Scopri i quattro pilastri alla base dei sistemi spirituali che danno un senso alla vita della gente, leggendo l'anteprima del libro di Emily Esfahani Smith.

La crisi del senso

Durante una giornata autunnale del 1930, lo storico e filosofo Will Durant stava rastrellando le foglie del giardino della sua casa a Lake Hill, nello Stato di New York, quando un signore ben vestito si avvicinò. Disse a Durant che stava pensando di uccidersi, a meno che il noto filosofo non gli avesse dato “una buona ragione” per vivere.

Scioccato, Durant cercò una risposta che confortasse quell’uomo ma la sua risposta non fu molto ispirata: “Lo invitai a trovarsi un lavoro ma ce l’aveva già; a mangiare qualcosa di buono ma non aveva fame. Se ne andò chiaramente indifferente alle mie argomentazioni”.

Durant, che morì nel 1981 all’età di novantasei anni, è noto per i suoi libri che divulgarono la storia e la filosofìa. Storia della filosofia, pubblicato in lingua originale nel 1926, diventò un bestseller e il suo lavoro in più volumi Storia della civiltà, scritto insieme alla moglie Ariel Durant nel corso di quarant’anni, venne premiato con il Pulitzer per il decimo volume dal titolo Rousseau e la Rivoluzione. Durante tutta la vita coltivò interessi di ogni genere. Scrisse di letteratura, religione e politica e nel 1977 fu insignito di una delle più alte onorificenze del governo statunitense a un civile: la Medaglia presidenziale della libertà.

Durant era cresciuto in un ambiente cattolico, aveva studiato in una scuola gesuita e pensava di farsi sacerdote. Ma all’università divenne ateo dopo aver letto i lavori di Charles Darwin e Herbert Spencer, le cui idee “sciolsero” la “teologia che aveva ereditato”. Per molti anni dopo la perdita della fede, rimuginò sulla questione del senso ma non trovò mai una risposta soddisfacente. Filosofo agnostico e dalla mente empirica, Durant si rese conto di non sapere cosa dà alla gente una ragione per continuare a vivere anche quando è disperata. Quest’uomo saggio non potè dare una risposta convincente all’aspirante suicida che andò da lui nel 1930, l’anno successivo al crollo della borsa che inaugurò la Grande depressione.

Quindi decise di scrivere ai grandi luminari della letteratura, della filosofìa e della scienza dei suoi tempi, da Mohandas Gandhi e Mary E. Wolley a H. L. Mencken ed Edwin Arlington Robinson per chiedere loro come avevano fatto, in quel tumultuoso periodo della storia, a trovare un significato e la soddisfazione nella loro vita. “Interromperete il vostro lavoro per un attimo” era l’attacco di Durant nella sua lettera, “e giocherete con me a filosofare? Sto cercando di affrontare la domanda che la nostra generazione, forse più di ogni altra, sembra sempre pronta a fare ma a cui non è mai capace di dare una risposta: qual è il senso o il valore della vita umana?”. Poi raccolse le risposte in un libro, On the Meaning of Life, che fu pubblicato nel 1932.

Trovare la nostra fonte

Benché il senso della vita possa rimanere oscuro, tutti possiamo e dobbiamo trovare la nostra fonte di senso all’interno della vita stessa. Questa è stata la grande intuizione dei pensatori esistenzialisti come Camus. Dieci anni prima che Il mito di Sisifo fosse pubblicato, Will Durant giunse alla stessa conclusione. Dopo avere letto le risposte alla lettera che aveva spedito ad amici e colleghi, scoprì che tutti avevano trovato il senso a modo loro.

Gandhi scrisse che aveva trovato il senso nel “servizio a tutto ciò che vive”. Il prete francese Ernest Dimnet lo aveva trovato nel guardare oltre il proprio interesse: “Mi chiede cosa ha fatto la vita per me? Mi ha dato qualche possibilità di abbandonare il mio naturale egoismo e di questo gliene sono molto grato”. Il regista Carl Laemmle, uno dei fondatori della Universal Studios, menzionò i suoi figli: “Mi chiede dove si trova, in ultima istanza, il mio tesoro. Penso che stia nel desiderio quasi febbrile di vedere i miei figli e i figli dei miei figli ben accuditi e felici”.

Owen C. Middleton, che stava scontando un ergastolo, aveva trovato il senso semplicemente nell’essere parte del mondo: “Non so quale sia il grande finale a cui ci porta il destino e non mi importa poi molto. Ben prima di quel momento avrò recitato la mia parte, avrò detto le mie battute e passerò il testimone. L’unica cosa che mi importa è come recito questa parte. Sapere che sono un pezzo inalienabile di questo grande, meraviglioso e ascendente movimento che è la vita e che niente, nemmeno la peste, la sofferenza fìsica e la depressione - nemmeno la prigione - possono portarmi via la mia parte: questa è la mia consolazione, la mia ispirazione, il mio tesoro”.

Nel 1930, l’anno in cui il suicida avvicinò Durant nel suo giardino, molti altri scrissero al filosofo esprimendo il loro desiderio di uccidersi. Durant rispose spiegando come meglio poteva perché credeva che valesse la pena di vivere la vita. In seguito riassunse le sue risposte in una sola affermazione che conclude On the Meaning of Life.

Per lui il senso emerge trascendendo l’io. “Se, come abbiamo detto all’inizio, una cosa ha un significato soltanto grazie alla sua relazione con un tutto più ampio”, scrive, “allora anche se non possiamo dare un senso metafìsico e universale a tutta la vita in generale, possiamo dire che ogni vita in particolare trova il suo senso in relazione a qualcosa di più grande di sé”. Durant era convinto che più ci colleghiamo e contribuiamo a quel qualcosa, più la nostra vita acquisisce un senso. Per lui, quel “qualcosa” era il lavoro e la famiglia.

Qualcuno di coloro che scrissero a Durant era quasi sicuramente senza lavoro a causa della Grande depressione. Non erano gli unici sfortunati. I tassi di disoccupazione erano schizzati alle stelle durante quel periodo e nel 1933 arrivarono al 25 per cento. Contemporaneamente numero dei suicidi negli Stati Uniti raggiunse un valore mai visto prima. Gli studiosi hanno scoperto che nel corso della storia questo numero tende a crescere con la disoccupazione e non è diffìcile capirne il motivo: il lavoro è una delle principali fonti di identità, di un valore e di uno scopo per le persone. Offre un modo per impiegare il proprio tempo, un senso di autostima e un’opportunità per contribuire alla società e per sostenere i propri familiari. Quando la gente perde il lavoro, perde non solo la vitalità ma anche una potente fonte di senso.

Durant consigliò a coloro che non credevano che la loro vita avesse un senso di trovare qualsiasi genere di lavoro, foss’anche solamente dare una mano in una fattoria in cambio di cibo e di un giaciglio fino a quando non saltasse fuori qualcosa di meglio. Essere produttivi e al servizio degli altri è il primo passo per riagganciarsi alla vita. “Una volta Voltaire osservò”, scrive Durant, “che in certi frangenti avrebbe potuto togliersi la vita se non avesse avuto così tanto lavoro da fare”.

Nel 1988, dopo più di cinquantanni dalla pubblicazione del suo libro, la rivista Life avviò un progetto simile. I giornalisti scrissero a più di un centinaio di persone autorevoli di quell’epoca - dal Dalai Lama, Rosa Parks e Ruth Westheimer a John Updike, Betty Friedan e Richard Nixon - chiedendo loro quale fosse il senso della vita. I giornalisti non vennero a conoscenza del progetto di Durant se non quando erano già avanti nella raccolta e nell’elaborazione delle risposte ricevute, ma come lui anche loro scoprirono che gli interpellati traevano il senso da un’infinità di fonti diverse.

La psicologa e biologa cellulare Joan Borysenko, per esempio, ha raccontato la storia di una delle sue pazienti che durante un’esperienza di pre-morte, quando nella sua mente vide i momenti chiave del suo passato come in un film, scoprì il senso della sua vita. “Era rimasta sbalordita”, spiega Borysenko, “nel vedere che i suoi successi come avvocato significassero così poco per lei; il culmine di quella rivisitazione della sua vita fu un incontro casuale di anni addietro con un adolescente che un giorno le aveva fatto il conto della spesa alla cassa del supermercato. Avvertendo una sofferenza negli occhi del ragazzo, gli aveva accarezzato la mano e gli aveva detto qualche parola di conforto. Con gli occhi fìssi l’una nell’altro per empatia, si erano momentaneamente scordati l’illusione di essere degli estranei e avevano condiviso un istante di profonda connessione”. Per l’avvocato il senso era stato acceso da scintille d’amore, compassione e comprensione alla cassa di un supermercato.

Jason Gaes, un ragazzo di dodici anni colpito da un tumore, ha dato una spiegazione toccante di ciò che dava un senso alla sua vita. “Mi sono sempre chiesto perché Dio abbia scelto me per questo tumore. Forse perché vuole che diventi un dottore che si prende cura dei bambini con questa malattia. E quando loro mi diranno: ‘Dottor Jason, a volte ho paura che sto morendo’, oppure: ‘Non sa quanto è brutto essere l’unico bambino senza capelli in tutta la scuola’, io potrò rispondere: ‘Oh no, certo che lo so. Quando avevo la tua età anch’io ho avuto un tumore. E guarda adesso che capelli che ho. Un giorno anche i tuoi ricresceranno’”. Affrontare la morte ha aiutato Jason a scoprire lo scopo della sua vita.

Per la scrittrice Madeleine L’Engle, il senso proveniva dall’essere una persona che narra delle storie, dal prendere i fili dell’esperienza umana e intrecciarli in una narrazione coerente. Riecheggiando Camus, ha scritto: “La sola certezza è che siamo qui, in questo momento, in questo adesso. Sta a noi vivere pienamente, sperimentando ogni istante consapevoli, vigili e concentrati. Siamo qui, tutti, per scrivere la nostra storia. E che storie affascinanti costruiamo!”.

Rabbi Wolfe Kelman ha scritto della marcia per i diritti civili da Selma a Montgomery del 1965. Martin Luther King camminava davanti a lui e quando la moltitudine attraversò l’Edmund Pettus Bridge a Selma, tutti cantavano insieme. “Ci sentivamo connessi al trascendente, all’ineffabile attraverso un canto”, ha scritto Kelman a Life. “Provavamo una gioia come fosse un’apoteosi. Sentivamo che le cose cambiano in meglio e che niente rimane per sempre congelato. Quella fu un’esperienza spirituale trascendente che ci scaldò l’anima. Il senso, lo scopo e la missione andavano al di là delle parole: il senso era quel sentire, quel canto, quel momento di travolgente appagamento spirituale. Stavamo sperimentando ciò che Rabbi Abraham Joshua Heschel definiva il senso oltre il mistero”.

Ogni risposta alla lettera di Durant e al sondaggio di Life era diversa, rifletteva i valori, le esperienze e le personalità uniche degli interpellati. Tuttavia c’erano dei temi che affioravano in continuazione. Quando la gente spiega ciò che dà un senso alla propria vita, parla in modo positivo della connessione e del legame con altre persone, di qualcosa che vale la pena di fare con il proprio tempo, della creazione di storie che aiutano a capire se stessi e il mondo e di esperienze mistiche di perdita del senso dell’io.

Durante le ricerche fatte per questo libro, questi quattro temi sono tornati spesso nelle conversazioni che ho avuto con le persone che vivono una vita che ha un senso e con quelle che lo stanno cercando. Questi temi erano presenti anche nelle definizioni di una vita che abbia un senso date da Aristotele e dagli psicologi citati nell’introduzione, che sostenevano in diversi modi che il senso sorge dalla relazione con gli altri, dall’avere una missione che dà un contributo alla società, dal dare un senso alle proprie esperienze e a chi si è attraverso una storia e dal connettersi con qualcosa di più grande dell’io. E li ho trovati anche nei crescenti studi di scienze sociali sul senso della vita e su come la gente può ottenerlo, in opere di filosofìa, letteratura, religione e cultura popolare, negli insegnamenti buddisti, nel trascendentalismo americano, in romanzi e film.

Sono i quattro pilastri del senso

l’appartenenza, lo scopo, la narrazione e la trascendenza.

Per Laemmle e per la paziente di Borysenko, per esempio, il senso nasce dall’amore per gli altri e dal collegarsi a loro con compassione ed empatia. Per Gandhi e per il giovane Jason, vivere una vita che abbia un senso implica il fare qualcosa di buono nel mondo affinché gli altri possano vivere meglio. Poi c’è L’Engle, che trova il senso nella comprensione della vita come una storia. Rabbi Kelman e Middleton, invece, lo trovano nel perdersi in qualcosa di più grande, che sia una realtà spirituale o il mistero del mondo materiale.

Questi pilastri sono alla base dei sistemi religiosi e spirituali e sono la ragione per cui storicamente essi hanno dato (e continuano a dare) un senso alla vita della gente. Hanno collocato le persone all’interno di una comunità. Hanno dato loro uno scopo verso cui tendere, come andare in paradiso, avvicinarsi a Dio o servire gli altri. Hanno offerto delle spiegazioni sul perché il mondo è come è e perché loro sono come sono. E hanno fornito loro delle opportunità per trascendersi con dei rituali e delle cerimonie. Ognuno di questi pilastri era presente nella vita dei sufi che ho conosciuto ed è il motivo per cui le loro vite avevano così tanto senso.

Ma la bellezza di questi pilastri è che sono accessibili a tutti. Con o senza la religione, gli individui possono costruire ognuno di essi nella propria vita. Sono sorgenti di senso che attraversano ogni aspetto della nostra esistenza. Possiamo trovare l’appartenenza nel lavoro e in famiglia, oppure sperimentare la trascendenza mentre facciamo una passeggiata in un parco o siamo in un museo. Possiamo scegliere una professione che ci aiuta a servire gli altri o abbozzare la storia della nostra vita per capire come abbiamo fatto a diventare ciò che siamo. Con gli anni che passano magari cambiamo città e lavoro e perdiamo il contatto con gli amici, ma possiamo continuare a trovare il senso utilizzando i quattro pilastri in modo nuovo nella nostra nuova situazione. E quando teniamo a mente questi pilastri, troviamo il senso anche nel posto più inaspettato: nel tragitto tra casa e lavoro, in prigione, sulla cima di una montagna o in mezzo a un’isola.

Data di Pubblicazione: 8 marzo 2019


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