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Reality Show: Non Farti Manipolare dai Media e Salvati dall'Opinione Pubblica

Anteprima del libro "Fake News" di Enrica Perucchietti

Il grande fratello e lo spettacolo della banalità

«Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell'ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete.

Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono, il grande fratello vi guarda", diceva la scritta in basso».
George Orwell, 1984

L'incipit di 1984 descrive il lento incedere del protagonista, Winston Smith, lungo le scale di casa fino al settimo piano. Su ogni pianerottolo dell'edificio, di fronte al pozzo dell'ascensore perennemente fuori uso, campeggia il manifesto con il volto enorme del Grande Fratello: un invito a non dimenticare la sua onnipresenza. Il Grande Fratello è il dittatore dello Stato di Oceania, sebbene non sia chiaro se esista realmente, e sia dunque una persona vivente, oppure un mero simbolo creato dal Partito. In Teoria e prassi del collettivismo oligarchico, il libro scritto dal nemico pubblico numero uno del Socing, Emmanuel Goldstein, viene descritto come «infallibile e potentissimo». Il Grande Fratello è al vertice della piramide, anche se nessuno l'ha mai visto, ed è «il modo in cui il Partito sceglie di mostrarsi al mondo». Di fatto, non importa se sia reale oppure no, così come virtuale appare lo stesso Goldstein. La sua immagine è comunque onnipresente mentre lo slogan "il grande fratello vi guarda ricorda ai cittadini la loro posizione di sudditanza nei confronti del potere onnipervasivo di controllo e vigilanza del Socing.

Dalla pubblicazione del capolavoro distopico di Orwell a oggi, l'espressione "Grande Fratello" viene utilizzata per indicare un tipo di controllo invasivo da parte delle autorità, uno stato di polizia totale o l'aumento tecnologico della sorveglianza.

La prigione di vetro del Reality Show

per ironia del destino, la televisione ha reso altrettanto celebre l'espressione usandola per battezzare l'omonimo reality show, che ha rivoluzionato l'estetica e il modo di fare TV. Nel format "Grande Fratello" persone sconosciute (o "celebri", nella versione VIP) accettano di farsi rinchiudere in un appartamento sotto il controllo costante delle telecamere, in modo che il voyerismo del pubblico possa cibarsi costantemente delle immagini della vita quotidiana di costoro. Non c è più nulla di "rubato": le telecamere non sono nascoste, ma finiscono per essere dimenticate dagli inquilini della casa, e la loro esistenza viene ripresa costantemente dall'occhio del Grande Fratello.

Nella società post-moderna, assistiamo a code di migliaia di persone in fila per sostenere i provini e farsi rinchiudere in una gabbia di vetro (la "Casa") in cui verranno ripresi 24 ore su 24. Lo spettacolo ha cioè svuotato di significato la lezione orwelliana per consegnare alle nuove generazioni il sogno di poter essere controllati anche nella propria intimità.

Laddove era descritto come un incubo totalitario, oggi il controllo è visto come un'occasione per mettersi in mostra e diventare "famosi". Siamo noi a offrire continue immagini e informazioni sui social network, pur di apparire e mostrare ogni aspetto della nostra vita (seppure il più delle volte contraffatta). 115 minuti di celebrità di warholiana memoria hanno finito per dilatarsi in una spettacolarizzazione globale della vita quotidiana, in cui la realtà viene fagocitata dalle immagini.

È lo spettacolo che cannibalizza il reale.

La lezione di Baudrillard

Come osservava il filosofo Jean Baudrillard in una conferenza tenutasi a Madrid nel 2005, oggi tutto deve essere visto e visibile: «È qui, nel momento in cui tutto è mostrato, che ci si rende conto che non c è più nulla da vedere», e la violenza dell'immagine «consiste nel far sparire il Reale». Si tratta, secondo Baudrillard, dello "spettacolo della banalità", in cui è l'uomo stesso a farsi immagine esponendo la propria vita quotidiana alla lente del pubblico e divenendo pertanto "a una dimensione". Il Reale si converte in immagine e questo processo porta alla sua scomparsa, in quanto «Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all'immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale». Il mondo reale, pertanto, «si converte in una funzione inutile, un insieme di forme ed eventi fantasma».

Nel format televisivo avviene cioè un ribaltamento di piani: è il pubblico stesso a divenire giudice e quindi Grande Fratello. In questa fase, lo spettatore entra nello schermo, nell'immagine, nel virtuale senza filtri e senza ostacoli. L'eccessiva prossimità all'evento genera però «indecidibilità, una virtualità dell'evento che lo spoglia della sua dimensione storica e lo sottrae alla memoria»8; cosa, questa, che avveniva anche in 1984, ma grazie a un'opera capillare di falsificazione della storia e di livellamento su un eterno presente.

Oggi la virtualità dell'immagine e dell'informazione ha permesso - come vedremo - di creare quel fenomeno noto come post-verità, in cui i fatti non contano più; insomma, si compie quanto dichiarato dal filosofo Carlo Sini ad Antonio Gnoli: «La verità è la tomba dei filosofi».

I video, internet e la realtà virtuale hanno infatti abolito ogni distanza, annullando di fatto qualsiasi tipo di polarità e dando vita gradualmente a fenomeni, movimenti e ideologie, che sarebbero stati impensabili fino a qualche anno fa o sarebbero rimasti relegati a gruppi di nicchia: l'abolizione della distanza tra i sessi e i poli opposti ha portato alla vittoria del gender, quella tra protagonisti e azione e tra soggetto e oggetto a una virtualità e a una relativizzazione dell'informazione. Siamo cioè nell'epoca dell'indistinto, in cui l'indifferenziazione conduce a una perdita di senso e quindi di valore.

Questa confusione, osservava già Baudrillard,

«fa sì che i giudizi di valore non siano più possibili: né sul terreno dell'arte, né su quello della morale, né su quello della politica. A causa dell'abolizione della distanza, del pathos della distanza, tutto diventa indecidibile».

La violenza dell'immagine scardina pure il linguaggio, che perde la sua originalità: si parla in continuazione, comunicando instancabilmente il nulla. Il linguaggio viene anche volutamente svuotato e "riscritto" dai burocrati del politicamente corretto, seguendo i diktat della neolingaa orwelliana: perdendo la sua dimensione simbolica e svuotando i termini del loro originale significato, vietando persino il riutilizzo di alcune parole o introducendone di straniere, si impedisce di fatto all'uomo di pensare, permettendogli semmai di comunicare solo concetti che siano in linea con il pensiero unico (nel romanzo, con l'Ortodossia del Partito). Le deviazioni dall'ortodossia, come vedremo, vengono represse o punite.

Il principio di autorità

Il potere approfitta di questo processo per orientare l'opinione pubblica in modo sempre più sofisticato, imponendo inoltre un principio di autorità: in un orizzonte in cui tutto rischia di confondersi e sparire sotto il peso delle immagini e in cui tutto diventa ' relativo e virtuale, per capire che cosa sia vero e cosa falso è necessario fare riferimento a un'autorità esterna (il governo, un politico, un professore, un esperto ecc.) onde avere rassicurazioni e sapere come orientare le proprie scelte. Ovviamente, l'autorità verrà offerta al pubblico dall'alto e a questa si dovrà fare riferimento per essere "consigliati" o, meglio, indottrinati. Coloro che metteranno in dubbio l'obiettività e l'autenticità delle parole dell'esperto verranno bollati come bugiardi e disinformatori e le cose che dicono saranno marchiate come fake news.

Come già spiegava il giornalista e politologo Walter Lippmann parlando di "gregge disorientato", la popolazione diventa una semplice spettatrice, un soggetto passivo abituato a osservare in modo acritico assorbendo le immagini e il loro contenuto.

La creazione degli stereotipi: Walter Lippmann

Ognuno di noi si forma infatti delle opinioni da notizie e immagini, che per lo più non sono state acquisite direttamente ma comunicate e trasmesse da altri, quindi riportate indirettamente e interpretate, se non addirittura stravolte, da costoro.

Ormai, per fretta e mancanza di tempo, acquisiamo m modo convulso le informazioni dai media, senza avere la possibilità e i mezzi per verificarle; le adottiamo cioè in modo passivo e acritico, in quanto siamo stati abituati a fidarci dei mezzi di comunicazione.

Eppure, come notava già Lippmann nel 1922 ne L'opinione pubblica, «nemmeno il testimone oculare riporta un'immagine semplice della scena che ha visto», facendosi cioè influenzare dall'inconscio e fornendo un resoconto alterato di quanto realmente accaduto. Il resoconto che ne consegue, spiega Lippmann sulla base della sua carriera di giornalista,

«è il prodotto congiunto di colui che conosce e della cosa conosciuta, in cui il ruolo dell'osservatore è sempre selettivo e di solito creativo. I fatti che vediamo dipendono dal punto di vista in cui ci mettiamo, e dalle abitudini contratte dai nostri occhi».

Non solo, perché ci viene inculcata una visione del mondo prima che ognuno di noi possa realmente esperirla; viene così data vita a preconcetti, schemi, categorie e infine stereotipi, attraverso i quali interpreteremo la realtà che ci circonda. Ne consegue che anche la descrizione di un evento sarà influenzata dalla nostra filosofia di vita, dai codici o dalla griglia interpretativa che abbiamo acquisito fin dall'infanzia.

La formazione e la sopravvivenza degli stereotipi con i quali interpretiamo la realtà funzionano anche come meccanismo di difesa: nel mondo stereotipato che ci hanno inculcato, «le persone e le cose hanno un loro posto preciso e si comportano secondo certe previsioni». Come vedremo nell'apposito capitolo dedicato alla figura del nemico, la divisione della società in buono/cattivo aiuta le persone a orientarsi nel mondo, sebbene la griglia con cui esse si muovono sia stata di fatto inculcata dall'educazione e "saldata" successivamente dallo spettacolo e dai mezzi di comunicazione. Le categorie che ci sono state trasmesse, anche se non necessariamente vere, ci servono da bussola morale: pensiamo, agiamo e ci comportiamo in base all'ambiente in cui siamo cresciuti e alle categorie che ci hanno trasmesso.

La fluidità attuale della nostra società sta portando unicamente a un rimescolamento degli stereotipi: si abbattono quelli vecchi solo dopo avere creato il terreno fertile per inculcarne di nuovi nella società (pensiamo al caso del gender).

Gli stereotipi offrono all'individuo «il fascino del familiare, del normale, del sicuro» e ogni attacco che venga sferrato su base critica agli stereotipi non può che assumere:

«l'aspetto di un attacco alle fondamenta dell'universo; infatti è un attacco alle fondamenta del nostro universo, e quando sono in gioco cose grosse non siamo affatto disposti ad ammettere che ci sia una distinzione tra il nostro universo e l'universo».

Il nostro mondo stereotipato non è necessariamente quello "ideale", cioè quello che vorremmo, ma è quello che conosciamo, ossia, spiega Lippmann, «il mondo come ce lo aspettiamo». Per questo, quando i fatti vi corrispondono si prova un senso di familiarità, mentre quando ciò non avviene si può reagire liquidando la contraddizione «come un'eccezione che conferma la regola», oppure censurandola, magari screditando il testimone o trovandovi qualche difetto. Si diventa cioè ciechi e fanatici di fronte all'evidenza, fino ad arrivare a credere a ciò che si preferisce, quand'anche possa scontrarsi con il senso critico. Il modo in cui vediamo le cose, scrive Lippmann, «è una combinazione di quello che c'è e di quello che ci aspettavamo di trovare».

Se qualcuno dovesse infatti cercare di dimostrarci la falsità o la limitatezza degli stereotipi con i quali abbiamo interpretato e vissuto la nostra realtà, reagiremmo persino con violenza ribellandoci: nessuno, di fatto, vuole scoprire di avere vissuto un inganno e di essere stato manipolato. Come forma di difesa, pertanto, la nostra attenzione si rivolge ai fatti che convalidano il nostro sistema di stereotipi e si distoglie da quelli che invece lo contraddicono.

La formazione di stereotipi ha condotto oggi a quel fenomeno noto come post-verità, che analizzeremo più avanti. Nella formazione degli stereotipi, lo spettacolo (comprensivo di tutti i mezzi di comunicazione) serve a imprimere certe immagini che, ancora più efficacemente delle parole, serviranno a plasmare la nostra coscienza bypassando l'intelligenza e il senso critico.

Questo testo è estratto dal libro "Fake News".

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