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Ritrovare la pace interiore

Ritrovare la pace interiore

Una salita verso l'eremo di Camaldoli per scoprire se stessi, un percorso per raccogliersi nella'nteprima del libro di Enrica Bortolazzi.

Il cammino, la salita

"Scorgendo il legame intimo tra le cose, conosciamo le innumerevoli vie del mondo."
Lu Ji

Sono partita ieri per raggiungere il Sacro Eremo di Camaldoli nel Casentino, dopo mesi febbrili di lavoro e giornate spese a rincorrere gli impegni che sempre più affollano le mie giornate. Il ritmo incessante della mia attività mi appassiona e strema al tempo stesso.

Sono una donna fortunata perché creo eventi volti a espandere la conoscenza e la consapevolezza, il riscontro del pubblico è entusiasmante e la bellezza dilaga, mentre io non ho più tempo per me. Eppure va tutto a gonfie vele, i miei progetti aiutano molte persone, organizzo viaggi che si rivelano esperienze indelebili, serate che registrano il tutto esaurito, ma io... io non so più dove sono.

La mia vita è stata per anni un alternarsi di caos lavorativo e periodi nel silenzioso Oriente, in un avvicendarsi continuo di salite impervie e discese a rotta di collo, ma da quando sono arrivata in questi luoghi e in questa foresta, sento che non potrà più essere così.

E una giornata fredda d'inverno, l'aria è tersa e profuma di muschio. Da poco le cime si sono imbiancate, tutto intorno il silenzio è interrotto solo dal soffiare del vento che arriva da lontano. È un suono potente, la foresta vibra al suo passaggio.

Sono in una piccola radura, sola insieme a una moltitudine di abeti bianchi disposti a corona come sentinelle che scrutano il cielo. Dal clamore della città questo silenzio mi sembra irreale. Respiro a fondo, assorbo la pace che sento entrarmi come un mantra silenzioso. Davanti a me c'è un grande castagno immobile, l'aria non agita le sue fronde. Mi avvicino, formichine rosse percorrono svelte la corteccia, un picchio ha scavato la sua tana nel tronco, rivoli di resina colano verso il basso profumando l'aria; è un gigante percosso da mille bufere, soli implacabili hanno rosicchiato le sue foglie, piccole protuberanze ne raccontano la vita.

Le ferite inferte hanno aiutato lui e me a essere ciò che siamo, e un piccolo seme si è trasformato in un albero vigoroso e in una donna determinata.

Osservando il mio passato, mi accorgo di aver girato il mondo inseguendo esili fili sospinta da un'inquietudine sottile, alla ricerca di risposte a domande che pesavano come macigni; spesso ho sbagliato direzione e sono caduta sbucciandomi ginocchia e cuore, ma alla fine molti fili si sono intrecciati, molti luoghi mi hanno raccontato storie profonde, molti incontri hanno segnato il mio percorso.

Un gigantesco puzzle ha preso forma a mano a mano che i pezzi trovavano la loro esatta collocazione, e mentre il disegno si componeva la presenza di spazi vuoti evidenziava altre possibilità; nel misterioso piano della vita ogni cosa era già scritta, ma io non lo sapevo perché, a quel tempo, pensavo ancora di condurre il gioco. E allora ripartivo per un nuovo viaggio che mi avrebbe raccontato una fiaba diversa, fatta di sguardi penetranti nei quali avrei potuto specchiarmi.

Nel mio peregrinare, i quesiti, invece che placarsi, si sono fatti sempre più imperiosi, e a tratti, sotto di me, si è spalancata una voragine. A nulla sono serviti amori improvvisati, riconoscimenti professionali, amicizie devote. Tutto serviva e nulla serviva perché, quando meno me l'aspettavo, un campo arido si stendeva piatto all'orizzonte e le giornate assumevano il colore della cenere, susseguendosi monotone.

Poi, come d'incanto, dal terreno nasceva una fecondità nuova, altri progetti prendevano forma e un tempo di entusiasmi gonfiava le vele; l'esistenza inalberava decisa le proprie vittorie e io sperimentavo brevi istanti di una felicità assoluta. Comprendevo allora che ogni volta che toccavo il fondo, il sapore acre della desolazione conteneva già la luce che si sarebbe fatta spazio nell'oscurità.

Un'amica se n'è andata

In questo periodo tutto ciò non sta succedendo; un'amica a me molto cara se n'è andata, la sua assenza ha sconquassato il mio mondo e ogni cosa ora mi appare diversa. Io e lei abbiamo camminato affiancate per anni iniziando le nostre giornate all'alba con una telefonata e confidandoci ogni cosa ci succedesse nell'intima unione e complicità che l'autentica amicizia permette. Insieme abbiamo riso, viaggiato, fatto yoga. A volte abbiamo pianto, e quelle lacrime contenevano già la consolazione di chi è sempre con noi. Dal giorno in cui avevo incontrato il suo sguardo, non mi ero più sentita sola.

Ma lei è volata via, in silenzio, come solo le grandi anime possono, e io sto raccogliendo a fatica i brandelli del mio cuore.

È anche per questo che mi trovo nella foresta; ho bisogno di una risposta, forse l'appartenenza a un regno di cui lei mi parlava ma che io non ho mai esplorato.

Ogni pianta vive, cresce e accetta le stagioni e la propria morte con naturalezza estrema, e io ho tutto da imparare; se ogni cosa nella natura è ciclica e rientra in un grande cerchio, lo stesso deve essere per noi che viviamo stagioni di vita e stagioni di morte dove non è detto che una sia meglio dell'altra.

Sto bene fra questi tronchi, una pace sublime mi avvolge; gli sciamani che ho conosciuto in Finlandia mi hanno detto che gli alberi contengono l'antica sapienza del mondo.

All'improvviso rivivo un incontro speciale fatto qualche mese fa nei boschi lapponi: stavo camminando sul sentiero quando, al cospetto di un grande albero, vedo una sciamana dai lunghi capelli selvaggi seduta immobile con le gambe incrociate. Non voglio disturbarla passandole vicino e mi siedo a debita distanza; il silenzio è assoluto e satura l'aria, il corpo della donna è un tronco umano di perfetta armonia. Non guardo l'orologio, semplicemente sto.

Non so quanto tempo trascorra ma, a un certo punto, la donna è davanti a me; il suo sguardo è amorevole e profondo. In inglese mi dice che il silenzio degli alberi contiene le domande e le risposte ai quesiti del mondo, bisogna solo porsi in ascolto. Faccio un cenno affermativo con il capo mentre lei inizia a cantare; dalla sua bocca esce una melodia sublime pregna di dolore e di speranza. La voce sembra arrivare da profondità misteriose, a tratti è baritona per poi inerpicarsi in acuti vibranti, le parole sono in una lingua a me sconosciuta. Il canto non sembra seguire alcuna traccia, ma un'avvolgente pace accompagna quelle note di guarigione che scoprirò essere indirizzate a me, all'albero, alla vita.

Mentre il ricordo si stempera, torno a immergermi in questa foresta che offre due strade per raggiungere il sacro eremo: la via lunga e la via corta. Entrambe sono cosparse di abeti, betulle e pini che tendono le loro braccia verso il cielo, insieme ai tronchi di castagno mangiati dalle intemperie e ai faggi levigati dal vento.

La via lunga sale dolcemente, qua e là s'incontrano alcuni rustici di pietra adibiti all'ospitalità, mentre una lingua d'asfalto traccia il percorso che raggiunge l'eremo, tornante dopo tornante. È una salita facile che si snoda lentamente, di quando in quando s'intravedono scorci di colline in lontananza. Le automobili sono rare e procedono senza fretta, come a voler gustare un paesaggio di rara bellezza.

Anche nella mia vita ci sono state strade più facili e strade più complesse, giornate in cui tutto fluiva con tranquillità e periodi pieni di tensione, ma una costante c'è sempre stata: la curiosità, la voglia di scoprire confini poco tracciati, il bisogno di conoscere il senso dell'esistenza. Le domande erano parte di me, ma io ero sempre di fretta per dedicargli attenzione, e allora i quesiti diventavano insegnanti preziosi che prendevano la forma di un'inquietudine continua, dalla quale scaturivano ansia, paura, drammi e persino malattie.

Mentre vedo scorrere la mia storia, decido di inerpicarmi per la via corta e, passo dopo passo, la salita verso la montagna mi sembra un miraggio irraggiungibile; intravedo in lontananza la cima che compare e scompare

tra le nubi e procedo nella nebbia, rischiarata a tratti da coni di luce che ne trafiggono la coltre.

Conquistare la vetta è tendere verso una meta, cercare di perfezionare ogni pensiero perché possa emergere soltanto ciò che di luminoso è in me.

Alcune montagne sono più alte, e per salire lungo viottoli più scoscesi il fiato sembra non bastare; è grande la solitudine dei sentieri poco battuti, a tratti sconfinata, e qui, ovunque io guardi, c'è solo un silenzio irreale e qualche sparuto cespuglio.

In lontananza intravedo stradine più larghe, meno impervie, più affollate e sicuramente più facili, ma qualcosa che non so riconoscere appieno e che da sempre mi appartiene mi ha spinta a scegliere la via più faticosa e solitaria.

Scegliere il cammino più difficile è sapere con certezza che, una volta imboccato, nessun'area di rassicurante morbidezza mi avvolgerà; incontrerò rade figure con cui percorrere brevi o lunghi tratti per poi continuare, sola, verso una direzione che mi affascina e che contiene l'ardore della scoperta.

La cruna dell'ago si fa più piccola e il passaggio sempre più stretto. Salire è come immergermi nei miei abissi, toccare il fondo e risalire a galla; è per questo che ho deciso di andare all'eremo di Camaldoli e di fermarmi una settimana: una parte di me sa, con precisa certezza, che lì troverò ciò che in questa tappa di vita vado cercando.

Data di Pubblicazione: 11 dicembre 2019

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