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Perché Soffriamo?

Il Risveglio Spirituale nella Vita Quotidiana - Anteprima del libro di Jeff Foster

Il significato della sofferenza

"Non dobbiamo smettere di esplorare E al termine della nostra esplorazione Ritorneremo al punto di partenza E, per la prima volta, lo conosceremo."
T.S. Eliot, Little Gidding

Per la maggior parte della mia vita, sono stato un piccolo io molto triste e solo, un’onda depressa nell’oceano cosmico della vita. Mi sentivo del tutto separato da quell’oceano, in profondo conflitto con me stesso e con gli altri, senza un attimo di pace. Per molti anni, avevo cercato disperatamente di integrarmi, di farcela, di entrare in sintonia con gli altri, di trovare l’amore, di trovare il mio posto nel mondo, ma nonostante tutti i miei sforzi, ero caduto in una depressione sempre più profonda. Incolpavo tutto e tutti per il modo in cui mi sentivo: i miei geni, la chimica del mio cervello, la mia educazione, i miei genitori, i miei amici, il mio capo, la crudeltà della vita, la nostra società ossessionata dal denaro, i media, i carnivori, i politici, le multinazionali, i delinquenti ”. La mia disperazione non dipendeva da me, o almeno così credevo. Era l’unica risposta possibile a una vita che mi si era rivoltata contro. La vita era crudele, ingiusta e ostile, la vita mi aveva maledetto. Incolpavo la vita per la mia disperazione, e sentivo di avere tutto il diritto di farlo. «Se avessi passato quello che ho passato io, anche tu ti sentiresti così!». Con queste parole giustificavo agli altri la mia infelicità.

La vita non era all’altezza delle mie aspettative, gli altri mi avevano deluso e, per quanto mi sforzassi, non riuscivo proprio a controllare la direzione della mia vita. Di conseguenza, me ne stavo a letto, incapace di alzarmi, meditando il suicidio, nauseato e depresso, senza la voglia né la capacità di affrontare ogni nuovo giorno. Che senso aveva alzarsi dal letto? Dietro la porta della mia stanza mi aspettava solo altra disperazione. Sapevo cos’era la vita e volevo evitarla a tutti i costi. La vita era dolore e io non volevo provare altro dolore.

Come ero finito così? In breve, nel corso della mia vita, mi ero fatto molte idee di come la vita dovesse essere. Avevo molte convinzioni sulla realtà, molte supposizioni su come le cose fossero davvero, molti concetti su cosa dovesse o non dovesse accadere nel mondo. Mi ero fatto un sacco di opinioni su cosa fosse giusto o sbagliato, buono o cattivo, normale o anormale, appropriato o inappropriato.

E avevo molte immagini di me stesso che cercavo di difendere, molte pretese riguardo a come volevo essere visto dagli altri e come volevo vedere me stesso. Volevo vedermi, ed essere visto, come un uomo di successo, attraente, intelligente, gentile, buono, compassionevole e di talento. Ma la vita continuava a intralciare le mie pretese. La vita non mi permetteva, in pratica, di essere chi volevo essere. La vita proprio non mi capiva. Le persone non mi comprendevano. Nessuno mi avrebbe mai capito! Le mie aspettative di vita frustrate e i miei costanti giudizi su me stesso causavano dolore, e io odiavo il dolore e non volevo più sentirlo.

Tuttavia, intorno ai 25 anni, grazie a una serie di intuizioni sempre più forti, arrivai a vedere chiaramente che la mia depressione, al livello più essenziale, era in realtà l’esperienza della mia profonda resistenza alla vita. Non stavo vivendo qualcosa al di fuori di me chiamato depressione. Questa cosa chiamata depressione non stava accadendo a me. Stavo sperimentando la mia personale guerra interiore contro il modo in cui andavano le cose. E alla radice di questa guerra c’era la mia stessa ignoranza di chi io fossi veramente. Avevo smesso di vedere la completezza della vita, mi ero dimenticato della mia vera natura ed ero finito sul sentiero di guerra contro l’esperienza del presente. Non realizzando chi io fossi davvero, identificandomi quindi in un “sé” separato, ero entrato in guerra con il momento presente.

La mia depressione riguardava il modo in cui vedevo il mondo: i miei giudizi e le mie convinzioni su di esso, le mie pretese su come questo momento dovesse essere. Alla base del mio tentativo di controllare la vita attraverso il pensiero, c’era la paura del cambiamento, della perdita e, fondamentalmente, della morte. La mia resistenza alla vita mi aveva portato al limite estremo — una depressione con istinti suicidi — ma siamo tutti esclusi dalla completezza in maggiore o minore misura: il grado in cui ci chiudiamo alla totalità è il grado in cui soffriamo. Mi ero completamente chiuso alla vita e la sofferenza era diventata insopportabile. Ero un cadavere ambulante, ma non era stata la vita a ridurmi così. Ero stato io, ingenuamente, nella ricerca di una futura completezza che non sarebbe mai arrivata.

Alla radice della mia depressione

Alla radice della mia depressione c’era la sensazione di essere una persona separata, un io individuale, un entità separata dalla vita stessa e divisa dal momento presente. Quell’io individuale doveva in qualche modo sostenere, reggere e mantenere quel qualcosa chiamato “la mia vita”, per dirigerla, per farla andare nella direzione voluta, per controllarla. Era quello che mi avevano insegnato fin da piccolo, ed era quello che il mondo mi urlava in faccia: dovevo avere il controllo della mia vita, dovevo sapere quello che volevo ed essere capace di andare a prendermelo. Tutti gli altri sembravano sapere chi erano, cosa stavano facendo, dove stavano andando, mentre io non ero in grado di tenere in piedi la mia storia senza esserne schiacciato. La depressione era l’esperienza di non essere in grado di tenere insieme la mia vita e, di conseguenza, mi sentivo depresso (schiacciato) dalla mia stessa vita.

Ora capisco, che siamo tutti schiacciati dal peso delle nostre vite, dal peso della nostra storia e dei nostri futuri immaginati. Da questo punto di vista, siamo tutti depressi! Ma è solo quando diventa praticamente impossibile sopportarne il peso che ci definiamo “depressi” e ci separiamo dagli altri. Anche se non siamo tutti depressi clinici, ci raccontiamo tutti un sacco di storie su noi stessi, tutti proviamo a far andare le nostre vite nel modo in cui vorremmo. E tutti falliamo, in qualche maniera, cercando di essere chi non siamo.

La mia sofferenza aveva preso la forma della depressione, dell’angoscia esistenziale, della dolorosa insicurezza e della totale mancanza di intimità nelle relazioni, ma tutti soffriamo, ciascuno a modo suo. Soffriamo tutti, ma vediamo la sofferenza come qualcosa di terribile da evitare ad ogni costo, oppure la vediamo per ciò che è davvero, un chiaro segnale che ci sta indicando la via per tornare a casa.

Nel pieno della mia profonda depressione traspariva un’altra possibilità: forse l’incapacità di tenere in piedi la mia vita non era affatto una malattia o un disturbo mentale né un sintomo di disfunzione o di debolezza. Forse quella vita da sostenere non era mai stata mia, fin dall’inizio. Forse non ero veramente chi pensavo di essere. Forse la vera libertà non aveva nulla a che vedere con l’essere un’onda dell’oceano migliore delle altre, con il perfezionare la storia di me stesso. Forse il punto fondamentale della libertà consisteva, innanzitutto, nello svegliarsi dal sogno di essere onde separate e accogliere tutto ciò che appare nell’oceano dell’esperienza presente. Forse quello era il mio lavoro, la mia vera chiamata nella vita: accogliere profondamente l’esperienza presente, lasciar andare tutte le idee di come questo momento dovrebbe essere, invece di sostenere una falsa immagine di me stesso.

Cominciai a non trovare più interesse nel fìngere di essere qualcosa che non ero. Cominciai a non avere interesse a resistere al momento presente. Cominciai a innamorarmi dell’esperienza presente. Scoprii la profonda accettazione intrinseca in ogni pensiero, in ogni sensazione, in ogni emozione, e la mia sofferenza finì per sgretolarsi. Compresi che non c’era nulla di sbagliato in me, e non c’era mai stato. E mi resi conto che questo era vero anche per ogni altro essere umano sul pianeta.

La sofferenza umana può sembrare così incomprensibile, così ingestibile, così poco chiara: un problema troppo immenso da affrontare. A volte la sofferenza sembra così priva di senso e così inspiegabile, o appare in maniera così inaspettata o improvvisa che non resta che dire: «Ci dev essere qualcosa di sbagliato in me» o «Sono fatto così» o «Soffrire così è il mio destino» o «Deve trattarsi di una questione genetica o delle reazioni chimiche del mio cervello».

Non credo che ci sia niente di fondamentalmente sbagliato in nessuno di noi, né che si debba soffrire, né tanto meno che l’infelicità sia predestinata o insita in noi in alcun modo.

Ciò che vedo è che molte persone stanno cercando. Cercano di fuggire da ciò che pensano e sentono nel momento. Oppongono una profonda resistenza all’esperienza presente, ma non se ne rendono conto. Sembra quasi che la sofferenza arrivi da fuori e loro ne siano vittime. Se comprendessero l’entità della loro resistenza al momento, non dovrebbero più far ricorso a ogni tipo di strana teoria per spiegare o giustificare la sofferenza. Non incolperebbero più la vita, loro stessi, gli altri o le circostanze per la loro sofferenza. Non incolperebbero più l’allineamento dei pianeti o delle stelle, le forze elettromagnetiche o le energie cosmiche, il karma, il guru, Dio o il diavolo per la loro sofferenza. Sarebbero responsabili nel vero senso della parola, “abili a rispondere” alla vita così com’è ora, invece che alla vita come immaginano sia o dovrebbe essere.

Tutta la mia sofferenza si è rivelata una benedizione, non una disgrazia. La depressione era lì per mostrarmi - nel modo più drammatico possibile — quanto mi stessi escludendo dalla vita. Da questo punto di vista, la sofferenza è sempre, davvero sempre, un segnale che indica la strada per tornare verso la totalità. Spesso è solo quando iniziamo a stare male che comindamo ad ascoltare la vita. E in qualche modo, a tutti noi è fornita l'esatta quantità di sofferenza che serve per riconoscere chi siamo veramente. Ogni onda è un’espressione unica dell’oceano e ogni onda soffrirà in un modo unico. La tua sofferenza è il tuo invito unico a tornare all’oceano.

La mia depressione stava puntando direttamente al risveglio spirituale. La depressione mi riconduceva verso chi sono veramente, che è sempre in profonda pace (da depressep deep rest). Era un invito a lasciare andare la mia pesante storia del passato e del futuro e a rimanere totalmente nell’esperienza presente. Era un invito a svegliarmi dal sogno della separazione. Ci ho solo messo un po’ ad accettare quell’invito.

Capire che, in realtà, non c’è nulla al di fuori di noi stessi a causare la nostra sofferenza è la chiave di un’incredibile libertà. Le circostanze non possono mai davvero provocarci sofferenza, è sempre nella nostra reazione alle circostanze che soffriamo. Soffriamo solo quando cerchiamo qualcosa, quando proviamo a evitare certi aspetti della nostra esperienza presente e, nel farlo, ci separiamo dalla vita e andiamo in conflitto con noi stessi e con gli altri; a volte in modi evidenti, altre volte in modi molto subdoli. La sofferenza è radicata nel non voler sentire ciò che sentiamo, nel non voler vivere ciò che stiamo vivendo adesso. La sofferenza è lì, nella nostra lotta con la vita così com e. È nella nostra incapacità di vedere che tutto, nel momento, è sempre accettato, nel senso più profondo.

Accettazione

C'è molta confusione sul termine accettazione, quindi prima di continuare vorrei dire qualche parola in più al riguardo. Una delle prime reazioni che ricevo dalle persone nuove a questo messaggio è: «Jeff, parli forse di accettare tutto, ritirarsi dalla vita, non fare nulla, rinunciare alla possibilità di qualsiasi cambiamento? Accettare semplicemente tutto ciò che accade non porta alla passività, al distacco, all’inazione, all’impotenza?».

Accettazione non significa dover rinunciare ai nostri tentativi di evitare che le cose vadano male, come se, tra l’altro, questo fosse possibile. E non sto dicendo che in pratica dovremmo stare con le mani in mano e lasciare che accadano cose spiacevoli, se possiamo fare qualcosa al riguardo. Nessuno vuole che i propri cari si ammalino. Nessuno vuole perdere tutti i propri soldi o essere ferito in un incidente d’auto. Nessuno vuole essere lasciato dal partner aH’improwiso. Nessuno vuole essere aggredito fisicamente. Ma queste cose accadono. La vita non va sempre secondo i nostri piani. Anche quando abbiamo le migliori intenzioni, quando facciamo i progetti più solidi, quando ricorriamo al pensiero positivo o alle preghiere e cerchiamo di manifestare il nostro destino, anche quando seguiamo il nostro cammino spirituale e promuoviamo la nostra evoluzione, accadono cose che, potendo scegliere, non avremmo fatto accadere, e ci mostrano di continuo, che in definitiva non abbiamo il controllo di questa cosa che chiamiamo vita. Perfino le cosiddette persone più illuminate sono finite in un letto d’ospedale a chiedere altra morfina per il tremendo dolore causato da un tumore.

Intendo dire che, se vogliamo essere davvero liberi, dobbiamo affrontare questa realtà a occhi aperti. Dobbiamo smettere di negare la realtà, lasciar perdere velleità e speranze, e dire la verità sulla vita così com’è. Nell 'ammettere la verità di questo momento risiede una grande libertà, per quanto questa verità si scontri con le nostre speranze, i nostri sogni e i nostri progetti.

Voglio dire che, alla fine, è la realtà stessa - non ciò che noi pensiamo della realtà - a decidere. L’accettazione consiste nel vedere interamente la realtà, vedere le cose come sono davvero, non come speriamo o vorremmo noi. E da quel luogo di totale allineamento con ciò che è, tutta l’azione creativa, amorevole e intelligente fluisce naturalmente.

Noi giudichiamo costantemente la vita. Le cose accadono, e poi noi approviamo o disapproviamo. Accettiamo o respingiamo. Diciamo: «Sarebbe dovuto accadere questo» o «Quello non sarebbe dovuto accadere». Diciamo: «La vita è cattiva», «La vita e buona», «La vita è senza senso» o «La vita è crudele». Diciamo: «La vita è sempre gentile con me», oppure diciamo «La vita non mi da mai ciò che voglio». Ma la vita in sé viene prima di tutte queste etichette, viene prima di tutti i nostri giudizi sulla vita. La vita non può essere né buona né cattiva. La vita è semplicemente vita, che appare come tutto ciò che c e, come ciò che definiamo buono e come ciò che definiamo cattivo. La vita «fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi», come dice la Bibbia. Fa sorgere il sole, ed è il sole che sorge, ed è tutto ciò su cui sorge il sole, incluse tutte le cose su cui preferiremmo che il sole non sorgesse.

Più avanti, parlerò ancora della vera natura dell’accettazione intesa in questo senso più profondo. Ma per ora, diciamo solo che da uno stato di profonda accettazione delle cose così come sono, nel vedere l’intrinseca perfezione della vita stessa, siamo comunque totalmente liberi di fare ciò che ci sentiamo di fare: aiutare, cambiare le cose, fare la differenza. È solo che le nostre azioni non partiranno più dal presupposto di base che la realta e difettosa e ha bisogno di essere sistemata, che sottintende l’ulteriore presupposto che ognuno di noi è separato dalla vita. Ogni movimento che viene dalla supposizione che la vita sia difettosa non farà altro che perpetuare la malattia che promette di curare.

Questo libro non parla di ritirarsi dalla vita e non fare nulla; quello sarebbe distacco, che è un’altra forma di separazione. Questo libro parla dell 'intimità con tutta la vita, che si potrebbe definire la morte del distacco. Un atteggiamento passivo verso la vita non e possibile quando ti rendi conto di essere la vita stessa.

Il risveglio non è la fine dell’impegno verso la vita, ne è soltanto l'inizio. Paradossalmente, quando realizziamo quant’è perfetta la vita e che tutto accade esattamente come dovrebbe, siamo molto più liberi di andare nel mondo e cambiare le cose in meglio. Nel vedere che tutti sono perfetti, esattamente come sono, hai maggiore libertà di aiutarli a dare un’occhiata a ciò che loro percepiscono come imperfezione. Non parti più dal presupposto che l’altro sia un oggetto difettoso che ha bisogno di essere sistemato. Lo vedi già completo. E dalla profondità di questa realizzazione lo reindirizzi verso la sua innata completezza. Radicato nella completezza, sei libero di coinvolgerti pienamente nella danza dell’apparente separazione.

Quando non provi più a sistemare la vita, forse puoi esserle di grande aiuto. Quando non provi più a sistemare gli altri, forse puoi essere una grande benedizione per loro. Forse la vera guarigione accade quando ti togli di mezzo.

Forse questo è ciò di cui la vita ha bisogno più di ogni altra cosa: persone che non vedono problemi, ma vedono invece l’indissolubilità tra loro stessi e il mondo e, a partire da quella profonda accettazione, si coinvolgono pienamente. Una profonda accettazione delle cose così come sono e un coraggioso impegno verso la vita sono la stessa identica cosa, per quanto possa suonare paradossale per la mente razionale.

Questo testo è estratto dal libro "Il Risveglio Spirituale nella Vita Quotidiana".

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