Il Primo Volo Umano: alla Riconquista della Libertà
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Il Primo Volo Umano: alla Riconquista della Libertà

Acro Fly Yoga e Vayu Yoga - Anteprima del libro di Mahatma Kaur

"La sola cosa realmente di valore è l’Intuizione."
A. Einstein

Tori o fanciulla nell'antica Grecia

La tauromachia fu per la cultura dell’antica Grecia uno spettacolo molto diffuso, simbolo di forza e di prosperità: si sviluppava attraverso il combattimento di tori tra loro, oppure di tori ed esseri umani o tra tori e altri tipi di animali feroci. La civiltà ellenica usava poi deliziarsi con un altro spettacolo che impegnava un toro e un giovinetto o una giovane fanciulla: il giovane avvicinava frontalmente il toro e lo afferrava per le corna, non per combattere ma per volteggiare più volte sulla sua groppa, con una serie salti acrobatici. Quest’ultimo intrattenimento andava sotto il nome di taurocapsia. Meno cruento del primo non era privo di gravi rischi.

Minosse, re di Creta, teneva in gran considerazione i tori e gli spettacoli o riti che avessero a che fare con i tori. Minosse, ci assicura il mito, era figlio di Zeus e di una fanciulla mortale. Era solito interloquire con gli dei e una volta chiese a Poseidone, come premio per il suo saggio modo di regnare, un toro bianco, con la promessa di offrirlo poi in sacrificio al dio.

Effettivamente Poseidone accolse la richiesta di Minosse inviandogli il toro più forte e più bello che si fosse mai visto, con il manto candido e grandi occhi imperiosi. Il re di Creta viveva a Cnosso nel suo fastoso palazzo opera di Dedalo, architetto ateniese, geniale e a quei tempi molto in voga. Quando Minosse vide da una terrazza del suo palazzo avvicinarsi il bianco toro di Poseidone, circondato da ninfe che impugnavano serti che scuotevano in segno di gloria, capì subito che non avrebbe mai avuto il coraggio di sacrificare un animale così bello e lo dedicò anziché al sacrificio, alla monta delle sue mandrie. Poseidone non amò il cambiamento di programma. Si sentì ingannato e oltraggiato e mise in atto una vendetta adeguata all’ira di un dio. Trasformò il toro bianco, da mansueto, in un animale pericoloso per tutti gli abitanti del regno e non gli bastò: fece innamorare Pasifae (la moglie di Minosse) di un amore perverso rivolto verso il toro stesso. Pasifae si unì al toro di Poseidone e da quell’unione bestiale e contro natura nacque Asterione.

Il Minotauro

Asterione nacque ed era mostruoso: aveva il corpo di essere umano e la testa di toro, di pessimo carattere e sempre affamato di carne umana, un essere di così alta stirpe ma al tempo stesso così pericoloso. Venne celato agli occhi del popolo - come anticamente si provvedeva alle nascite scomode - e chiuso in un palazzo abilmente architettato per evitarne la fuga, affinché non fossero minacciate la pace e il benessere del regno. Minosse si rivolse di nuovo al suo architetto ateniese e Dedalo immaginò la costruzione più ardita della sua carriera, piena di finte porte e vicoli ciechi e percorsi che tornavano su se stessi senza condurre mai a una uscita: il labirinto era un luogo in cui era facile perdersi e da cui era impossibile fuggire. Il pericoloso Asterione, il Minotauro, venne rinchiuso lì dentro e ne faceva da custode e guardiana la sorella Arianna, figlia del re Minosse e di Pasifae.

Ancona tori

Ad Atene venivano indette tauromachie ogni anno. Androgeo, un altro figlio di Minosse e a lui molto caro, trovò la morte in uno di questi cruenti spettacoli. Minosse pazzo per il dolore decretò che gli ateniesi avrebbero pagato per la morte di suo figlio Androgeo con vite umane: ogni nove anni avrebbero offerto a Minosse un tributo di quattordici vergini, sette fanciulli e sette fanciulle, che, inviati a Cnosso, sarebbero stati poi dati in pasto al Minotauro.

Teseo e il filo di Arianna

Un altro re entra ora in scena: Teseo.

Re mitico di Atene, famoso per tante gesta leggendarie, aveva vinto, tra l’altro, il terribile toro della città di Maratona che la strega Medea gli aveva aizzato contro perché ne venisse ucciso. Quando Teseo vinse il toro di Maratona, erano passati diciotto anni dalla morte ad Atene di Androgeo, l’amato figlio di Minosse e il re di Creta stava per pretendere per la terza volta il tributo di quattordici vergini. Il mito narra che il re di Atene decise di evitare un nuovo inutile sacrificio e salpò con la sua nave per andare a scovare e uccidere Asterione.

Teseo sbarcò a Creta e raggiunse il palazzo di Cnosso. Quando volle entrare nel labirinto, di fronte alle porte ne incontrò la nobile guardiana: Arianna, signora del labirinto, messa dal padre stesso a presidiarne l’ingresso. Arianna era consapevole della morte certa cui sarebbe andato incontro entrando nel labirinto e provò un sentimento misto di pietà e di invaghimento per Teseo e, per salvare la vita al giovane re ateniese, tradì il proprio fratello, il Minotauro.

Alcuni altorilievi raffigurano Arianna intenta a filare e così il mito narra come ella abbia suggerito a Teseo di fissare il filo del fuso all’architrave d’ingresso al labirinto per avere un riferimento certo che lo portasse verso l’uscita. Teseo scoprì il Minotauro addormentato nella parte più profonda del labirinto e lo trafisse. Tornò quindi indietro recuperando il filo che Arianna gli aveva affidato. Si sarebbero sposati sulla nave fuggendo dall’ira di Minosse. Sulla nave effettivamente si unirono ma poi, narra ancora il mito, nella notte a Teseo apparve in sogno Dioniso che lo minacciò di morte se non gli avesse ceduto la fanciulla. Teseo lasciò guardingo la nave alle prime luci dell’alba e Arianna fu rapita in cielo poco più tardi da Dioniso. Il mito non ci lascia poi sapere più nulla né dell’uno né dell’altra.

Dedalo, il palazzo di Cnosso e il volo umano

Minosse, privato della figlia Arianna, accusò Dedalo, come architetto del labirinto e unico conoscitore del progetto, di essere intervenuto ad aiutare Teseo nella sua impresa e lo imprigionò con il figlio Icaro, che aveva dieci anni. I due furono rinchiusi nella parte più alta del labirinto. Sembra che tutto il palazzo di Cnosso fosse più che labirintico, una specie di cittadina che si sviluppava a più livelli, dove poteva avere albergo anche gran parte della popolazione e varie arti e mestieri vi si svolgevano all’interno. Il labirinto vero e proprio possiamo immaginarlo come una struttura spira-liforme che andava da zone ipogee a piani più alti ma da cui tuttavia nessun affaccio all’estemo rendeva possibile la fuga. Lo sapeva bene Dedalo che era stato l’ideatore di tutto il complesso e così si mosse verso i piani più alti. Dopo giorni di prigionia senza cibo né acqua, ebbe un’idea: sulle travi del piano più alto che presentava un’ampia apertura a strapiombo sugli scogli e una bellissima vista sul mare Egeo, avevano preso dimora numerosissime api. Dedalo fece arrampicare il figlioletto e gli fece tirare giù una gran quantità di favi. Dapprima si nutrirono con il miele custodito in essi dalle api, poi Dedalo usò la cera dei favi, opportunamente sciolta con una lente con cui moltiplicò il potere dei raggi solari. Una volta sciolta. Dedalo stese la cera e ne fece quattro supporti vasti come ali di aquila, in cui inserì tutte le piume che poteva raccogliere a terra, cadute in tanto tempo ai volatili che, di notte, si erano rifugiati a dormire su in cima, fra le travi. Con le stringhe e le cinture dei sandali poi costruì una specie di bretelle con cui assicurò le ali: due ali per sé, due ali per il figlio Icaro. Insieme si sporsero sul bordo dell’apertura che dava sulle scogliere, era notte e il profumo salmastro del mare risaliva, preannunciando loro la libertà.

Trassero un forte respiro e spiccarono un coraggioso salto nel vuoto. Sembrò che le stelle brillassero con più intensità in quel momento in cui Taria accolse il loro lento planare, sostenendo per la prima volta il volo dell’essere umano.

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