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Lo Stato di Veglia

Aldilà dei Sensi - Anteprima del libro di Roberto Senesi e Paola Ferraro

Perso

Quando riaprii gli occhi fu come riemergere dal fondo dell’oceano, come quei casi in cui, risvegliandosi da un sonno profondissimo, ci si domanda dove eravamo finiti e se esistiamo quando non ne siamo coscienti.

Mi guardai attorno, e fatti i dovuti collegamenti neurali capii di essere ancora nel luogo della sera prima.

Tutti gli altri dormivano ancora, erano tutti indistintamente immersi in quello stato di ipnosi e di incoscienza che siamo soliti chiamare sonno, ma che a ben guardare non è poi così diverso da quel che invece, generalmente riteniamo “stato di veglia”.

In entrambi i casi infatti, sono per lo più tutta una serie di automatismi a farla da padrone, anche se a noi piace credere di decidere qualcosa.

La stanza era ancora impregnata di fumo, e di un odore misto tra cocaina bruciata, muffa e puzza di piedi.

Fu in quell’istante che realizzai con imbarazzante chiarezza che ero chiamato a fare una precisa scelta e che ero chiamato a farla in quel preciso momento, non c’era più tempo da perdere, qualcosa in me non era più disposto a lasciarsi vivere e consumare senza batter ciglio.

Puoi rimandare a lungo rincontro con te stesso, con quelle parti scomode di te che vorresti sopprimere, negare, far sparire come non fossero mai esistite, ma una bolletta in scadenza non sparisce soltanto perché la ignori, e la tua noncuranza non ti eviterà che ti stacchino la luce.

Sapevo esattamente quel che stava accadendo... stavo scappando.

Ancora una volta stavo cercando di mascherare e di “coprire” un disagio attraverso un comportamento da disagiati, curioso come la vita trovi sempre la strada per sbatterti in faccia quel che non vuoi vedere.

La mia era una situazione inusuale.

Passaggio terreno

Tutti i miei coetanei infatti avevano difficoltà nel capire cosa erano chiamati a fare in questo loro passaggio terreno che appariva del tutto casuale ai loro stessi occhi, io invece vivevo il paradosso di sapere esattamente quel che a loro sfuggiva, senza tuttavia avere minimamente il coraggio necessario per farlo.

Mi fu altrettanto chiaro che la libertà non è affatto un qualcosa che si possiede per diritto di nascita, ma un traguardo e una conquista tra le più faticose in assoluto, non tanto per sua natura quanto per tutte le resistenze che frapponiamo tra lei e noi.

Essere liberi ci spaventa più di ogni altra cosa, perché implica la totale rinuncia a qualsiasi posizione mentale, a qualunque opinione e/o convinzione riguardo ogni singolo aspetto di ciò che chiamiamo realtà.

Ha a che fare con il senso di identità, chi sono infatti se non posso rappresentarmi attraverso un’idea più o meno stabile, un concetto, un’opinione su me stesso e sul mondo che mi circonda?

Io non facevo certo eccezione, e se proprio dovevo rinunciare a tutto ciò che mi ero appiccicato addosso per costruirmi un’identità, tanto valeva autodistruggermi e scomparire con essa.

Mi alzai dal divano sul quale avevo dormito in condivisione con uno sconosciuto che solamente qualche ora prima sembrava il mio miglior amico e mi recai in bagno.

La testa era pesante, lo stomaco in subbuglio e i polmoni pieni di catrame.

La figura riflessa nello specchio

Ricordo bene la sensazione di distanza tra me e quella figura riflessa nello specchio, con la quale facevo estremamente fatica ad andare d’accordo.

Guardarmi negli occhi per più di qualche secondo mi risultava pressoché insopportabile, ma distogliere lo sguardo non era sufficiente a spegnere quella sensazione interna di sprezzante disapprovazione per come stavo conducendo la mia esistenza, ammesso che stessi davvero conducendo qualcosa.

Rientrai in salone per mettere le scarpe, ed uno dei partecipanti al festino della notte appena trascorsa si girò verso di me chiedendomi dove andassi a quell’ora del mattino.

Lo guardai intensamente per qualche secondo mentre mi allacciavo le scarpe, e senza proferire una parola mi alzai e mi recai silenziosamente verso l’uscita.

Pensai a mia madre, che doveva certamente essere preoccupata per il mio mancato rientro notturno e mi sentii in colpa per tutto quel che indirettamente le stavo facendo passare, poi mi venne in mente una scena di quando ero piccolo: camminavo da solo per la strada e fui investito da una forte sensazione dal sapore simile a quello delle profonde certezze che sporadicamente vengono a farci visita tra un dubbio e quello successivo.

Ero venuto al mondo con uno scopo, con una missione importante, e il solo ricordo di quella scena di tanti anni prima mi provocò lo stesso intenso brivido di allora misto ad un inebriante senso di “possibilità” e speranza.

La memoria, che così spesso costituiva un elemento scomodo nel repertorio delle mie giornate, in quell’occasione venne in mio soccorso mostrandomi una versione di me che avevo dimenticato e rimosso.

Avevo il disperato bisogno di uno stimolo, di una motivazione che mi spingesse ad agire, e ciò che di più saggio sopravviveva in me andò a rovistare in qualche anfratto della mia psiche per tirar fuori il coniglio dal cilindro... mai come in quel momento infatti, necessitavo di un’autentica magia.

Questo testo è estratto dal libro "Aldilà dei Sensi".

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