ALIMENTAZIONE

Il rapporto tra malattia e nutrizione: un tema controverso

Il rapporto tra malattia e nutrizione: un tema controverso

Scopri le controversie createsi nello studio e nel dibattito sulla nutrizione legata alla salute, leggendo l'anteprima del brillante libro di T. Colin Campbell.

Il rapporto tra malattia e nutrizione: un tema controverso

Ci sono pochi argomenti più delicati del cibo che scegliamo di mangiare, sia per gli effetti sulla salute sia per le reazioni individuali riguardo a queste scelte. Qualsiasi suggerimento di modifiche dietetiche può rivelarsi potenzialmente destabilizzante. È così da almeno quattro decenni, e io ho avuto l’insolito “privilegio” di assistere e vivere da vicino queste reazioni molte volte a partire dall’inizio della mia carriera professionale, circa sessant'anni fa. La mia esperienza comprende tredici anni al MIT e alla Oxford University e uno alla sede della Federation of American Societies for Experimental Biology and Medicine (FASEB), nell’area di Washington, DC, dove ero il rappresentante della Federation al Congresso; e quarantacinque anni alla mia alma mater, la Cornell. In tutta quell’esperienza, un episodio in particolare spicca per la sua capacità di illustrare l’emotività e le polemiche che circondano l’alimentazione.

Nel 1980 fui invitato alla National Academy of Sciences (NAS) degli Stati Uniti per unirmi a un gruppo di tredici esperti incaricati di studiare la relazione tra alimentazione e cancro. Tre anni prima, una commissione del Senato degli Stati Uniti, presieduta dal senatore George McGovern, aveva pubblicato un rapporto che fece epoca su dieta e malattia cardiaca.

I suoi obiettivi dietetici erano in ultima analisi modesti e incoraggiavano cose quali ridurre l’apporto di grassi e aumentare il consumo di frutta e verdura. Eppure, il rapporto scatenò reazioni ostili da parte della potentissima e ricca industria alimentare. Qualche anno dopo, il senatore McGovern mi disse che quel rapporto era il risultato di cui era più orgoglioso della sua carriera pubblica, ma non era stato facile ottenerlo.

Mi raccontò che sei suoi colleghi al Senato avevano fallito i tentativi di rielezione nel 1980 per aver sostenuto le conclusioni di quel rapporto. Provenivano da Stati agricoli, dove l’agribusiness esercita una significativa influenza sulla politica.

Naturalmente, la gente voleva sapere se la dieta poteva avere un effetto simile su altre malattie comuni, soprattutto il cancro. La domanda era abbastanza ragionevole: le raccomandazioni dietetiche più indicate per tenere sotto controllo la malattia cardiaca erano applicabili anche al cancro? L’autorità nel campo doveva essere il dottor Arthur Upton, direttore del National Cancer Institute (NCI) - un ramo del National Institutes of Health (NIH) - che fu invitato a testimoniare davanti al Senato.

Purtroppo, il dottor Upton non fu in grado di rispondere alla domanda in modo soddisfacente e rivelò invece l’atteggiamento negligente del NCI nei confronti della ricerca in campo nutrizionale. Quando gli fu chiesto quale percentuale del suo budget fosse dedicata alla nutrizione, Upton rispose: «Il 2-3 per cento». Il Senato reagì all’inizio del 1980 stanziando un milione di dollari a favore del NCI per una revisione della letteratura su nutrizione e cancro. A sua volta, il NCI fece un contratto con la NAS per condurre lo studio, che fu organizzato dalla dottoressa Sushma Palmer della NAS e dal dottor Peter Greenwald, direttore della nuova Division of Cancer Prevention al NCI, i quali avevano espresso entrambi interesse nei confronti della ricerca sul collegamento tra nutrizione e cancro.

Le considerazioni di natura politica furono immediatamente accese e sgradevoli, anche solo per decidere quale gruppo dovesse scrivere il rapporto, il che sottolineava ancora una volta quanto questo potesse essere controverso. All’interno della NAS (che si trovava a poca distanza dal Campidoglio, in mezzo a ogni genere di strutture marmoree del potere nazionale), il Food and Nutrition Board (FNB) sgomitò immediatamente per il controllo. È lo stesso gruppo che a partire dagli anni Quaranta era stato incaricato di valutare e pubblicare ogni cinque anni le dosi giornaliere consigliate (RDA) per i singoli nutrienti. Per quanto li riguardava, la preparazione del rapporto su nutrizione e cancro era diritto e responsabilità della loro istituzione. Sapevano anche quanto poteva essere esplosivo un rapporto sull’argomento. Ma la decisione non spettò a loro. Preoccupato per i numerosi membri delle associazioni dell’industria alimentare all’interno del FNB, l’allora presidente della NAS, il dottor Phil Handler, optò per un nuovo comitato esterno di esperti: quel gruppo di tredici membri cui ero stato invitato.

 

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Toward Healthful Diets - Verso diete sane

Come potete immaginare, i componenti del FNB non ne erano entusiasti. In quello che interpretai come un tentativo di usurpare il nostro report e pregiudicare le conclusioni che potevamo trarre, nel 1980 pubblicarono preventivamente il proprio rapporto di ventiquattro pagine intitolato Toward Healthful Diets (Verso diete sane), proprio mentre noi cominciavamo il nostro lavoro.

Eccone un breve estratto:

In caso di malattie con eziologia multifattoriale e mal compresa, come il cancro e le patologie cardiovascolari, il presupposto che i cambiamenti alimentari siano una misura preventiva efficace è controverso. Queste malattie non sono principalmente nutrizionali, pur presentando alcuni fattori alimentari decisivi che variano d’importanza da un individuo all’altro [...]

Gli esperti che [...] cercano di modificare la dieta nazionale nella speranza di prevenire queste malattie degenerative presumono che il rischio del cambiamento sia minimo e fanno molto affidamento sulle prove epidemiologiche a sostegno della loro convinzione della probabilità di benefìci. In mancanza di prove adeguate, non si possono dare per scontati né il grado di rischio né l’entità del benefìcio [...]

Il comitato esprime le proprie preoccupazioni rispetto a eccessivi timori e speranze in molti atteggiamenti attuali nei confronti del cibo e della nutrizione. La sana alimentazione non è una panacea. Il buon cibo che fornisce appropriate proporzioni di nutrienti non va considerato come un veleno, una medicina o un talismano. Va mangiato e gustato.

Potrà non sembrare evidente a chi non ha familiarità con la linea di condotta della nutrizione, ma questo rapporto è pervaso di sottigliezze e commenti intesi a proteggere lo status quo, quello che il rapporto di McGovern, e il nostro, minacciavano di rovesciare. Prima di tutto, il testo riconosce astutamente alcune interpretazioni ampiamente condivise (per esempio, la causa della malattia è mal compresa, il cambiamento dietetico è controverso, le risposte individuali variano, le eccessive speranze e i timori suscitati dalla modifica delle abitudini alimentari), che potrebbero servire come strumento per ostacolare qualsiasi raccomandazione nutrizionale. Poi postula che gli adulti della situazione siano gli autori, che sono più ragionevoli e proteggono la gente meglio di chiunque altro, e ne sanno anche di più, bloccando così qualsiasi tentativo esterno di proposte per il bene pubblico che potrebbero minare gli interessi delle grandi aziende.

In un certo senso, gli autori in questo passaggio erano assolutamente corretti: «Che i cambiamenti alimentari siano una misura preventiva efficace è controverso» (il corsivo è mio). Ma è chiaramente una premessa errata sottintendere che la controversia generata dalle raccomandazioni dietetiche in qualche modo indebolisca la veridicità di tali raccomandazioni. Indipendentemente da quanto possa essere controversa una prova, il fatto che sia controversa non è sufficiente a escluderla. Inoltre, “controversa” non significa necessariamente che esista una prova che la contraddice. Un tempo l’idea che fumare provoca il cancro era considerata estremamente controversa, non per un’eccezionale mole di prove a sostegno della salubrità del catrame e della nicotina, ma perché metteva in questione le norme prevalenti.

L’idea che le grandi industrie come quelle farmaceutica e alimentare “fanno sfracelli” vendendo i loro prodotti a una popolazione che, di conseguenza, non fa altro che ammalarsi di più è controversa: e non può essere altrimenti! Vera o no, la prova che contesta lo status quo sarà sempre controversa, perché è questa la definizione stessa di controverso: disaccordo sull’opinione comune. La cosa interessante è che la stessa definizione potrebbe applicarsi a tutta la scienza: se una teoria non può essere scientificamente discussa, confutata o falsificata, è spesso considerata pseudoscienza. In altre parole, la controversia è il rumore che fa la scienza. Sminuire una prova scientifica perché controversa significa svalutarla proprio per la ragione fondamentale per cui la scienza è onorata.

 

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L'altro rapporto

Il gruppo di “outsider” di cui facevo parte lavorò sul proprio report per tre anni, comprensivi di sei conferenze di tre giorni e considerevoli contributi dei collaboratori. Il rapporto era costituito di due parti: una sintesi di 478 pagine delle prove scientifiche disponibili e 74 pagine di raccomandazioni sulle necessità della ricerca. Dopo la pubblicazione, nel 1982, divenne rapidamente il rapporto più richiesto nella storia della NAS. Fu allo stesso tempo una benedizione e una maledizione. Da una parte, il livello di attenzione creato dal nostro rapporto dimostrò l’attualità del messaggio e l’importanza dell’argomento. Dall’altra, l’attenzione che seguì non fu senza conseguenze. Come il rapporto McGovern che lo aveva preceduto, il nostro lavoro - benché a mio parere modesto - fece infuriare i pezzi grossi dell’industria alimentare, i loro consulenti e i loro apologeti nelle comunità della scienza accademica. Un’illustre personalità, il professor Tom Jukes della University of California, deplorò perfino l’evento come il «giorno in cui il cibo veniva dichiarato un veleno».

Nel giro di due settimane il Council for Agricultural Science and Technology (CAST), controllato dall’industria, reagì con una propria sintesi comprendente le opinioni critiche di quarantacinque scienziati (quarantadue della facoltà universitaria, per conferire una maggiore autorità). La maggior parte erano legati all’industria agricola; alcuni erano importanti membri del già citato FNB, che erano stati esclusi dalla stesura del rapporto relativo a nutrizione e cancro. Per sicurezza, copie della critica furono poste sui banchi di ognuno dei 535 legislatori del Senato e della Camera dei deputati degli Stati Uniti. Al Congresso veniva così servito lo scetticismo su un vassoio d’argento da un gruppo apparentemente legittimo di autorità scientifiche, e per suo tramite anche al pubblico.

Inoltre, venni a sapere che l’American Institute of Nutrition (AIN, ora American Society for Nutrition), un ente di ricercatori professionisti nel campo della nutrizione di cui ero membro regolare, era irritato per il rapporto del nostro comitato. Ne ebbi piena coscienza dopo la mia comparsa su «People», una rivista per consumatori allora relativamente nuova e al notiziario televisivo americano «McNeill-Lehrer NewsHour» della PBS, e dopo aver testimoniato come esperto davanti alle commissioni di Camera e Senato. Questa crescente visibilità mi rese un obiettivo facile nella comunità di professionisti della scienza alimentare, e ben presto I’AIN mi usò per dare l’esempio. Per prima cosa, la mia nomina al consiglio direttivo e l’elezione a presidente dell’AIN furono annullate. Poi, l’associazione revocò la mia nomina per il suo riconoscimento più prestigioso. Infine, ancora più significativo, due membri molto influenti dell’AIN presentarono una mozione per farmi espellere. Anche se alla fine un’udienza ufficiale a Washington DC, mi scagionò all’unanimità da qualsiasi illecito, era chiaro che avevo infranto troppe regole non scritte. L’espulsione dall’AIN sarebbe stata devastante per la mia reputazione, dal momento che era l’unica organizzazione professionale di quel tipo, che richiedeva un dottorato in nutrizione e la pubblicazione di almeno cinque articoli peer-reviewed. In effetti, ebbi lo strano onore di essere l’obiettivo del primo tentativo di espulsione nella storia dell’ente.

Alla fine, i tentativi dell’AIN di gettarmi fango addosso, per quanto sgradevoli, mi provocarono poco più che un’arrabbiatura. Anche se lì per lì ero furibondo e sconvolto, ora sono loro grato. Non sarei dove sono oggi senza tali episodi, e non scambierei il mio posto per nient’altro. Il motivo per cui ne parlo ora è dimostrare quanto le nostre istituzioni siano suscettibili e quanto possano diventare vendicative quando vengono messe in discussione le opinioni convenzionali che accettano, e la loro autorità nel farlo.

Forse l’aspetto più sorprendente di questo scontro fu che gli obiettivi dietetici indicati nel nostro rapporto NAS erano piuttosto moderati. Come il rapporto McGovern prima di noi, raccomandavamo la riduzione dell’apporto di grassi alimentari e l’aumento del consumo di frutta, verdura e cereali integri. Anche se insistetti perché nel rapporto ci fosse un capitolo dedicato all’associazione tra le proteine e il cancro - un punto fondamentale del mio lavoro e di questo libro - e ne preparai l’abbozzo principale, era inteso soprattutto a incoraggiare la ricerca futura, e il rapporto non faceva alcuna raccomandazione riguardo all’eliminazione dalla dieta della carne e dei suoi derivati. Ma perfino l’inserimento di questa sezione sulle proteine era troppo per la maggior parte degli altri membri della commissione. In seguito un collega del consiglio dell’AIN, che era al corrente della fallita elezione presidenziale e del tentativo di espulsione, mi disse che avevo «sostanzialmente tradito» gli interessi della comunità di ricerca sulla nutrizione. Lo avevo fatto pubblicando studi che non rientravano nella sfera della conoscenza “accettabile”, anche se erano stati rivisti due volte da professionisti della peer-review. Una volta per ottenere i finanziamenti e l’altra per pubblicarli sulle riviste specialistiche.

 

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Argomenti che infiammano gli animi

Quindi - per riprendere quanto detto prima - che siano vere o meno, le prove che minacciano lo status quo nella ricerca sulla nutrizione saranno sempre controverse. Le prove a favore della riduzione dell’apporto di grassi alimentari erano controverse allora, e lo rimangono ancora oggi. Anche senza raccomandazioni dietetiche sull’argomento, il semplice inserimento di un capitolo su proteine e cancro era estremamente controverso.

Da allora, ho visto molti esempi di come la comunità scientifica proibisca in modo puntuale che vengano discussi certi argomenti “controversi” (quando minacciano lo status quo). Anche prima del rapporto del 1982, avevo notato la stessa timidezza di pensiero e la medesima stagnazione nelle discipline che si occupano di cancro e nutrizione. Ho visto gli stessi schemi in quasi ogni ambito della scienza, compresi laboratori, aule scolastiche, sale riunioni di responsabili di politiche sanitarie e sale di conferenze pubbliche. Più spesso di quanto voglia ricordare, mi sono sentito obbligato a smettere di fare domande su temi controversi e a “tornare nel gregge” (una cosa di cui ho parlato in una certa misura in libri precedenti, soprattutto The China Study e Whole).

La domanda che questo libro si pone è: perché? Perché nello studio e nel dibattito sulla nutrizione si è arrivati a proibire l’argomento delle proteine animali in particolare? Perché nello studio e nel dibattito sul cancro si è arrivati al divieto di parlare di nutrizione? E in primo luogo, perché questi argomenti continuano ancora a infiammare gli animi?

Data di Pubblicazione: 2 settembre 2021

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