SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

Il sufismo: il metodo che aiuta l'uomo a seguire la natura

Sufi e guarigione

Scopri l’insegnamento del sufismo e le regole che bisogna seguire per accedere ai segreti leggendo l'anteprima del libro di Haji Muzaffar Usmanov.

Perché il Sufismo?

Ricordate la pantomima rappresentata dalla compagnia teatrale “Lizidei” (“I saltimbanchi”) nella metà degli anni Ottanta? Questa pantomima è stata rappresentata in televisione per cinque o sei anni. Inoltre, la parola “nie-l-zja” (storpiatura russa dell’espressione “non si può”) è saldamente entrata nel lessico durante il periodo della perestroika. “Mamma, posso andare a fare una passeggiata?” “Nie-l-zja/” La trama della pantomima descriveva un personaggio interessato ad una grande palla, mentre un secondo gli proibiva di prenderla dicendo “Nie-l-zja!” Il secondo clown non raccoglieva la palla, ma non intralciava nemmeno la curiosità del primo pagliaccio. Per certi versi, “riacciuffava” l’interesse per la palla e sgolandosi con voce rauca gridava “nie-l-zja”. Infine, questo primo pagliaccio con una mimica urlava “zjà! - zjàl - zjà/” (storpiatura russa di “si può”). Così, afferrava il pallone e scappava via.

Durante il secolo scorso nel territorio dell’ex Unione Sovietica, era difficile impegnarsi nelle pratiche non tradizionali di auto-guarigione. Qualche Sufi che eseguiva le pratiche, era costretto ad avvolgere i suoi testi in un panno di lana e a nasconderli nei cimiteri perché questi libri erano letteralmente presi d’assalto, non tanto dal governo, ma dai governanti che capivano il loro valore scientifico; quindi, divennero dei pezzi d’antiquariato. Adesso, questi segreti sono diventati accessibili. Molti sono entrati nella Via. Prendete, se potete prendere.

Il Sufismo è un antico orientamento pratico che si basa su un amore attivo per Dio e per la gente: elabora dei metodi, degli esercizi che permettono alla persona d’essere consapevole della natura e dell’amore Divino, stabilisce delle relazioni armoniose col mondo, con la gente, con la natura e con se stessi. È successo, perciò, che per qualche motivo, il Sufismo non ha occupato il suo legittimo posto nei vari corsi Universitari di storia e di psicologia della religione, nonché negli studi religiosi. I professori delle scuole superiori erano incapaci di “presentare” il Sufismo: è una religione? Una psicotecnica? Una comunità spirituale? Io non sono un accademico per fare delle classificazioni in questo libro. Piuttosto, il Sufismo è un metodo pratico che aiuta la persona a seguire la natura Divina per essere sano, sicuro e felice.

I Sufi hanno molti nomi. Furono chiamati eccelsi, selvaggi, folli, creature celesti, gente comune, cercatori, inebriati, talenti, dervisci, fachiri e saggi.

I Sufi sono gente pratica che studia e vive seguendo le leggi naturali, e trasmette queste conoscenze agli altri. Il Sufismo non è né una parola, né un concetto. È lo stato di una vita armoniosa. Talvolta, i Sufi sono definiti monaci sociali. Io credo che il vero monaco, non è il frate di clausura che esegue incondizionatamente dei rituali, ma è colui che dimora costantemente in uno stato d’unità con l’Altissimo.

L’insegnamento del sufismo: le regole efficaci per la guarigione

I metodi descritti nel libro sono apparsi nel cuore della tradizione Sufi. Pertanto, il lettore deve conoscere alcune regole dell’insegnamento Sufico. È verosimile che in questo modo pervenga con più rapidità al risultato desiderato.

La maestria di ogni maestro Sufi è trasmessa alla gente da qualche suo allievo. L’allievo è scelto non tra i più ubbidienti, perseveranti e sani, ma tra coloro che hanno la migliore capacità di sviluppare la tradizione Sufica. Sulle relazioni tra insegnante e discepolo, la gente ha inventato una gran quantità di favole: alcuni affermano che bisogna cercare per tanto tempo un maestro, altri sostengono che un maestro Sufi “accetta” solo lo studente che abbia superato qualche prova; si resta seduti alcuni giorni davanti alla porta del maestro, si sale in alta montagna e si trascorre qualche tempo senza parlare con nessuno, e così via. Queste storie hanno poco in comune con la realtà dei fatti.

Chi studia la letteratura “della guarigione naturale” coll’intento di trovarvi qualche cura adatta al suo caso, è scettico verso questi insegnamenti. Si tratta di un approccio equilibrato che io rispetto.

Il materiale da me proposto sottintende, però, qualcosa che deve essere applicato in modo incondizionato.

Un allievo zelante di un maestro Sufi, desiderava conseguire sempre qualche risultato prestigioso. Una volta entrando nella stanza del maestro per porgli l’ennesima domanda, ricevette da quest’ultimo la seguente richiesta: “Sii gentile, chiamami per favore Hassan!”

Questo discepolo si recò nel cortile dell’abitazione, ma non vide Hassan nonostante avesse una vista eccellente. Determinato a conseguire il suo obiettivo, controllò tutte le Chaikhanà (casa del tè) sulla strada chiedendo ai visitatori se avessero visto Hassan. Nessuno gli dette una risposta valida. Completamente disperato, verso sera, l’allievo compì l’ultimo tentativo gridando ad alta voce: “Hassan! Hassan! Hassan!” Qualche secondo dopo da un cortile vicino apparve Hassan, che lo condusse dal maestro, mentre l’allievo rimase seduto sopra un banco adiacente riflettendo sul fatto che l’ostinazione conduce sempre alla meta.

I suoi pensieri furono interrotti quando l’insoddisfatto Hassan uscendo dalla stanza del maestro, si rivolse verso l’allievo: “Perché non mi hai chiamato subito, non appena il padrone te lo ordinò?” L’allievo rispose: “Ti ho cercato ovunque, ma invano!” L’indignato Hassan esclamò: “Mio Dio, il maestro ti ha chiesto realmente di cercarmi?! No. Il maestro ti ha chiesto di chiamarmi una sola volta, non tre volte!”

Nel Sufismo, il concetto di “maestro” ha un significato molto importante. Bisogna ubbidire al maestro senza discutere, come si fa per l’Altissimo.

Nella pratica d’auto-riabilitazione e d’auto-perfezionamento, la guida è semplicemente necessaria. L’iniziativa personale è superflua, troppo spesso porta a risultati negativi. La gente è propensa a creare ulteriori rituali, convenzioni, perdendo il senso del suo operato. Per il Sufi, non conta la fede cristiana, musulmana, ebraica o buddista di una persona. È importante la bontà o la cattiveria dell’uomo; quindi, per non fare demagogia, tutto è relativo, vale il punto di vista della persona. Se una persona crea qualcosa di buono, compie in pratica delle azioni amorevoli verso un’altra persona, egli è un uomo buono e vivrà lungamente. Se consuma solamente dell’energia, il suo lavoro è formale, meccanico; in questo caso diventa una persona cattiva, malata, soffre e muore nella tristezza e nel dolore. Dio è giusto con tutti gli uomini in ogni caso. Se c’è un nemico esterno, la spada può proteggerci, ma che fare se il nemico è situato all’interno dell’uomo? Per questo combattimento è necessario un insegnante.

Il Sufi all’inizio studia se stesso, e poi un’altra persona

Al pari di un medico, dapprima si inietterà il farmaco sperimentando i possibili effetti, poi lo inietterà a qualcun altro.

Il mio maestro, Haji Ibrahim, ha sempre affermato che, prima di dare un compito, è necessario comprendere chiaramente a chi è rivolto. Ugualmente, uno studente ascoltando le istruzioni, le deve percepire per quello che sono, senza aggiungere ad esse né congetture, né pregiudizi.

Per quanto sia difficile il tema della conversazione, le parole devono essere semplici e chiare, ma nonostante la sua semplicità, ognuno le comprenderà e le accetterà in modo diverso secondo le sue possibilità e desideri. Le persone differiscono le une dalle altre in termini di conoscenze, esperienze, erudizione: esistono i “sempliciotti”, ma anche gli intellettuali. Ci sono pure gli scienziati, la cui esperienza e conoscenza li contraddistingue dalla folla, ma a prescindere dalla formazione e dall’esperienza, chi ha un forte desiderio e interesse a comprendere le parole a lui rivolte, le capirà veramente.

Una volta, con un amico andai dal mio maestro Haji Ibrahim a Kokand. La decisione fu presa all’improvviso, quindi nessuno conosceva il nostro viaggio. Di solito, avvertivo l’insegnante quando andavo a trovarlo, ma questa volta non accadde, giacché le circostanze erano mutate.

La strada era sconquassata, la giornata era calda, il cielo sereno. A metà strada, il radiatore si era surriscaldato. Per circa due ore aspettammo una vettura che ci trainasse alla più vicina stazione di servizio. Al nostro arrivo alla stazione, aspettammo che il padrone tornasse dalla pausa pranzo. Esasperati e silenziosi, proseguimmo ancora il nostro viaggio.

Al nostro arrivo a Kokand, la casa del maestro era vuota perché probabilmente era assente per affari. Ci sedemmo su una panchina vicina e attendemmo. Passò circa un’ora ed una persona sconosciuta si avvicinò domandandoci: “Siete di Jizzax?”

- Sì, siamo sorpresi di questa domanda. E come fai a saperlo?

- Questa mattina, Haji Ibrahim, mi ha annunciato che due persone sarebbero venute da Jizzax e di farle aspettare un po’.

Il mio amico era molto sorpreso.

- Forse doveva arrivare oggi qualcuno per Haji Ibrahim da Jizzax?

Ben presto arrivò Haji Ibrahim, e dopo i saluti, ridendo, mi chiese: “Avete fatto un buon viaggio? La macchina era a posto?”

Quel giorno, la comunità Sufi eseguiva uno zikr aperto (per maggiori dettagli si veda il capitolo sullo zikr). I Sufi di livello superiore e medio hanno due circoli distinti. Non è né consentito, né comunemente accettato entrare nel cerchio Sufi di livello differente. E a nessuno sorge anche un simile desiderio. Se hai appena preso ieri la patente, puoi subito partecipare alle autocorse? Il livello di un Sufi dipende dai compiti originali che gli sono stati assegnati dal maestro, i quali permettono di ottenere l’esperienza necessaria. Al momento di più non posso dire.

Al mio amico fu permesso di trovarsi nel cerchio di sesto livello, sebbene non frequentasse nessun circolo Sufi, ma fosse semplicemente interessato ai metodi Sufi di guarigione.

Durante lo zikr, non eseguiva le azioni, ma osservava le attività altrui.

Haji Ibrahim gli fece notare: “Non è permesso fare così, è male”.

Poi, mi sono ricordato le sue parole: “Quando si è tra persone intelligenti, bisogna tenere la bocca chiusa, mentre tra gente saggia e illuminata è necessario mantenere per le redini l’anima.”

L’insegnamento Sufi è diverso dai metodi Universitari, in cui lo studente memorizza il maggior numero d’informazioni impartite dal professore. Nel Sufismo è fondamentalmente impossibile arrivare da un maestro e partir subito con un bagaglio di conoscenze di stampo Universitario. Inoltre, l’utilizzo di metodi tradizionali d’apprendimento per lo studio del Sufismo è dannoso.

Questa storia afferma che se anche un individuo ha un obiettivo, una volontà e qualche possibilità di superare gli ostacoli, deve possedere qualcosa che gli permetta di ricevere una formazione vera. Più esattamente, è un qualcosa che deve mancare. Si tratta del nafs.

L'ego, l’Io animale

La traduzione di nafs è ego, l’Io animale. Questa sostanza si trova nel nostro sangue, il nafs non può essere visto direttamente. In quel giorno, Haji Ibrahim raccontò un metodo d’autosservazione esterno (per maggiori dettagli vedere il capitolo sulle traiettorie energetiche). Grazie a questo metodo è possibile osservare esternamente il nafs che riduce le manifestazioni negative.

Così, la prima pratica adempie in maniera assoluta alle istruzioni del maestro, mentre la seconda osserva i cambiamenti in modo distaccato e senza emozioni durante l’esecuzione degli esercizi. Nello stesso tempo, è necessario abbandonarsi al flusso della forza e della saggezza.

Per quanto riguarda la capacità insolita di prevedere gli eventi, per il Sufi si tratta di una situazione normale. Ecco perché sono andato dal Maestro, senza avvertirlo in anticipo perché sapevo che era informato. Citerò a titolo d’esempio una storia di cui sono stato testimone.

Una volta andammo col mio maestro lungo la Strada Tamerlano (le Porte di Timur) che porta a Jizzax. Il lettore probabilmente conosce Timur, il gran governatore orientale. Guidavo la macchina. Improvvisamente, fummo sorpassati da una “Ziguli” che viaggiava ad una velocità superiore al limite consentito. Pochi secondi dopo, Haji Ibrahim, disse a se stesso: “È terribile...”. Poco tempo dopo, ripetè le stesse parole.

Giunti alle porte di Tamerlano (si tratta di uno dei più bei monumenti d’architettura montana, il cui nome è dato alla strada), il maestro domandò di arrestare l’automobile. Usciti dall’abitacolo, Haji Ibrahim si avvicinò alle porte esaminandole per parecchio tempo e leggendo le iscrizioni conservate. Effettivamente, era una bellissima vista. Per inciso, una parte di queste porte, vale a dire una porticina, si trova nel museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Non ostacolavo il maestro e guardavo da una certa distanza la grotta di Timur. Circa mezz’ora dopo, riprendemmo il nostro viaggio. Non chiesi nulla al maestro, perché non è comunemente accettato in Oriente.

Strada facendo vedemmo la “Ziguli” rovesciata in fiamme, il cui fuoco era alimentato dal vento, mentre altre automobili attorno bruciavano ancora circondate da diverse auto della polizia e da ambulanze. Oltre al conducente della vettura che ci aveva sorpassato, sei persone erano morte.

Quella notte non riuscivo a dormire.

Molto spesso ho sentito alcune fiabe dedicate ai Sufi. I cantastorie raccontano rituali e ostacoli, che a loro avviso, bisogna superare per diventare Sufi. Deluderò qualcuno, ma tutto ciò non corrisponde alla realtà. In molti casi, essere un Sufi è un’indicazione, ma se lo dico così, non dirò nulla.

Se una persona, anche molto stimata, si dichiara un Sufi, Dio lo giudicherà. In alcuni ospedali ci sono persone che si reputano Napoleone, profeti, alieni. Essere un Sufi, non è una scelta personale. Diciamo così. Una persona può essere definita Sufi, solamente se è accettata da un circolo Sufi e da un maestro Sufi. Naturalmente, ci sono dei criteri più importanti, ma non voglio confondere il lettore, descrivendo a parole ciò che in linea di principio può percepire solo l’esperienza.

Data di Pubblicazione: 3 maggio 2021

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