La Quinta Domanda Essenziale da porsi è: “Cosa conta davvero?”

Anteprima del libro "Le 5 Domande Essenziali Più Una" di James E. Ryan

La quinta domanda essenziale

La quinta e ultima domanda essenziale è: “Cosa conta davvero?”. Si tratta di un quesito che può guidarvi con la stessa efficacia sia durante una riunione con i colleghi che nel corso delle decisioni più importanti della vostra vita. Vi costringe ad arrivare al nocciolo della questione, sia in ambito lavorativo che scolastico, e al cuore delle vostre convinzioni, credenze e obiettivi personali. È la domanda che aiuta a distinguere ciò che è davvero importante dal superfluo e aiuta a destreggiarsi tra le quisquilie, alla ricerca dell’indispensabile.

Con il senno di poi, è la domanda che molti di noi avrebbero dovuto porre la mattina in cui è nato Sam, il nostro secondogenito. Questa è una storia che serve da monito, benché per fortuna abbia un lieto fine. E giuro che è l’ultimo aneddoto sul parto che vi racconto.

Mentre era incinta di Sam, Katie ha sentito dire più e più volte che il secondo figlio può arrivare in fretta, nel senso che il travaglio può durare molto poco. Questa era una splendida notizia per lei, dato il lungo calvario che aveva dovuto affrontare nel partorire il nostro primogenito Will. Quando Katie si svegliò per le doglie alle quattro del mattino del 29 novembre 1998, sapevo che avremmo dovuto metterci subito in marcia. L’amica del college di Katie, un’ostetrica che era rimasta a dormire da noi quella notte, ci consigliò di recarci subito in ospedale. Katie, da persona inguaribilmente responsabile qual è, prima di partire voleva assicurarsi che i nostri cani, il gatto e i due cavalli avessero da mangiare. Poi decise anche di farsi una doccia.

Quando finalmente salimmo in macchina, le contrazioni erano già piuttosto ravvicinate e dolorose. Guidai spedito verso l’ospedale e per poco non investii un cervo lungo la strada. Quando arrivammo, Katie era in travaglio attivo. Per ragioni che non so davvero spiegare, a parte dire che non ero del tutto lucido, superai l’ingresso del pronto soccorso e mi infilai nel parcheggio coperto dedicato ai visitatori. Essendo mattina presto, la sbarra era alzata e non c’era alcun addetto nei paraggi a sorvegliare gli accessi. Così pensai: “Se entriamo da qui, non sapranno mai quando siamo arrivati e probabilmente ci faranno pagare un occhio della testa per il parcheggio”. Lo so, lo so: mossa stupida.

Feci retromarcia e mi diressi verso un altro ingresso. Aveva la sbarra alzata anche quello, ma stavolta decisi di tentare la sorte, in parte perché Katie stava ormai dicendo, con una certa dose di sicurezza, che aveva intenzione di: «AVERE IL BAMBINO SUBITO!». Cercai di spiegarle il motivo per cui non sarebbe stata affatto una buona idea. Quando parcheggiai e feci per aiutarla a scendere, lei ribadì la volontà di partorire Sam seduta stante e poi aggiunse che era piuttosto sicura di non riuscire più a camminare. Pensai di aprire il portellone posteriore della nostra Subaru, tirare giù i sedili, farla sdraiare nel bagagliaio e poi guidare lentamente con il portellone sollevato fino all’ingresso del pronto soccorso, che era a soli cinquecento metri di distanza, eppure sembrava così lontano.

Alla fine, avendo opportunamente parcheggiato al primo piano, accompagnai Katie giù per le scale, portandola un po’ in braccio e un po’ sorreggendola. Quando arrivammo in fondo alla rampa, lei decise che aveva giusto bisogno di stendersi un minuto, proprio sul marciapiede dall’altra parte della strada rispetto al pronto soccorso. Con estrema calma, cominciai a gridare come un ossesso e per fortuna qualcuno nell’ospedale ci sentì e ci portò dentro, con Katie scomodamente seduta su una sedia a rotelle.

A quel punto, lei stava facendo tutto il possibile per evitare che Sam sbucasse fuori e, chissà perché, non trovò d’aiuto quello che le dissi: «Be’, almeno non è bloccato». Appena entrammo nel pronto soccorso, la responsabile dell’accettazione ci accolse e ci informò che dovevamo recarci nell’area “triage”, dove di solito verificano che non si tratti di un falso allarme prima di mandare qualcuno in sala parto. Noi assicurammo con una certa enfasi che non si trattava di un finto travaglio e che le grida di dolore di Katie erano sentite. Ma la responsabile continuava a ripetere che «tutti passano per il triage» con un tono gentile ma leggermente minaccioso che mi ricordava l’infermiera Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Dato che le cose non andavano troppo bene, quando si faceva arrabbiare l’infermiera Ratched, proposi di passare dal triage e farla finita.

Lì beccammo il povero specializzando di turno, il quale ci accolse senza il senso di urgenza che la situazione sembrava richiedere. Dopo aver cercato di scambiare qualche convenevole, tra le urla di dolore di Katie, la visitò ed esclamò sorpreso: «Wow, riesco quasi a vedere la testa del bambino! È pazzesco!». Poi, dopo una breve pausa per vedere se ci rendevamo conto di quanto fosse incredibile che Katie stesse davvero per partorire, aggiunse: «Credo che forse vi dovremmo portare in sala parto».

Qualche minuto più tardi, ci ritrovammo nella sala parto con lo specializzando e un’infermiera, palesemente più esperta di lui. Katie era pronta a partorire, così come lo era dieci minuti prima, il che significava che era davvero pronta. Lo specializzando, invece, non lo era affatto. Guardò l’infermiera e cominciò a elencare tutte le cose di cui avrebbe potuto avere bisogno. «Mi servono gli occhiali protettivi» disse, mentre lei lo osservava con scetticismo. «Mi servono le babbucce» aggiunse riferendosi a quei copri-scarpe azzurri o verdolini che usano i medici per proteggere le calzature, «e mi serve un po’ d’acqua. Da bere». A quel punto, l’infermiera inarcò un sopracciglio e mi lanciò un’occhiata eloquente, il che mi spinse a suggerire, con gentilezza: «Dottore, credo che forse ci dovremmo concentrare un pochino. Katie sta per esplodere».

L’infermiera, grazie al cielo, colse la palla al balzo e rammentò, con tono rispettoso, che il medico strutturato era proprio nella stanza accanto. «Propongo di chiamare il responsabile per un consulto» disse allora lo specializzando. Lo strutturato arrivò immediatamente. Si diresse spedito verso Katie, impiegò circa due minuti a visitarla e concluse: «D’accordo, è pronta ad avere questo bambino?».

Sam che viene al mondo

Katie rispose con una versione un po’ più colorita di “sì, sarebbe fantastico”. Cinque minuti più tardi, Sam venne al mondo.

Con il senno di poi, è piuttosto facile individuare una serie di passi falsi commessi da tutte le persone coinvolte, alcuni dei quali si sarebbero potuti evitare ponendosi la domanda “cosa conta davvero?”. L’unica cosa davvero importante per Katie e Sam era un parto sicuro. Eppure, molte delle persone coinvolte hanno sprecato tempo prezioso per delle sciocchezze. Dare da mangiare ai cavalli e farsi una doccia sono buone abitudini nella vita di tutti i giorni, ma non quando si sta per partorire. Non spendere una fortuna per il parcheggio? È un proposito encomiabile in generale, ed è stato un leitmotiv nella vita di mio padre, ma forse non è poi così importante quando vostra moglie ha le doglie. Anche attenersi alle procedure burocratiche non conta tanto quanto garantire la sicurezza durante la nascita di un bebè. Allo stesso modo, accertarsi di indossare i copri-scarpe prima di far venire al mondo un bambino può essere una buona idea in termini astratti, ma forse non ne vale la pena quando il tempismo è un fattore essenziale.

Come dimostra la nostra disavventura con Sam, è fin troppo semplice perdere di vista ciò che conta davvero. Potremmo essere troppo presi dalla solita routine per prestare attenzione. Potremmo non avere fiducia nelle nostre capacità e concentrarci su dettagli altamente irrilevanti piuttosto che affrontare le difficoltà e le sfide che ci attendono. Potremmo essere talmente stressati da distrarci con facilità e fare fatica a concentrarci. In ciascuna di queste situazioni, è utile chiedersi cosa conta davvero. Questo aiuta a svincolarsi dalle solite abitudini, trovare il coraggio di affrontare le criticità e recuperare la calma necessaria per individuare cosa sia davvero importante. Per fortuna, ci è andata bene con Sam e alla fine la vicenda è diventata un simpatico aneddoto da raccontare benché, indubbiamente, Katie e i suoi genitori ci abbiano messo un pochino a scorgere il lato comico della nostra follia... okay, la mia follia. Abbiamo avuto una serie di scambi, poco dopo la nascita, in cui sostenevo cose del tipo: «Devi ammettere che è stato almeno un po’ buffo quando mi sono messo a cercare un parcheggio economico. Eh? No?».

Chiedere a sé stessi e agli altri cosa conta davvero è utile sia in ambito lavorativo che a scuola. Permette di evitare distrazioni, divagazioni e dettagli irrilevanti e di restare concentrati sugli impegni concreti e importanti che vanno portati a termine. Pensate all’infermiera che ha proposto di chiamare il medico strutturato o al medico stesso che nel giro di pochi minuti ha capito al volo cosa fare. Sia l’infermiera che il dottore si erano evidentemente domandati una qualche versione di “cosa conta davvero?” e avevano inquadrato la situazione.

Oppure prendete in considerazione l’esempio del mio ex capo, l’allora presidente della Corte suprema William H. Rehnquist, che non perdeva mai di vista l’obiettivo. Come ho accennato nel primo capitolo, ho lavorato per un anno come suo assistente poco dopo la laurea in Giurisprudenza. Uno dei miei compiti consisteva nell’aiuta-re, insieme ai miei due colleghi, il presidente (o “Capo”, come lo chiamavamo noi) a prepararsi per le udienze dibattimentali. Per farlo, leggevamo i numerosi fascicoli redatti dagli avvocati per le parti in causa, oltre a qualsiasi ulteriore memoria amicus curiae (o “amico della corte”), preparata di solito da associazioni che mettono a disposizione le proprie competenze o punti di vista sugli argomenti in gioco. In totale, ogni caso prevedeva centinaia di pagine di documenti scritti che assistenti e giudici dovevano esaminare con attenzione per prepararsi a un’ora di udienza.

Quasi tutti gli altri giudici chiedevano ai propri assistenti di stilare i cosiddetti “memorandum da banco”, che riassumevano i fatti e la storia procedurale del caso, insieme alle argomentazioni esposte nei vari fascicoli. I memorandum di solito terminavano con una valutazione del merito del caso, oltre a contenere alcuni spunti per le domande. Li chiamavamo “memorandum da banco” perché i giudici se li portavano al banco in cui sedevano durante le udienze. Come potete immaginare, questi “promemoria” erano piuttosto lunghi e ci voleva un sacco di tempo ed energie per prepararli.

Il Capo non ci obbligava a scriverli, il che era uno dei tanti aspetti meravigliosi di fargli da assistente. Lui si preparava per le udienze facendo il giro dell’isolato con l’assistente responsabile del caso. L’unico fattore un tantino ansiogeno di questo sistema era la tempistica incerta. (Per quanto mi riguardava, lo era anche la possibilità molto concreta di fare la figura dello stupido davanti al presidente della Corte suprema degli Stati Uniti d’America.) Sapevamo di dover essere pronti a discutere il caso con il Capo entro una certa data, ma non sapevamo esattamente quando, dopo quella data, il telefono avrebbe squillato per un invito a fare quattro passi con lui.

Facevamo il giro dell’isolato in cui si trova il palazzo della Corte suprema, che è un enorme edificio decorato alle spalle del Campidoglio. Quelle passeggiate dimostravano quanto fossero poco conosciuti i giudici della Corte suprema, il Capo incluso. Solo una volta qualcuno lo riconobbe, ma si trattava di Linda Greenhouse, corrispondente della Corte suprema per il «New York Times». Durante i nostri giretti, incontravamo sempre dei turisti che visitavano il palazzo della Corte suprema, ma nessuno riconosceva mai il presidente. Ricordo che una volta, quando ci dovemmo fare largo tra una folla di ragazzini indisciplinati, il Capo suggerì alla loro insegnante che forse poteva impedire agli alunni di ostruire il marciapiede. Lei rispose con un’espressione che lasciava intendere, in maniera piuttosto eloquente, che forse quel vecchio avrebbe potuto farsi gli affari propri. Io sorrisi e pensai: “Se solo sapesse...”.

Durante quelle passeggiate, che di solito duravano una ventina di minuti, si parlava del caso e dell’udienza imminente. Il Capo cominciava chiedendo il nostro parere sul merito del caso, poi iniziava a porre delle domande. I suoi quesiti puntavano dritti al nocciolo della questione. Non sprecavamo tempo su dettagli procedurali irrilevanti per l’esito finale, né su qualunque altro aspetto del caso che non avrebbe influito sul risultato. Era tutto arrosto e niente fumo; tutta sostanza e niente fuffa. Io e il Capo non eravamo sempre d’accordo sulle risposte alle domande, poiché vedevamo il mondo con occhi molto diversi. In effetti, ricordo che mi chiedeva, in una vasta gamma di modi: «Aspetta, cosa? Lo pensi sul serio? Voglio dire, non stai scherzando?». Ma non c’era il minimo dubbio che i suoi quesiti fossero proprio quelli giusti da fare; erano simili al tipo di interrogativi che il giudice Stevens poneva durante le udienze dibattimentali.

Bisogna ammettere che il Capo aveva un talento davvero eccezionale nel farsi strada tra una valanga di informazioni per individuare domande e temi chiave. E uno dei motivi per cui era un avvocato così brillante ed è stato nominato giudice della Corte suprema. A differenza del medico specializzando in cui ci imbattemmo quando nacque Sam, il Capo aveva anche una certa esperienza. Quando diventai suo assistente, lui era già membro della Corte da una ventina d’anni, per cui aveva avuto un sacco di occasioni per affinare le proprie doti. Talento ed esperienza lo aiutavano senz’altro a individuare alla svelta ciò che contava di più nelle udienze a cui partecipava.

Ma anche il suo atteggiamento mentale aveva la propria rilevanza. Il Capo affrontava la vita allo stesso modo in cui affrontava le cause. Stabiliva con chiarezza cosa contasse davvero in ogni aspetto della propria esistenza; non gli piaceva perdere tempo. Anni dopo essere stato suo assistente, mi è capitato sotto gli occhi un passaggio tratto dal libro di Tim Geithner, che è stato segretario al Tesoro durante la presidenza Obama. Quel brano mi ha fatto tornare in mente il Capo. Come ci si può immaginare, il segretario Geithner doveva partecipare a un sacco di incontri, alcuni dei quali erano “reali” e volti a ottenere risultati concreti, mentre altri erano solo una messa in scena. Così prese l’abitudine di presentarsi alle riunioni indette da altri chiedendo: «Questo è un incontro reale o fittizio?». Geithner in seguito si rimproverò di essere troppo impaziente, ma lo trovo la sua domanda esilarante e molto azzeccata. Ciò che evidentemente contava per lui era portare a termine il proprio lavoro, non fare le cose tanto per fare. Il giudice Rehnquist la pensava allo stesso modo.

Il capo che odia perdere

Credo che il Capo odiasse perdere tempo perché aveva una sfilza quasi infinita di hobby e interessi, tra cui la geografia, la storia, le operette di Gilbert e Sullivan, il nuoto, la meteorologia, il football universitario, il tennis, la pittura e la scrittura. Benché svolgesse uno dei lavori più impegnativi e prestigiosi al mondo, che prendeva molto sul serio, si ritagliava del tempo per le sue passioni e si dedicava molto alla propria famiglia. Riusciva a considerare le responsabilità derivanti dalla sua carica come un aspetto della propria vita senz’altro cruciale, ma comunque uno tra i tanti.

Con tutte le cose che voleva fare, sapeva che non poteva permettersi di sprecare neanche un secondo.

Ripensai all’approccio del Capo nei confronti della vita durante un intervento di Randy Pausch presso la University of Virginia a cui assistetti nel 2008. Come forse saprete, Pausch era professore di Informatica presso la Carnegie Mellon University e nel 2007 scoprì di essere affetto da un tumore incurabile al pancreas. Poco dopo la diagnosi, tenne una conferenza alla Carnegie Mellon intitolata The Last Lecture: Really Achieving Your Childhood Dreams’. Poi scrisse un libro, che diventò un bestseller, per approfondire il tema della conferenza. Il suo intervento alla UVA parlava proprio del libro.

Mi aspettavo di assistere a una lezione profondamente filosofica sul significato della vita, impartita da una persona che si stava confrontando con la propria mortalità. Invece, con mia grande sorpresa, fu una conferenza estremamente pratica che illustrava nel dettaglio una serie di modi per risparmiare tempo al lavoro. La premessa di fondo del professor Pausch era che bisogna essere il più efficienti possibile nella propria professione per poter fare tutte quelle cose al di fuori del lavoro che sono altrettanto importanti, come trascorrere del tempo con la famiglia e gli amici o dedicarsi a qualche hobby e altre passioni. Quali fossero queste cose non gli importava, così come non era suo interesse dire al pubblico a cosa dare o meno valore. Consigliava piuttosto di adottare un atteggiamento ipervigile nei confronti del quesito “cosa conta davvero?”, per cui ponendosi questa domanda con regolarità si elaborano delle strategie concrete che aiutano a condurre una vita coerente con le relative risposte. Benché rimasi inizialmente deluso dalla conferenza, alla fine compresi il valore del suo consiglio, che mi fece apprezzare ancora di più l’esempio impartito dal Capo.

Non bisogna essere il presidente della Corte suprema degli Stati Uniti per chiedersi cosa conta davvero o per beneficiare della risposta. Mio padre, ad esempio, non è mai stato nominato giudice capo, ma ha capito cosa contava davvero per lui: la famiglia. Quasi ogni cosa abbia fatto nella sua vita era riconducibile a questo concetto fondamentale. Svolgeva il proprio lavoro non perché gli piacesse particolarmente, ma per mantenerci. (Ricordo ancora che scosse la testa per la mia ingenuità, quando gli confidai che speravo di trovare un impiego che mi entusiasmasse, mentre lui sosteneva: «Si chiama lavoro per un motivo».) Quando era a casa, passava il tempo a fare tutta una serie di lavoretti, ad assistere alle attività mie e di mia sorella e a cercare di trasmettermi qualche abilità con il fai da te, in cui sono tuttora scarsissimo; provò ad esempio a insegnarmi a sostituire una presa elettrica, ma ben presto ci rinunciò perché continuavo a prendere la scossa.

Trascorreva anche un sacco di tempo a giocare a baseball con me in giardino. In primavera e in estate, passavamo ore insieme, con lui che batteva una palla dopo l’altra mentre io ricevevo; di tanto in tanto mi dava anche qualche consiglio, come la volta in cui avevo sotto-valutato una palla tesa e mi disse: «Okay, dammi qua il dente e rimettiti in posizione». «Ma era solo un dentino da latte!» ricordo che si giustificò in seguito con mia mamma, alquanto inorridita.

Invecchiando, mio padre diventò sempre più sentimentale, per cui si faceva prendere dalle emozioni in occasione di eventi solenni quali lauree e matrimoni. Quando terminai il college commentò, con le lacrime agli occhi, che forse avevo imparato una cosina o due, a furia di ricevere palle da baseball in giardino. Lo disse un po’ per scherzo, ma in parte era anche il suo modo commovente di ammettere che lui non era andato al college e di esprimere la sua speranza di avermi comunque aiutato nel mio percorso.

La battuta sul baseball diventò una gag ricorrente tra di noi, che ripeté quando mi laureai in Legge e ogni volta che intrapresi un nuovo percorso lavorativo o raggiunsi un qualche traguardo. Nel 1997, un anno prima che mio padre morisse, mi offrirono un posto come docente di Giurisprudenza presso la University of Virginia. Io e Katie eravamo neogenitori, all’epoca. Quando chiamai i miei per dire loro della proposta della UVA, mio padre, com’era prevedibile, commentò che dovevo aver imparato un sacco di cose giocando a baseball con lui in giardino. Pensai a nostro figlio Will e, invece di ridere semplicemente per la battuta, come facevo di solito, dissi a mio padre, senza sapere che sarebbe stata la mia ultima occasione: «Ho imparato sul serio un sacco di cose, pa’. Ho imparato cosa significa essere un buon padre». Cercai di aggiungere qualcos’altro, ma lui cominciò a singhiozzare e passò il telefono alla mamma.

Mio padre non è stato l’unico a decidere che la famiglia era davvero importante per lui. Credo che la maggior parte della gente che si chiede cosa conti davvero, nel grande schema della vita, includerebbe la famiglia nella risposta, a prescindere da cosa si intenda per famiglia. Anzi, tra le cinque domande essenziali, quest’ultima è un po’ diversa rispetto alle altre poiché le risposte sono abbastanza prevedibili, almeno in apparenza. Scommetto che quasi chiunque si ponga questa domanda riconosca come elementi che contano davvero la famiglia, gli amici, il lavoro e forse la gentilezza.

Lo dico con una certa convinzione, perché ho letto un sacco di testi scritti per commemorare la vita di qualcuno che è scomparso da poco. Le riviste legali, che sfoglio abitualmente in quanto professore di Giurisprudenza, riportano spesso dei trafiletti che rendono omaggio al lavoro e alla vita di qualche collega scomparso. Anche i quotidiani contengono necrologi dettagliati di persone defunte degne di nota. E dopo l’attentato terroristico al World Trade Center, il «New York Times» ha dedicato molte pagine alle storie degli uomini e delle donne uccisi l'talmente avvincenti che per anni ho continuato a ribadire, a chiunque mi desse retta, che dovrebbe esistere un canale funebre sulla TV via cavo. Ma sto divagando.

Leggendo vari annunci funebri ho scoperto che di solito fanno tutti leva sulle quattro sfere della vita citate poco fa: famiglia, amici, lavoro e atti di gentilezza. Naturalmente, certi necrologi vanno presi con le pinze, perché la critica oggettiva non è una prerogativa del genere. Inoltre, se si presta attenzione durante la lettura, si intuisce quando l’autore ha faticato a farsi venire in mente un esempio per una delle quattro categorie; eppure chi scrive ci prova quasi sempre, il che conferma l’importanza universale di questi quattro ambiti fondamentali. Il fatto che gli autori dei necrologi cerchino di soffermarsi su certi argomenti dimostra che li ritengono dei temi che contano davvero; del resto, non avrebbe senso parlare a lungo di aspetti della vita del defunto che si reputano ininfluenti.

Il fatto di sapere già le risposte non vuol dire che sia inutile chiedersi cosa conti davvero. Magari secondo voi ci sono delle categorie aggiuntive. E soprattutto, all’interno di queste macroaree, dovete comunque individuare ciò che conta davvero per voi. In altre parole, bisogna decidere da soli cosa sia davvero importante nel proprio lavoro, in ambito familiare, nelle amicizie e come essere gentili. Bisogna inoltre decidere come trovare un equilibrio tra i vari valori quando c’è dell’attrito o sono in netto contrasto tra loro, come nel caso della perenne necessità di conciliare lavoro e famiglia. 11 settembre, e io le ho lette tutte. Questo genere di tributi mi ha sempre affascinato. Anzi, trovo certe storie Chiedersi “cosa conta davvero?” prima che scrivano il vostro necrologio è un buon metodo per fare un bilancio della vostra vita; si tratta infatti di un’ottima domanda da porsi a Capodanno. Se anche voi, come me, fate schifo a mantenere i buoni propositi per l’anno che verrà, sostituire un proposito con una domanda potrebbe rivelarsi una strategia vincente. Il segreto è andare ben oltre la semplice individuazione delle categorie o degli aspetti che contano davvero per voi e riflettere a fondo su ciò che sta andando bene, ciò che potrebbe andare meglio, e perché. Io cerco di pensare, ad esempio, a come potrei essere un marito migliore, un padre migliore, un amico migliore e un collega migliore. Quando i miei genitori erano ancora in vita, cercavo anche di pensare a come essere un figlio migliore. Non ho ancora raggiunto la sufficienza, motivo per cui continuo a pormi la domanda.

L'esempio di mia madre

Concludo con un esempio che riguarda mia madre e che aiuta a comprendere perché ritenere importante la famiglia è un buon punto di partenza, ma non risponde del tutto alla domanda “cosa conta davvero?”. Sapevo che mia madre era importante per me, ma mi ci è voluto molto tempo per capire che ciò che contava davvero per lei (e quindi per il nostro rapporto) era il mio perdono.

Per gran parte della mia infanzia e per tutto il resto del tempo, da quando sono adulto, mia madre è stata un’alcolista disintossicata. Conosco il luogo comune secondo cui “un alcolista resta pur sempre un alcolista”. Ma io definisco mia madre un’alcolista disintossicata perché, dopo che ha smesso di bere, non ci è mai più ricaduta fino alla fine dei suoi giorni. Tuttavia, per smettere, se n’è dovuta andare per un po’.

Quando avevo sette anni, mio padre la convinse a entrare in un centro di recupero che lei in seguito ribattezzò con il nomignolo poco affettuoso di “alcolandia . Mio padre non poteva permettersi il costo della struttura, perciò chiese un prestito allo zio di mia madre, che era un uomo di discreto successo. Lei sparì per circa sei mesi e, mentre era ricoverata, mio padre si prese cura di me e mia sorella. Questo accadde all’inizio degli anni Settanta, quando ancora molti padri non erano coinvolti attivamente nelle “gioie” quotidiane dell’essere genitore e in un momento in cui la mia famiglia non poteva permettersi una babysitter a tempo pieno, per cui la situazione era un po’ delicata.

Ho solo qualche vaga reminiscenza del periodo in cui mia madre non c’era. Ricordo che io e mia sorella ci alzavamo alle cinque e mezza del mattino per poi farci lasciare a casa della vicina prima di andare a scuola, in modo che mio padre potesse essere al lavoro per le sei e trenta. Ricordo che questa vicina, che aveva cinque figli, usava il latte in polvere per i cereali e non ci lasciava guardare la TV prima di andare a scuola; nessuna delle due cose mi entusiasmava. Ricordo che mia madre mi scriveva molte lettere, spesso in modi creativi, sul retro di immagini dipinte da lei o con scritte a spirale su cerchi di carta. Ricordo che mi è mancata davvero tanto durante una delle partite del campionato giovanile di baseball. Rammento di aver osservato un vicino, che mi aveva accompagnato al campo estivo, mentre mi indicava e spiegava evidentemente al responsabile cosa fosse successo a me e mia madre. Ricordo di aver pianto in quell’occasione per la prima e unica volta durante l’assenza di mia madre; di essere dovuto andare a casa del nonno un sabato in cui papà era andato a trovare la mamma e di aver protestato perché era il giorno in cui iniziavano le nuove puntate dei cartoni animati dell’autunno e mio nonno non aveva la TV. E ricordo il giorno in cui mia madre tornò a casa e organizzammo una festa in suo onore.

Da quel giorno in avanti, benché mi ci vollero parecchi anni per rendermene conto, mia madre cercò in tutti i modi di farsi perdonare per il tempo perduto. Come mio padre, anche lei si dedicò interamente a me e mia sorella. La nostra era una famiglia piuttosto tradizionale. Mia mamma fece la casalinga finché mia sorella non andò al college, poi tornò a lavorare per aiutare a pagare le spese universitarie.

Mia madre era premurosa, intelligente e molto in gamba. Preparava ogni tipo di torta e crostata. I suoi dolci la resero una leggenda tra parenti e amici. Sapeva cucire e ogni anno ci confezionava i costumi per Halloween; ci faceva maglioni, sciarpe, guanti e berretti a maglia; lavorava all’uncinetto e ricamava a punto croce. Inoltre leggeva due o tre gialli a settimana ed era in grado di completare in un’ora il cruciverba del «New York Times» della domenica. Ci accompagnava a tutti gli allenamenti e le partite, durante le quali restava sempre a vederci. Fu come una seconda mamma per i miei amici e li conosceva bene quanto me. Quando io e mia sorella uscimmo di casa per andare al college (e anche dopo), continuò a spedirci pacchi con generi di conforto, a venire a trovarci, a restare alzata fino a tardi per darci il benvenuto quando tornavamo a casa e a svegliarsi presto per salutarci quando ripartivamo. Sarebbe poi diventata una nonna devota per i miei figli e le mie nipoti. E, come ho già detto, non ha mai più toccato alcolici. Per me, l’intera vicenda di lei che non c’era quando avevo sette anni (e anche di lei che beveva, se è per questo) era ben presto svanita, al punto che praticamente non era mai successo.

Ma lei non se lo scordò mai. Né, come appresi in seguito, riusciva a toglierselo dalla testa tanto facilmente. Il giorno in cui io e Katie ci sposammo, mia madre mi prese in disparte prima che la cerimonia iniziasse, quando molti degli invitati dovevano ancora arrivare. Mi sembrava nervosa, ma non capivo perché. Poi cominciò a parlare del brindisi del testimone e del fatto che ci sarebbe stato lo spumante. Non la seguivo e alla fine le chiesi, con tono un po’ impaziente, cosa volesse dire. «Mi chiedevo» tentennò, «se per te andrebbe bene se io bevessi un sorso di spumante durante il brindisi».

Io risposi subito: «Ma certo, mamma, andrebbe benissimo» e aggiunsi, «non devi chiedermelo. È tutto okay. Davvero. Non starci neanche a pensare. D’accordo?». L'abbracciai, ma sentivo che c’era qualcosa che non andava.

Lei sussurrò: «D’accordo, grazie» ma non si mosse di un millimetro.

Poi capii cosa mi stesse chiedendo in realtà, il che mi tolse il respiro. La guardai di nuovo e le dissi: «Mamma, ti perdono». Le spiegai che non ero nemmeno sicuro di avercela mai davvero avuta con lei, ma se così fosse stato, di certo l’avevo perdonata molto tempo fa. Aggiunsi che mi dispiaceva che ancora non lo sapesse e cercai di rassicurarla che tutto quello che aveva fatto da allora era più di quanto chiunque si sarebbe aspettato o avrebbe voluto da un genitore. Qualche ora più tardi, facemmo cin cin durante il brindisi, ma naturalmente quello che contava davvero non era lo spumante.

Quello che contava davvero era che mia madre sapesse che l’avevo perdonata. Mi verrebbe da dire che perdonare coloro a cui volete bene (e fare sapere loro che li perdonate) dovrebbe contare davvero per voi. Ma non posso esserne certo, perché sta a voi decidere cosa conti davvero. Io vi consiglio soltanto di porre regolarmente questo interrogativo agli altri, senz’altro, ma soprattutto a voi stessi, e di rispondere con onestà e coraggio. Se lo farete, questa domanda non vi aiuterà soltanto ad arrivare al nocciolo di una questione o di un problema, ma anche ad arrivare al cuore della vostra vita.

Questo testo è estratto dal libro "Le 5 Domande Essenziali Più Una".

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