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Realtà virtuali: come influiscono nella nostra vita

Realtà virtuali: come influiscono nella nostra vita

Scopri come le realtà virtuali accompagnano l’uomo fin da quando è comparso sulla Terra leggendo l'anteprima del libro di Grazyna Fosar e Franz Bludorf.

Controllo della realtà. Niente è quel che sembra

Spesso capita di leggere sui giornali che l’umanità si trova in una fase di passaggio, sulla via che dall’era atomica la porterà nella nuova epoca dell’informazione.

Certamente la vertiginosa velocità di espansione di Internet e la crescente smania di informazione e di comunicazione degli esseri umani, che si esprime nel bisogno di comunicare rapidamente tramite cellulari, fax ed e-mail, non lasciano quasi dubitare di questa affermazione. Di sicuro sarà già successo anche a voi, al ristorante o nella hall di un aeroporto, di sentire uno squillo improvviso e di vedere come alcune persone abbiano cercato nervosamente di capire di chi fosse il telefonino che stava suonando. Internet, a sua volta, è attualmente uno dei settori economici in maggiore espansione, in cui talvolta da un giorno all’altro spuntano imprese arcimiliardarie.

Il bisogno di collegamento globale e di scambio di informazioni dell’uomo moderno sembra illimitato e, come osservava recentemente la rivista tedesca Spiegel, in Internet si è già venuto a creare un mondo virtuale di privilegiati che prendono parte a questo scambio globale - il settimo continente.

Nello stesso tempo questo è il primo continente compietamente virtuale, in cui la realtà materiale non esiste affatto.

E con questo siamo già arrivati al dunque, poiché vogliamo precisare ancora un po’ l’affermazione fatta all’inizio: l’era in cui già ci troviamo è quella delle realtà virtuali. Si definiscono realtà virtuali quei mondi empirici che non coincidono con la nostra realtà abituale, dato che sono stati in qualche modo alterati artificialmente.

Ecco allora che l’esercito per esempio è giunto da tempo alla conclusione che il miglior soldato è ancora quello che non si fa scorgere dal nemico. Per questo motivo nella guerra del Vietnam i soldati americani indossavano le famose tute mimetiche a macchie verdi e marroni.

Nel frattempo la tecnica si è evoluta al punto che un soldato può davvero essere reso (quasi) invisibile.

In questo caso, invisibile significa che il corpo o la divisa del soldato deve avere un colore che si adatta così perfettamente all’ambiente da farlo passare inosservato. È una procedura che la natura mette in atto con successo da milioni di anni nel regno animale, per esempio quando degli insetti assumono la forma di rami o foglie, o il camaleonte arriva perfino a cambiare colore.

Il fisico americano Michael Burns ha realizzato per l’esercito un’uniforme speciale, completamente guarnita di placche scannerizzanti e riflettenti cablate fra loro. Gli scanner sulla parte posteriore leggono i motivi cromatici dello sfondo e li proiettano sui riflettori della parte anteriore dell’uniforme, e viceversa.

Grazie a delle videoregistrazioni si è potuto dimostrare che chi indossa questa uniforme sembra effettivamente scomparire dopo l’accensione dell’impianto elettronico. La tecnica non è ancora perfetta - si vede un leggero sfarfallio della sagoma - ma si tratta di problemi tecnici di poco conto.

Realtà virtuali

Possiamo già vedere dove si va a finire: il bello delle realtà virtuali consiste nel fare in modo che l’osservatore non si accorga che sono tali, cosa non troppo difficile, dato che noi tutti non siamo particolarmente critici riguardo alla percezione di quella che definiamo “realtà”. Siamo tuttora convinti che vedere significhi automaticamente credere. Un importante motivo per creare realtà virtuali è quindi costituito dal desiderio di mimetizzazione.

Ma può essere vero anche il contrario, vale a dire rivelare del tutto consapevolmente il carattere virtuale di una realtà in modo da destare l’attenzione della popolazione.

Lo vediamo con particolare chiarezza nel settore dello spettacolo, dove il fenomeno ha avuto inizio già negli anni ’70, quando il musicista di studio berlinese Frank Farian ha composto e mixato da solo il sound del primo gruppo pop virtuale al mondo - i Boney M.

Molti di voi si ricorderanno dell’improvviso grande successo delle canzoni di questo gruppo. I problemi sono sorti quando tutto il mondo ha cominciato a reclamare delle esibizioni dal vivo. A quel punto Farian, per soddisfare i desideri del pubblico, è stato costretto a ingaggiare in tutta fretta cantanti e ballerini adatti trovati tramite un annuncio. E tuttavia la musica suonata in playback durante i concerti proveniva ancora completamente - perlomeno nei primi anni - dallo studio di registrazione che gestiva per conto proprio.

Oggi, più di vent’anni dopo, la tecnica delle realtà virtuali è così progredita anche in ambito visivo che simili acrobazie sono diventate quasi superflue.

In Giappone, per esempio, di recente si è dato vita al progetto DK 96 (“Digital kids”). In questo modo è nata la prima popstar virtuale al cento percento — Kyoko Date.

Questa ragazza pop, composta da più di 40.000 poligoni, è stata progettata al computer con un lavoro da certosino. Solo la modellazione del viso ha richiesto il lavoro di dieci tecnici.

Il risultato non è affatto male: Kyoko Date sembra proprio vera. Nel frattempo è stata dotata di un curriculum virtuale, appare in televisione, rilascia interviste e ha già prodotto dischi e videoclip.

Anche se fin dall’inizio si sapeva che Kyoko Date è solo un prodotto del ciberspazio, si è guadagnata un vasto seguito di fan in tutto il mondo, e qualcuno di questi si è pure innamorato di lei.

Qualcosa di analogo accade anche da noi con il personaggio di culto Lara Croft, l’eroina virtuale del gioco per computer Tomb Raider. Pur essendo di gran lunga meno realistica di Kyoko Date e pur avendo l’aspetto di un personaggio dei fumetti un po’ legnoso, anche Lara ha ricevuto diverse proposte di matrimonio. E già apparsa alla televisione bavarese, proiettata in uno studio alla presenza di un moderatore che l’ha intervistata.

Vediamo che l’effetto di suscitare l’attenzione per mezzo delle realtà virtuali può comportare curiosi risultati. Quando è ben fatta, anche se si sbandiera ai quattro venti che è una realtà virtuale, la gente tende comunque a prenderla per oro colato.

Le realtà virtuali, però, non sono affatto una specialità esclusiva delle forze armate o del mondo dello spettacolo, dato che hanno un importante settore di applicazione anche nella scienza. In questo campo, per l’apprendimento, vengono per esempio usati mondi computerizzati sintetici - gli studenti di medicina non devono più necessariamente imparare l’anatomia su cadaveri umani reali, ma possono esercitarsi anche al computer su modelli digitalizzati. Nel giro di qualche anno sarà perfino possibile sperimentare interventi chirurgici nel mondo cibernetico - un notevole aumento di sicurezza per i pazienti, dato che per ogni tipo di operazione ogni chirurgo dovrà essere in grado di documentare un numero minimo di interventi eseguiti. Allora non sarà più necessario esercitare queste “operazioni di allenamento” su soggetti vivi.

I mondi artificiali

I mondi artificiali possono inoltre essere usati per permettere all’uomo di accedere a campi in cui normalmente non potrebbe entrare. Per esempio, un architetto può progettare una casa completamente al computer. Dopo di che inforca un paio di occhiali speciali, si infila un paio di data glove e può apparentemente entrare nella sua casa virtuale. Gli occhiali gli forniscono un’immagine tridimensionale precisa dell’interno della casa, mentre grazie ai data glove può muovere anche le sue mani virtuali nel mondo computerizzato. Si sta già lavorando addirittura a speciali sensori e rilevatori di collisione che consentano all’architetto di sentire una resistenza quando tocca una parete virtuale di una stanza.

In questo modo è in grado di rigirare la sua casa come un calzino prima ancora che venga posata la prima pietra. Può scoprire per tempo gli errori di progettazione, evitando così costosi ritardi nei tempi di costruzione e modifiche da effettuare sull’oggetto reale.

È probabile che procedure analoghe permettano a un medico di trasferirsi all’interno del corpo umano per osservare gli effetti di un farmaco senza bisogno di mettere a rischio anche un solo individuo somministrandogli la preparazione da testare.

Strumenti di questo tipo sono già stati realizzati per l’industria farmaceutica e consentono di osservare con la massima precisione le reazioni nel cervello e nel resto dell’organismo già un secondo dopo che l’uomo virtuale nel computer ha bevuto un sorso d’acqua virtuale.

Ma allora come mai l’interesse per le realtà virtuali è così grande in vasti strati della popolazione? E solo il desiderio di evadere da una realtà “oggettiva” che non sembra più degna di essere vissuta? Questa motivazione non sarebbe affatto nuova, e tra l’altro poteva essere soddisfatta anche prima, per esempio attraverso il cinema o la televisione.

Di queste domande si stanno occupando in misura sempre crescente anche i filosofi, i sociologi e gli studiosi dei fenomeni culturali. Durante una discussione su questo tema, la storica della cultura Christina von Braun, dell’università Humboldt di Berlino, ha osservato che in ogni epoca le più straordinarie conquiste tecniche sono sempre andate di pari passo con l’evoluzione della coscienza che aveva luogo in quel momento nella popolazione.

Ipercomunicazione a livello del DNA

Pertanto l’anelito a una rete di informazioni senza ostacoli e a realtà artificiali sarebbe direttamente correlato alla scoperta del collegamento globale in rete mediante l’ipercomunicazione a livello del DNA. Avremmo quindi sviluppato il bisogno di collegamento e di realtà virtuali nella vita esteriore proprio perché come umanità stiamo lentamente prendendo coscienza di facoltà analoghe presenti dentro di noi, pur non essendo ancora in grado di sfruttarle appieno.

In base a quanto argomenta la von Braun, molti sviluppi tecnici sarebbero solo delle stampelle provvisorie per facoltà che l’uomo deve fondamentalmente far crescere dentro di sé.

In pratica le realtà virtuali non rappresentano nulla di nuovo, ma accompagnano l’uomo fin da quando è comparso sulla Terra. In fin dei conti non devono necessariamente essere prodotte dalla tecnologia. Per millenni l’uomo è già stato in grado di dare origine a mondi artificiali, solo che questi, per la maggior parte di questo spazio-tempo, avevano luogo esclusivamente nella sua interiorità.

In uno studio scientifico sulla “scoperta del pensiero”, lo psicologo americano Julian Jaynes spiega come l’umanità abbia sviluppato il pensiero razionale egocentrico solo intorno al 1000 a.C. (ne abbiamo già parlato ampiamente nel nostro libro Zaubergesang). Secondo i risultati della sua ricerca, nelle antiche civiltà gli uomini vivevano sotto l’influsso di un singolare processo di comunicazione che - in base alla loro comprensione - sembrava provenire dall’esterno e che veniva attribuito agli “dei”.

Quindi, per gli uomini dell’antichità questi “dei” non erano esseri spirituali immateriali situati in qualche mondo ultraterreno, ma esseri con cui si poteva parlare in qualsiasi momento mediante una specie di dialogo interiore. Risulterà che molto probabilmente questo era da ricondurre al processo dell’ipercomunicazione con un profondo livello di coscienza di gruppo umana.

In questo modo, nonostante la mancanza di una struttura egoica cosciente, gli esseri umani erano in grado di agire in maniera intelligente e soprattutto coordinata, fermo restando che le decisioni non provenivano da loro stessi, ma dalle voci degli “dei”.

Tutto ciò non va assolutamente frainteso come fantasia primitiva, e tanto meno va fatto risalire a ipotetiche ma indimostrabili “visite di extraterrestri” nell’antichità. Jaynes sottolinea espressamente che secondo le fonti da lui esaminate (fra cui le opere di Omero) gli uomini percepivano gli “dei” come “voci interiori”.

In base alle attuali conoscenze della neuropsicologia, questi fenomeni vengono motivati con il fatto che l’emisfero cerebrale destro degli uomini dei primi millenni era più attivo di quanto non lo sia normalmente al giorno d’oggi. L’emisfero cerebrale destro viene ritenuto responsabile, per esempio, della percezione simbolica, della creatività e dell’intelligenza artistica.

Come già detto, dovremmo andar cauti nell’esprimere giudizi di valore sulle “fantasie primitive” di questi esseri umani. Sicuramente quelli che percepivano e che non riconoscevano come virtuali erano mondi interiori soggettivi. Eppure anche noi uomini illuminati del XXI secolo ci facciamo ingannare fin troppo spesso da realtà virtuali, come abbiamo visto dagli esempi riportati all’inizio del capitolo.

A ogni modo, per gli uomini di quei tempi il contatto con gli “dei” non aveva affatto un significato esclusivamente religioso. Dato che non avevano ancora coscienza del libero arbitrio e delle proprie decisioni, dalle loro “voci interiori” ricevevano istruzioni su quello che dovevano fare, anche riguardo a questioni di ordinaria amministrazione - perlomeno questi sono i risultati delle ricerche storico-culturali di Jaynes. Dopotutto, in questo modo hanno conseguito conoscenze scientifiche assolutamente stupefacenti e sono riusciti a creare strutture sociali ed economiche ordinate.

Data di Pubblicazione: 23 novembre 2018


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