmico denominato Hiranyagarbha, o “grembo d’oro” galleggiava nell’oceano primordiale avvolto dall’oscurità della non-esistenza. Quando si dischiuse, dalla metà superiore del guscio nacque il cielo, da quella inferiore, fatta d’argento, nacque la terra. Le membrane interne del guscio formarono le montagne e quelle esterne le nuvole, le vene e i liquidi formarono i fiumi e i mari.

L’inno Purusa Shakta (x, 90) del Rigveda afferma inoltre che dal sacrifìcio dell’uomo cosmico, il Purusa, nacquero le caste indiane: dalla bocca uscirono i bràhmana, gli kshatrya dalle braccia, i vaishya dalle cosce e gli shudra dai piedi.

Inno della Creazione

Il Rigveda, ritenuto tra i testi religiosi più antichi del pianeta, possiede un suo “Inno della Creazione” che, in una prosa quasi poetica, descrive gli eventi prima che ogni cosa fosse creata. L’autore, chiunque esso sia, osa guardare in faccia il mistero più fìtto e profondo, quello dell’origine dell’universo, alternando visioni e intuizioni folgoranti a domande di grande spessore filosofico.

In quel momento non vi era né l’esistente, né il non-esistente. Non vi era aria, né il cielo che è al di là.
Che cosa conteneva? Dove? Chi proteggeva?
C’era l’acqua, insondabile, profonda?
In quel momento non vi era né la morte né l’immortalità.
Non vi era segno della notte, né nel giorno.
L’Uno respirava, senza respiro, con il suo stesso potere.
Oltre a quello non vi era nient’altro.
In principio vi era oscurità nascosta da oscurità; indistinguibile, tutto questo era acqua.
Ciò che era nascosto dal vuoto, l’Uno, venendo in essere, sorse attraverso il potere dell’ardore.
In principio il desiderio venne prima di tutto, che fu il primo seme della mente.
I saggi che cercavano nei loro cuori con saggezza scoprirono il legame dell’esistente con il non-esistente.
La loro corda fu estesa attraverso: che cosa c’era al di sotto e che cosa c’era al di sopra?
C’erano portatori di semi, c’erano poteri;
vi era energia al di sotto, e impulso al di sopra.
Chi lo sa veramente? Chi può qui dichiarare da dove è stata prodotta, da dove viene la creazione?
Dalla creazione di questo universo gli Dei vennero successivamente: chi allora sa da dove ciò è sorto?
Da dove questa creazione sia sorta,
se lui l’ha fondata oppure no: lui che la sorveglia nel più alto dei cieli, lui solo lo sa, o forse non lo sa.

L'Essere Supremo

Sempre nei Veda, viene narrato che l’universo scaturì dalla “parola”, vàc, mostrandoci come il suono e la “vibrazione” possiedano per questa religione un valore sacrale fondamentale.

Nei Purdna si afferma invece che vi furono diverse creazioni e distruzioni, rientrando nei ritmi della ciclicità tipici dell’induismo. Emblematico un passo della Brahma Samhita (5.48) in cui si dice che:
«Il Mahaa-Visnu, in cui tutti gli innumerevoli universi entrano e da cui tornano indietro semplicemente seguendo il suo respiro, è un’espansione di Krishna. Quindi io adoro Govinda, Krishna, la causa di tutte le cause».

Krishna non è che una delle innumerevoli “manifestazioni” del Brahma, l’Essere Supremo, a cui i Bakti Vaishnava sono devoti. Il Rigveda prosegue descrivendo come Brahma, seduto sopra il loto e mentre stava finendo di nascere, volse il suo sguardo intorno a sé ma non percepì niente.

Gli occhi dei suoi quattro volti videro unicamente una immensa distesa di acque coperta da una spessa nebbia. La bellezza di quel paesaggio lo portò in un profondo stato di contemplazione ma anche di meditazione fino a quando una voce gli suggerì di pregare l’Essere Supremo.

In quell’istante apparve il Dio nella forma di un uomo dalle mille teste. Brahma si prostrò e, compiaciuto dal rispetto nei suoi confronti, l’Essere Supremo dissipò le tenebre mostrando a Brahma lo spettacolo della sua essenza in cui erano nascoste e addormentate tutte le forme e la vita di tutte le creature. Brahma ottenne quindi il potere e la facoltà di creare queste forme di vita.

Brahma rimase assorto nella contemplazione di questa immensa creazione per la durata di un anno divino, equivalente a 3110 milioni e 400 mila anni umani, e solo in quel momento l’Hiranyagarba iniziò la sua opera.

Brahma

Secondo la tradizione induista il potere del suo pensiero portò alla divisione dell’uovo primordiale, l’Hiranyagarba, in due parti da cui si formarono il cielo, la terra e l’atmosfera. Nacquero così i tre mondi. Durante questo periodo, Brahma distribuì le otto regioni celesti che comprendevano i quattro punti cardinali e gli altri quattro punti intermedi: creò i sette Warga o sfere celesti, i sette Patala o regioni inferiori, che insieme costituiscono i quattordici mondi di purificazione. La creazione ebbe forma in tutte le sue molteplici derivazioni e possibilità. Brahma creò inoltre i Veda, che uscirono dalle sue quattro bocche, insieme agli Asura e ai Deva e ad altri esseri che ebbero l’incarico di dirigere e governare le differenti parti della creazione.

Nonostante tutto la Terra rimase ancora senza vita, così Brahma decise di popolarla. Divise il suo corpo in due parti rendendolo un essere androgino metà femmina e metà uomo, dall’unione di queste due metà fu generato Viradi che già da subito si consegnò all’austerità più severa. Manu-Swayambhuva diede a Viradi come moglie Satarupa, benedicendoli disse loro di riprodursi e moltiplicarsi sulla terra.

A sua volta, Manu diede vita a dieci uomini santi chiamati Maharichi o Prajapati, “signori di tutte le creature”, che a loro volta generarono dieci Manu che nella loro era diressero e costruirono il mondo. Manu si unì a Satarupa e da questo incontro nacque la prima coppia di esseri umani: Adimo, il primo uomo e Prakriti, la prima donna.

Successivamente la coppia cambiò forma, Satarupa prese le sembianze di una vacca e Manu quella di un toro e da questa unione nacquero due vacche. In seguito presero le sembianze di una giumenta e di un cavallo e da tale unione nacque la razza equina, così fino a creare ogni coppia di animali.

Sopra il mito della creazione esistono in India diverse leggende, talvolta alquanto diverse tra di loro ma comunque quasi mai incentrate su un dio che “fabbricò”, come nel caso occidentale, l’essere umano. Osservando infatti i miti sumeri, ebraici, cristiani o islamici (così come di molti altri popoli) solitamente la divinità creatrice all’alba dei tempi plasmò l’essere umano attraverso elementi naturali come l’argilla o la creta per poi solo successivamente soffiare al suo interno la vita. Nel caso indiano ci troviamo invece davanti a un processo ben diverso che potrebbe essere definito di una creazione ex nihilo ovvero senza l’intervento di materia vivente o naturale ma solo grazie all’azione pensante e alla volontà dell’Essere Supremo.

Data di Pubblicazione: 3 giugno 2020

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