SAGGI E RACCONTI   |   Tempo di Lettura: 9 min

Sei quello che decidi di essere

Sei quello che decidi di essere

Scopri come i tuoi pensieri possono influenzare la tua vita e la realtà stessa in cui vivi ogni giorno leggendo l'anteprima del libro di Paolo Borzacchiello.

21 settembre 2018, ore 6.40, Washington

«Io l'ho capita, sa? Lei, Leonard, è un narcisista. Superbo. Un narcisista superbo.»

Prima del divorzio, ero andato da uno psicoterapeuta per avere qualche consiglio sul modo migliore di comportarmi con mia figlia Elizabeth. Lui, durante la terza seduta, mi aveva guardato negli occhi e detto questa cosa.

L'avevo fissato a mia volta e, con grande senso di pace e amore nel corpo e nella mente, gli avevo risposto: «Mi dica qualcosa che non so».

La realtà è che amo pochissimo le etichette, perché le etichette sono qualcosa di fisso, che ti immobilizza in una profezia autoavverante, a causa della quale sei costretto in qualche modo a rendere vera la parola che ti hanno attribuito. Tendiamo a adeguarci alle aspettative degli altri, nel bene e nel male. Per questo, quando ti affibbiano un'etichetta, puoi sempre ringraziare e mentalmente mandare a quel paese chi l'ha fatto, soprattutto se è un'etichetta negativa.

Amo poco anche le etichette positive, a dirla tutta, perché, benché gratificanti per il mio ego, ho sempre il timore di dovermi poi limitare a quelle, quando dentro di me so di poter comunque e sempre fare di più, e meglio.

Sei quello che decidi di essere, insomma. Semplice, quanto complesso da digerire. D'altro canto, appena lo capisci e ti rendi conto della potenza di queste parole, la tua vita inizia a cambiare, e diventi consapevole di come i tuoi pensieri possono influenzare la tua vita e la realtà stessa in cui vivi ogni giorno. Tutto qui.

Pensare al mio divorzio mi provoca un leggero senso di fastidio allo stomaco, così mi concentro immediatamente su qualcosa di piacevole. È semplice trasformare un pensiero negativo in un pensiero positivo: pensi a qualcosa di bello, lo metti a fuoco nella tua testa, ti concentri sui dettagli. All'inizio, forse, puoi avere la sensazione che la mente fugga dove vuole, ma tu hai sempre il potere di riportarla all'ordine. La mente va dove le diciamo di andare. Metto a fuoco. Ancora un po'. E alla fine funziona, come mi aspettavo.

E pluribus unum": dai molti, uno.

Il mondo si divide in due, a proposito di questa frase. Alcuni la interpretano nel senso di "dalla moltitudine diventiamo uno", come a dire che quando tante persone si uniscono in una causa comune diventano una forza dirompente e, di fatto, una cosa sola.

Altri invece nel senso di "dalla moltitudine emerge una persona sola", intendendo con ciò riferirsi a quelle persone che emergono, che spiccano, che volano alto.

Io, che possiedo un ego di proporzioni imbarazzanti, propendo naturalmente per la seconda interpretazione. Mi piace pensare a me stesso come a qualcuno che si distingue. Certo, a chiunque piace pensare questo di sé, me ne rendo conto.

Ma tant'è: io continuo a credere che nel mio caso la cosa sia vera.

Studio Ovale

Mentre guardo l'aquila che brandisce tredici dardi disegnata sul tappeto e rileggo la scritta che campeggia sopra, penso al fatto che sul mio bicipite sinistro ho un tatuaggio identico al disegno che ora sto osservando e mi chiedo se sia un segno del destino o una coincidenza come tante altre. Il pensiero dura un attimo: io non credo alle coincidenze e, da buon umanista quale mi considero, sono uno strenuo difensore dell'idea che nella vita abbiamo esattamente quello che ci meritiamo e che, in un modo o nell'altro, abbiamo attirato a noi. "Se sono qui" penso, "un motivo ci sarà."

Mi guardo intorno: la stanza è esattamente come si vede nei film, tale e quale. Me la immaginavo più grande, a dire il vero, ma ci sta: quando percepiamo l'autorità di qualcuno, tendiamo a immaginarlo più alto di quel che è veramente. Credo che valga ugualmente anche per gli ambienti e per le case. Il cervello è abilissimo a creare distorsioni della realtà: ci sono persone che per questo si rovinano l’esistenza, raccontandosi storie che non hanno alcuna attinenza con il mondo concreto.

Il divano non mi sembra particolarmente comodo: ci sprofondo dentro più di quanto mi piacerebbe (ma forse lo fanno apposta, per generare senso di inferiorità e soggezione psicologica) e ha quello strano odore tipico dell'alcantara quando è un po' che non viene lavata. A livello strategico, queste informazioni sono fondamentali: conoscere il modo in cui, per esempio, l'ambiente influenza le nostre percezioni ci permette di mettere a punto le nostre strategie e i nostri piani di azione in modo molto più efficace.

Se qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarei ritrovato nello Studio Ovale della Casa Bianca, in attesa del presidente degli Stati Uniti d'America per parlare con lui di come migliorare la sua esistenza, non ci avrei mai creduto. E invece sì. Davanti a me, la porta bianca dalla quale, proprio come si vede nei film, di solito entra il presidente. Dopo numerose telefonate e trattative (a dire il vero, non ho trattato granché: mi hanno offerto un volo in business, una sistemazione a dodicimila stelle per la settimana in cui mi tratterrò e un compenso forfettario per i giorni investiti nel viaggio che farebbe impallidire molti dei miei autodefinitisi colleghi), ora sono proprio qui. Studio Ovale, Casa Bianca.

Nonostante sia presto e nonostante abbia dormito pochissimo per l'agitazione, sono sveglio come un grillo d'estate. Non so cosa mi aspetti e non so cosa vogliano da me, ma sono elettrizzato e decisamente agitato. Il che è positivo: mi piace quando succede, visto che ormai da tempo non mi capita quasi mai. L'agitazione è pur sempre un'emozione, mi fa sentire vivo e, soprattutto, mantiene sveglio il mio cervello curioso che, in questo momento, sta memorizzando tutti i dettagli. L'occhio cade ancora una volta sul tappeto presidenziale e sull'aquila che fa bella mostra di sé. "E pluribus unum." Mi accarezzo il braccio sinistro, sorridendo al pensiero dell'aquila che ho tatuata sul bicipite.

Il tizio in giacca e cravatta che mi ha accompagnato dopo il rituale della registrazione all'ingresso e delle perquisizioni è in piedi davanti alla porta. Come nei film: sguardo da duro, nessun sorriso, auricolare nell'orecchio. Immobile, gambe leggermente divaricate e mani intrecciate sull'inguine. Forse è una posa standard, forse vuole ostentare sicurezza o forse è semplicemente comodo. Anche lui, comunque, mi sembra più alto di quel che probabilmente è. Sono nel bel mezzo di una distorsione cognitiva! "È fichissimo" penso, "sta capitando proprio a me." Avrò di che parlarne nei prossimi corsi: vedo tutto più grande, sento profumi che forse non ci sono, il cuore batte a un ritmo sostenuto.

Mentre sono perso nei corridoi del mio cervello limbico, a spasso fra ossitocina, adrenalina e storie da raccontare, il tizio davanti a me avvicina il polso destro alla bocca, borbotta qualcosa e poi con grazia e leggerezza si sposta a sinistra, aprendo la porta con un movimento fluido e veloce del braccio destro.

Io, d'istinto, balzo in piedi (si sono raccomandati, prima, di farlo: «Appena il presidente entra, si alzi in piedi!». Come se ci fosse bisogno di specificarlo).

Lui, per l'appunto, entra. Seguito dalla first lady (e mi basta un battito di ciglia per notare che è persino più bella di quel che appare in televisione) e da tre uomini, in abito scuro, discretamente eleganti ma nulla di che. Il presidente degli Stati Uniti d'America, nonché l'uomo più potente del mondo libero, nonché l'uomo con i capelli più bizzarri che si siano mai visti, mi si avvicina fin quasi a toccarmi, mi guarda con occhi micidiali e mi tende la mano con fermezza. Secondo le leggi della prossemica, il grassoccio presidente mi è venuto un po' troppo vicino: le regole sociali dicono che a un primo incontro è bene stare almeno a sessanta centimetri di distanza, per evitare che il cervello inconscio del nostro interlocutore percepisca una sensazione di pericolo. Lui sarà a venti centimetri, forse. Gli afferro la mano e gliela stringo con decisione: la sua stretta è forte, ma non troppo. Mentre stringe, gli occhi sorridono. La sicurezza fatta persona.

«Buongiorno, mister Want. Benvenuto alla Casa Bianca. Lei è la first lady. E loro sono il mio segretario, Joseph King; il responsabile dei miei discorsi, Chris Bauer, e una delle mie guardie personali, Jack.» "Niente cognome per Jack" penso.

Silenzio. Mi sta ancora stringendo la mano e guardando negli occhi. Non ha distolto lo sguardo un solo secondo. Io, dopo aver annuito, continuo a sostenere lo sguardo: presidente o meno, io gli occhi non li abbasso, se non per prender la mira quando devo pisciare nei cessi degli aeroporti. Venisse giù dal cielo Dio in persona, farei lo stesso (e, mentre penso a questo, chissà perché mi par di sentire profumo di vaniglia).

Alla fine lui pare soddisfatto. Stacca la mano (ho l'impressione che abbia lasciato un'impronta nella mia) e si accomoda sulla poltrona di legno e pelle sistemata davanti a due divani, esattamente al centro. Io mi siedo su quello di destra. Sua moglie, Joseph e Chris su quello di sinistra, mentre Jack-Senza Cognome si posiziona in piedi alle spalle del presidente.

Passo in rassegna tutti con lo sguardo ed esercito ogni briciola di volontà di cui sono capace per evitare di far cascare gli occhi sulle Louboutin della first lady. Non credo che sarebbe un eccellente inizio, anche se si tratterebbe solo di puro spirito di osservazione. Credo, almeno. Comunque, come si conviene, suola rossa (o almeno così mi pare, dato che, essendo daltonico, non distinguo i colori).

Il presidente si rivolge a me.

«Dunque, mister Want. Anzitutto, la ringrazio per aver accettato il mio invito, soprattutto a quest'ora» dice sorridendo compiaciuto.

È affascinante e carismatico, senza dubbio. E sì, lo so che ha ringraziato e che io spiego sempre a tutti che in una negoziazione è meglio evitare di cominciare ringraziando, per guadagnare superiorità psicologica. Ma è il presidente e può fare quello che desidera: la superiorità psicologica è compresa nel suo incarico, nelle valigette con cui controlla l'arsenale nucleare che potrebbe spazzar via in un secondo la mia Camden Town, e nel fatto che la gente lo chiami presidente degli Stati Uniti. Comunque, io me ne sto zitto: annuisco e basta, aspetto che sia lui a parlare. Faccio sempre così, del resto: aspetto che mi offrano il piatto prelibato su un vassoio d'argento.

Data di Pubblicazione: 16 ottobre 2019

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