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Ridere della Follia e della Vita

Ridi con Yogananda - Anteprima del libro di Swami Kriyananda e Paramhansa Yogananda

L'Umorismo di Yogananda

YOGANANDA AVEVA un senso dell’umorismo giocoso e assolutamente piacevole. Lo si può notare da alcune delle barzellette che raccontava, che per la maggior parte aveva sentito da altri.

Uno di questi giochi di parole era una sorta di falso complimento, che egli diceva con un sorriso infantile: «I tuoi denti sono come le stelle: vengono fuori di notte!».

Un’altra barzelletta riguardava tre uomini, un irlandese, un inglese e uno scozzese: tutti e tre stanno bevendo del whiskey quando una mosca atterra in ognuno dei loro bicchieri. L’irlandese inclina semplicemente il bicchiere, perdendo una buona quantità di whiskey insieme alla mosca. L’inglese fa uscire la mosca dal bicchiere dandole un colpetto con le dita, con grande attenzione. Lo scozzese, invece, spreme la mosca! [Swami Kriyananda commenta: «Ricordo ancora nitidamente la leggera sfumatura di gaiezza con cui il Maestro pronunciava quella parola, spreme».]

In un’altra barzelletta, tre scozzesi vanno in chiesa. Quando il cestino delle offerte si sta avvicinando, uno di loro sviene e gli altri due lo portano fuori.

SWAMI KRIYANANDA RACCONTA: «Unavolta, mentre eravamo all’aperto nel suo ritiro nel deserto, il Maestro raccontò una storia divertente accaduta nei primi anni della scuola di Ranchi. Non ricordo più le sue esatte parole in quell’occasione; in realtà, non riuscii nemmeno a capire bene cosa stesse dicendo, poiché tale era il gusto e l’entusiasmo con cui raccontava la storia, facendo ampi gesti per mimare l’azione e ridendo così forte da farsi venire gli occhi lustri, che le sue parole ne uscirono offuscate. Il suo divertimento, comunque, era contagioso, e io risi di cuore insieme a lui».

«AD HARLEAA, molti anni fa, cera un predicatore» disse il Maestro a Swami Kriyananda. «Era conosciuto come “Father Divine” [Padre Divino], Father Divine una volta mi scrisse una lettera, suggerendomi di “fare squadra” con lui. Firmò la lettera con queste parole: “Sono sano, energico e felice in ogni muscolo, osso, molecola E ATOMO!” Quelle due ultime parole erano sottolineate vigorosamente tre volte. Fa sua sedia ufficiale, così mi fu detto, portava la parola DIO incisa sullo schienale!». Nel ricordare ciò, il Maestro fece una risatina divertita.

«LA GENTE ha una nozione assai distorta del sentiero spirituale» disse Yogananda. «Fe visioni e i fenomeni non sono importanti. Ciò che conta è offrirsi compietamente a Dio. Bisogna lasciarsi assorbire nel Suo amore.

«Ricordo un uomo che si fece avanti dopo una conferenza a New York, sostenendo di poter entrare a piacimento nella coscienza cosmica. In realtà, quello che intendeva dire era che poteva fare viaggi astrali, ma io compresi subito che le sue esperienze erano immaginarie. Ciò nonostante, non potevo semplicemente dirglielo: non mi avrebbe creduto. Cosi lo invitai a salire nella mia stanza e gli chiesi di concedermi l’onore di vederlo entrare nella coscienza cosmica.

«Ebbene, si sedette irrequieto, con le palpebre che sbattevano e il respiro affannato, tutti segni di coscienza corporea e non certo cosmica! Alla fine non riuscì più a trattenersi.

«“Perché non mi chiedete dove sono?”.

«“Allora” dissi per assecondarlo “dove sei?”.

«Con voce roboante, come se gridasse da molto lontano, egli rispose: “Sulla cupola del Taj Mahal!”

«“Dev esserci qualcosa che non va con la tua cupola! osservai. “Ti vedo seduto qui davanti a me . Fu colto completamente alla sprovvista.

«Allora gli feci una proposta. “Se pensi di poter viaggiare fino al Taj Mahal in India, perché non vediamo se riesci ad andare in un posto vicino, per verificare la validità della tua esperienza?”. Gli suggerii di proiettarsi nella sala da pranzo dell’albergo, al pianterreno, e di descrivermi ciò che vedeva. Acconsentì alla prova. Dopo essere entrato nuovamente nella coscienza cosmica , descrisse la sala da pranzo così come la vedeva. Credeva veramente nelle sue visioni, ma volevo dimostrargli che erano il prodotto di un’intensa capacità di visualizzazione. Descrisse numerosi dettagli del ristorante, compreso un gruppo di persone sedute in un angolo lontano dalla porta.

«Poi descrissi la scena come la vedevo io. “Nell’angolo a destra” dissi “ci sono due donne sedute a un tavolo accanto alla porta . Descrissi anche altri particolari, così com’erano in quel momento. Scendemmo subito di sotto e scoprimmo che la sala era come l'avevo descritta io, non lui. Finalmente si convinse».

La pedanteria

YOGANANDA TROVAVA la pedanteria se non altro divertente e a volte scherzava sulle sue pretenziosità. Una storia che amava raccontare, scherzosamente, era questa:

«Una donna chiese al marito filosofo di andarle a comperare una bottiglia d’olio. Più tardi, mentre stava tornando con la bottiglia, l’uomo cominciò a riflettere: “Ma l’olio è davvero nella bottiglia? Oppure i miei sensi mi ingannano? Non potrebbe essere, invece, che la bottiglia è nell’olio?”.

«La moglie gli venne incontro alla porta e gli chiese: “Dov’è l’olio?”.

«“Moglie mia” dichiarò maestosamente il filosofo “ho appena fatto una scoperta importante!”.

«“Dov’è l’olio?” ripete la moglie.

«“Ci sto arrivando” la rassicurò lui. “Ascolta: ho comprato l’olio, Poi, guardandolo, ho pensato: ‘Sì, questo è olio, e sembra essere dentro la bottiglia. La mia percezione appercettiva, però, si chiede se l’olio sia veramente nella bottiglia o se invece la bottiglia non sia forse dentro l’olio”’.

«“Dov’è l’olio?” chiese la moglie.

«“Sì, sì, ci sto arrivando” la rassicurò lui frettolosamente. “Così ho capovolto la bottiglia. E ora penso che forse l’olio era nella bottiglia!”.

«“Sciocco che non sei altro!” gridò la moglie. Prendendo in mano una scopa, gliela diede su quella testa “appercettiva”.

«“Adesso so” concluse trionfante il filosofo “che l’olio era nella bottiglia!”».

Il Maestro commentò: «Con i veri intellettuali, non c’è alcun problema: vogliono la verità, non semplici definizioni della verità».

La figura del professore

IL MAESTRO A VOLTE si prendeva gioco della classica figura del “professore”.

«C’era un filosofo» raccontò «che fece finire la cenere della sua sigaretta nell’abito della moglie, giù per la schiena. “Ma che fai!” esclamò lei indignata. “Oh, scusa! Scusa!” rispose lui con un sorriso assente. “Pensavo che tu fossi il muro”».

Questo testo è estratto dal libro "Ridi con Yogananda".

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