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Perché Essere Vegani?

Le Ricette dell'Energia - Anteprima del libro di Laura Fiandra e Marina Pucello

È necessario che la gente moderna mangi più cibo crudo, non ucciso

Dicevamo che la nostra partenza è stata assolutamente etica, una scelta di amore, di non violenza: non volevamo più essere complici di nessuna morte.

Dentro di me mi considero, virtualmente, vegana da sempre perché fin da bambina, a tavola, piangevo davanti alla carne: avevo già capito che quello non era “cibo”, ma pezzi di animali meravigliosi che meritano amore e rispetto, come il nostro cane o il nostro gatto. Ma, a quei tempi, era impensabile che un bambino potesse crescere senza proteine animali. «Dove prenderai il calcio? E il ferro?» mi dicevano, tutti preoccupati. Ascoltavo attorno a me i loro commenti: «Lauretta è troppo sensibile»; mi sentivo sbagliata e inadeguata e, sebbene non mangiassi la fettina o la bistecca, mi lasciai convincere a mangiare un po’ di carne “camuffata” da polpette, da ripieni, da ragù. Poi un giorno decisi: «Da oggi sono vegana». È come se, finalmente, mi fossi tolta dal cuore un macigno che da troppo tempo me lo opprimeva. Diventare vegana è stato un momento meraviglioso della mia vita, gioia pura… finalmente io non uccidevo!

Perché si diventa vegani? E come si vive da vegani?

A dire il vero, la domanda che farei è: perché non siamo tutti vegani? Io penso che, se fossimo tutti più consapevoli, se lasciassimo libero il sentimento della compassione, faremmo questa scelta in modo naturale e spontaneo. Essere vegani è la gioia di venire a contatto con valori profondi, vissuti con intensità, coerenza e profondità; cercando in ogni gesto la giustizia nei confronti di ogni essere perché, se l’altro non è felice, non puoi esserlo neanche tu.

Il nostro credo etico, che si fa progetto, è che i nostri diritti terminano dove comincia la vita di un altro.

Il termine “vegan” fu coniato nel 1944 da Donald Watson, il quale intendeva una scelta di vita che escludesse sfruttamento e crudeltà verso gli animali. Per quanto riguarda il cibo, niente carne, né pesce, né derivati animali, né miele; nell’abbigliamento non sono vegani: pelle, piume, lana e seta; per ciò che concerne gli svaghi, niente zoo, circhi, delfinari e così via e, naturalmente, niente cosmetici o farmaci testati su animali! Essere vegani è la bellezza di sentire che, anche se fossimo esseri superiori, non ci dovremmo arrogare il diritto di uccidere, anzi: ci dovremmo prendere cura dei più deboli e difenderli.

Molti pensano che il veganismo sia una scelta impegnativa, di rinuncia. È tutto l’opposto: è una scelta di gioia immensa; la gioia di essersi svegliati dal torpore, la gioia di essere la voce di chi non ce l’ha; la gioia di fermare le proprie azioni là dove potremmo portare sofferenza e morte. Si diventa vegani per un percorso di presa di coscienza della sofferenza altrui, sofferenza determinata da una nuova, aberrante forma di schiavismo che si è propagata a dismisura, a causa dei grossi interessi economici, ed è diventata abitudine, normalità.

Che cosa è “normale”?

Ciò che fanno tutti, ciò che è abitudine, ciò che ci insegna la televisione, la pubblicità? Ricordiamoci il film Matrix: una storia raccontata a tante persone, per tante volte, alla fine diventa parte della loro cultura, diventa tradizione. Diventa, appunto, abitudine, “normalità”. Noi vegani ci chiamiamo fuori dal coro; abbiamo preso coscienza prima di altri e sentito forte il bisogno di evolverci, senza più avallare tradizioni moralmente inaccettabili come gli allevamenti intensivi, veri e propri lager di cui non vogliamo essere complici.

È un cammino personale, che si compie solitamente per gradi, ma che subito “prende”, profondamente; lo scopo diventa allora quello di “fare meno danni possibili”, sia in termini di impatto ambientale, sia nei confronti di ogni creatura. È un momento di grande risveglio e c’è bisogno di diffondere tale sentire: si avvertono la responsabilità e la necessità di agire per eliminare (o, almeno, diminuire) questo carico di orrore che noi stessi, come esseri umani, abbiamo creato. Non è un caso che gli allevamenti intensivi, così come i mattatoi, siano ben lontani dalle nostre case, dalle nostre orecchie, dai nostri occhi, dai nostri cuori: affinché possiamo vivere tranquilli, senza sensi di colpa; come se non esistessero.

La prima definizione che mi viene da dare, essendo questo un libro di cucina e quindi inerente al cibo, è semplice: diventi vegano quando decidi di non mangiare più né carne, né pesce, né uova, né latte, né formaggi, né miele. Qui iniziano allora i primi giudizi: «Addirittura siete così estremi?!». Questa è la prima reazione di chi non conosce o non comprende quanta sofferenza porti agli animali tutto ciò, e ancora non sa che anche i derivati animali portano morte. Ricordiamoci che, bevendo il latte, condanniamo a morte un vitellino; mangiando uova siamo complici della morte di milioni di pulcini maschi, nati da galline ovaiole. Insomma: nel nostro sistema produttivo gli animali maschi sono “prodotti” che non rendono e, quindi, sono destinati alla morte. Le femmine ritardano un po’ la loro fine: prima vengono ampiamente sfruttate e poi, ormai a rischio cancro, sfinite, vanno al macello.

Spesso si dice che, se i mattatoi fossero trasparenti e, magari, posizionati dentro le città, visibili agli occhi di tutti, ci sarebbero molti più vegani… i bambini per primi.

La scelta delle future generazioni

A proposito di bambini, conoscete la provocazione dello scrittore americano Harvey Diamond? «Prova a mettere un bambino in una culla con una mela e un coniglio. Se mangia il coniglio e gioca con la mela, ti regalo un’auto nuova».

I bambini sono frastornati dalle scelte dei genitori, della società, delle pubblicità. Non sanno che il prosciutto, la fettina o la bistecca non sono cibo ma sono il corpo di un animale che è stato ucciso, peraltro quasi sempre molto giovane: un cucciolo, come loro. Impariamo a dire la verità ai nostri bambini. Portiamoli nei rifugi dove salvano gli animali da macello e facciamo loro accarezzare un vitellino, tenere tra le braccia un coniglietto o una capretta. Poi poniamoci in ascolto, entriamo in sintonia col loro sentire e rispettiamo la loro scelta. Dubito che accetteranno ancora quel “cibo”, impregnato di dolore.

Molti giovani stanno diventando sensibili a questo argomento. Sapete perché? Perché si inizia a parlarne. Perché internet e i social network possono essere preziosi canali d’informazione, divulgando foto, documentari, inchieste, interviste.

Spesso, chi non vuol sapere ci accusa di divulgare immagini troppo cruente. Ciò che dobbiamo vergognarci di mostrare non sono le immagini, ma la realtà che queste ci raccontano.

Questo testo è estratto dal libro "Le Ricette dell'Energia".

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