SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

Il tempo controllato e misurato sulle fasi della luna

Il tempo controllato e misurato sulle fasi della luna

Sotto l’influenza del ritmo lunare si coordina tutta una serie di svariati fenomeni, scopri quali leggendo l'anteprima del libro di Jules Cashford.

La luna e il tempo della vita

E così d’ora in ora noi si matura e si matura e d’ora in ora si marcisce e si marcisce: e su questo ce ne sarebbero di cose da dire.

Ciò che in età più tarda è stato distinto in due storie separate (la Luna che permette di misurare il tempo e la Luna che genera il ritmo infinito del crescere e diminuire di ogni cosa), in epoca antica veniva percepito come un’unica storia omnicomprensiva della vita nel corso del tempo.

Mircea Eliade, il grande storico delle religioni comparate, lo ha definito “tempo della vita”: il tempo, cioè, espresso secondo il ritmo della vita. Si tratta del mondo della Natura, la vita che scorre nel tempo, in cui ogni creatura fiorisce e poi appassisce, cresce e tramonta. Eliade dimostra come tale percezione iniziale si sia sviluppata senza soluzione di continuità, fino a rappresentare una visione totale del cosmo:

Il tempo controllato e misurato sulle fasi della luna è tempo ‘vivo’, si riferisce sempre a una realtà biocosmica, pioggia o maree, semina o ciclo mestruale. Sotto l’influenza del ritmo lunare si coordina tutta una serie di fenomeni dei ‘piani cosmici’ più diversi. Lo ‘spirito primitivo’, avendo penetrato le ‘virtù della luna, stabilisce relazioni di simpatia o di equivalenza fra queste serie di fenomeni. Così, per esempio, fin da tempi molto antichi, certo fin dall’epoca neolitica, contemporaneamente alla scoperta dell’agricoltura, lo stesso simbolismo collega fra loro la Luna, le Acque, la Pioggia, la fecondità delle donne, quella degli animali, la vegetazione, il destino dell’uomo dopo morto e le cerimonie iniziatiche. Le sintesi mentali rese possibili dalla rivelazione del ritmo lunare mettono in corrispondenza e unificano realtà eterogenee; le loro simmetrie di struttura o le loro analogie di funzionamento non si sarebbero potute scoprire se l’uomo ‘primitivo’ non avesse percepito intuitivamente la legge di variazione periodica dell’astro come fece in epoca molto remota.

Questo significativo passaggio illustra l’aspetto più sorprendente di quello che potremmo chiamare simbolismo lunare, che gli antichi osservavano nel semplice alternarsi delle manifestazioni della Luna. Rivelandosi attraverso i suoi molteplici e differenti fenomeni astrologici, la Luna promuove una visione dell’universo come coerente modello di relazioni, tutte influenzate dalle medesime leggi che agiscono in modo simile su ciascuna realtà. Viene così stabilito un sistema di analogie e corrispondenze che permea tutti i livelli dell’esistenza, sia visibile che invisibile. Poiché, nonostante la Luna attraverso le sue specifiche fasi che dispongono in ordine temporale tutti i fenomeni, li separi tra loro, essa rende anche possibile l’unificazione stessa di questi, all’interno della ben più ampia prospettiva dei suoi cicli rotanti, generando riverberi, echi e armonie tra una parte e l’altra del tutto, proprio come se l’intero universo fosse un’immensa rete cosmica di corrispondenze (e, in effetti, la fìsica subatomica moderna non fa altro che affermare proprio questo). Nel “pensiero lunare”, dunque, nessuna parte esiste senza il tutto.

La ciclicità

Dal momento che la Luna, ritornando ogni volta al suo punto di partenza, dà origine a un ciclo, per analogia essa finisce con il governare tutto ciò che di altro è ciclico: le basse e le alte maree, la rugiada notturna, le piogge stagionali, il flusso dei fiumi e del sangue mestruale. Si tratta delle indispensabili acque della vita, che vanno e vengono nell’arco di un giorno, di un mese, di un anno: dell’esistenza stessa. Non appena ci si accorse che il ciclo della Luna corrispondeva con precisione al ritmo mensile dell’utero femminile, sembra molto probabile che le donne, nel tentativo di calcolare il periodo mestruale da Luna a Luna, abbiano fatto esperienza del primo computo del tempo. Dato che anche i tempi della gestazione potrebbero essere calcolati sulla base della Luna (come dieci lune di 28 giorni), si è attribuito alla Luna il potere di governare fertilità e sterilità e, per estensione, tutti i periodi riproduttivi di ciascun essere vivente.

Un tempo la Luna veniva considerata la fonte principale di fertilità sulla Terra, responsabile dell’aumentare o diminuire di animali e piante, di tutto il latte, lo sperma, la linfa e l’umidità necessari alla loro crescita. Così come per esseri umani e animali, allo stesso modo per le piante: è la Luna all’origine del fluire regolare della linfa, dell'alternarsi stagionale della semina e della raccolta, della capacità di crescita che va e viene secondo il ritmo lunare.

La Venere di Laussel

A circa cinquemila anni dopo l’osso di Blanchard, risale la figurina femminile rinvenuta sempre in Dordogna, nella valle di Laussel, non lontana da Les Eyzies a pochi chilometri da Lascaux: tale figura stringe nella mano destra un corno di bisonte a forma di crescente lunare. Collocata su una sporgenza rocciosa essa consiste nel rilievo in calcare rosa di una donna nuda in posizione stante. La roccia tenera scolpita era stata poi dipinta di ocra rossa, il colore del sangue.

Essa misura 43 cm di altezza ed è accompagnata da altre figure femminili e rappresentazioni di animali (un cavallo, una cerva e un carnivoro), così come anche da una figura maschile nuda con il braccio alzato, che indossa soltanto una cintura. La donna tiene sollevato nella mano destra un corno di bisonte a forma di crescente lunare al cui interno, e chiaramente visibili, sono state incise tredici tacche; la sua mano sinistra invece scivola dolcemente sul ventre tornito e sembra indicare la valle sottostante come a voler dominare l’intero paesaggio. Il capo, dai contorni ben delineati ma privo dei tratti del viso, appare leggermente inclinato verso la mano destra, in direzione del corno a forma di crescente quasi a voler contemplare il mistero racchiuso nella sua mano, della quale l’altra è muta testimone. Così, lo sguardo di chi osserva, in un primo momento, va a posarsi sul corno dentellato, per poi spostarsi sul viso della donna come a cercarvi una risposta e, non trovandola, infine, si ritrova a seguire il percorso del braccio sinistro disteso, sino alla mano ugualmente dentellata dalle dita profondamente separate, puntata sul grembo gravido. Mentre la vulva e le gambe, in delicato rilievo, sembrano rientrare nella roccia dalla quale sono venute.

Nel suo studio, Marshack suggerisce la non casualità dei tredici segni all’interno del corno. Tredici, infatti, è il numero dei giorni che trascorrono dalla prima falce di Luna fino all’approssimarsi della Luna piena (il periodo della cosiddetta luna crescente); si tratterebbe anche del numero dei cicli che compongono un anno lunare osservativo (l’anno solare di 365 giorni misurato secondo il numero di lune). Attraverso la dinamicità plastica, il ripetersi dei tratti dentellati del corno sulle dita della mano sinistra, e la posizione del basso rilievo sull’altura rocciosa a ridosso del paesaggio, l’artista è riuscito a evocare la relazione che intercorre tra la luce crescente della Luna e lo svilupparsi dell’essere umano nel grembo materno, cosi come anche della vegetazione rigogliosa nel ventre della Terra.

Sia che si interpreti tale figura come Grande Dea, in quanto Madre di Tutto, o Dea della Luna, in quanto Madre della Vita, sia che si tratti di una rappresentazione della donna la cui fertilità è ciclicamente governata dalla Luna, sicuramente in questa opera è stata proposta e celebrata la vitale e armonica relazione tra la Luna e la Terra.

Come Dea Madre Luna, incinta del mondo nel suo modo di scioltezza, essa rivela le leggi della fertilità e della crescita come cicliche nella sua stessa immagine. Come donna, riconosce la legge lunare sulla Terra. Si tratta dunque di una testimonianza iconografica particolarmente eloquente sulla corrispondenza dell’ordine celeste con quello terreno: “Ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto” (latino "quod est inferius, est sicut quod est superius", N.d.T.) scriveva esattamente Ermete Trismegisto, 20.000 anni dopo nella sua ben nota Tavola di Smeraldo.

Luna - Figura Femminile

Campbell, nel commentare questo bassorilievo, inserisce nel medesimo quadro passato e presente:

Le fasi della luna per l’uomo dell’Età della Pietra erano le stesse che per noi; e così era per i cicli femminili. È perciò possibile che le osservazioni iniziali da cui ebbe origine nella mente umana un’unica mitologia, comprendente tanto le cose del cielo che quelle della terra, derivino dalla constatazione di una concordanza fra le sequenze temporali relative ai due diversi fenomeni: in cielo le fasi della luna, in terra il ciclo della donna.

A questo punto viene spontaneo chiedersi perché, nonostante la Terra portasse avanti da se stessa la vita che inesorabile scaturiva dal suo grembo, è stato nella Luna che l’uomo vide la fonte generatrice di tutto. E molto probabile che, originariamente, la Luna non venisse percepita come effettivamente lontana e separata dalla Terra, piuttosto come un’estensione di essa, una Terra in Cielo. Non diverso doveva essere stato il sentimento espresso dal poeta Giuseppe Ungaretti quando vide le prime immagini della Terra osservata dalla Luna, trasmesse dagli astronauti dell'Apollo 11:

Che fai tu, Terra, in ciel?
Dimmi, che fai, silenziosa Terra!

Molte culture antiche ritenevano che la Luna e la Terra fossero composte della stessa sostanza e per questo motivo la Madre Terra e la Madre Luna consistevano in due espressioni della stessa Grande Dea Madre. L’antropologo e storico del XIX secolo Bachofen, a tal proposito, scrisse nel suo libro Il matriarcato: “Tutte le madri della terra conducono una doppia vita, come la terra e come la luna”. Le divinità femminili governavano la Terra come la Luna, mentre quelle maschili erano intese come manifestazioni che accompagnavano la Grande Madre, in qualità di figli, sposi o spesso di entrambi.

Come sostiene Neumann: “La Grande Madre è ovunque associata alla dualità della luna e della terra, e il segreto della fecondazione della terra è connesso alla luna e al suo smembramento: a questo punto la luna è sia colei che porta frutto che il figlio smembrato”. Le divinità maschili della Luna, pur agendo autonomamente, non hanno mai soppiantato la Madre Terra, al contrario delle successive divinità del Sole, del Vento, della Tempesta e di tutti gli dèi di epoca ancora più tarda, che arrivarono a trascendere la Terra, diventando immanenti a ogni aspetto della realtà. Inoltre, il ritmo ciclico della Luna dovette essere più facilmente isolabile e identificabile rispetto a quanto si poteva osservare sulla Terra, nel corso per esempio delle stagioni estive e invernali: i più diffusi e longevi modelli offerti dalla Terra “dalle larghe spalle”. Per entrambe queste ragioni, è stata la Luna a catturare da subito l’attenzione e stimolare l’immaginazione dell’essere umano, permettendogli di esplorare la propria esistenza sulla Terra facendo riferimento a essa e dando, attraverso di essa, un nome a quella stessa esistenza.

Vita e morte

I primi esseri umani videro perciò la loro esistenza come se fosse riflessa in quella della Luna. Il dramma della Luna divenne così esaltazione del dramma umano, rivestito in tal modo di dignità e solennità fino a rappresentare il dramma cosmico di tutta la creazione. La situazione si presentava ben diversa, invece, per quanto riguardava il Sole. Nel momento in cui, infatti, si credeva che questo trovasse la morte a Ovest per poi rinascere a Est, lo si considerava immutabile nel suo processo di morte e resurrezione. Nonostante attraversasse gli oscuri abissi degli inferi e sconfiggesse il terribile demone dell’oscurità, esso mai mostrava di perdere forma o parte della sua luce, in altre parole non invecchiava. Al contrario, la Luna soffriva dolorosamente la perdita graduale e inesorabile del proprio corpo di luce. Una volta raggiunto il culmine della sua forma, questa declinava, la luce si affievoliva, dapprima in modo quasi impercettibile e poi irrevocabile, fino a scomparire e diventare il nulla, “puro oblio”: “senza occhi, senza gusto, senza niente”. La Luna crescente altro non era che la Luna che invecchiava. Come l’essere umano, entrambi prigionieri della legge universale del divenire che portava alla morte. La tragedia era, dunque, il destino sia della condizione umana che dell’esistenza della Luna.

Eppure, la Luna in qualche modo differiva dall’umanità: essa fu in grado di trasformare un mito di morte in un mito di rinascita. Generandosi di volta in volta come Luna nuova e facendo ritorno in modo perpetuo al proprio inizio, la Luna unificava ciò che era spezzato, offrendo la promessa che la morte non fosse definitiva, ma solo un mutamento di forma. Come all’oscurità faceva seguito la luce, così alla morte la vita. La luce veniva fuori dal buio, come se questo desse vita alla luce. In tal modo era così intesa la dualità, incarnata e trascesa in un ciclo sempre ricorrente, del crescere e del calare della Luna. Analogamente, andrebbero considerate la vita e la morte, non in opposizione tra loro, ma in quanto fasi che si susseguono l’un l’altra secondo un ritmo infinito. La Luna, così, è diventata un’immagine sia del fluire del tempo che della totalità senza tempo, rappresentazione, unitamente, dello scorrere dei giorni e dell’eternità. E l’atto di misurazione, allora, sembrava creare il tempo stesso, riscattandolo un mese dopo l’altro.

Se l’iniziale mito della nascita, crescita e morte della Luna permette di distinguere le fasi del ciclo della vita in generale, il mito nella sua completezza richiede sempre la presenza di due Lune (una che se ne va, l’altra che ritorna), rivelando così una realtà che va oltre il tempo. Il paradosso sta nel fatto che, morendo, la Luna rinasce; andando via, ritorna eternamente, “ancora e ancora”. Per tale ragione, se è dalla consapevolezza del tempo che sarebbe scaturito il desiderio di eternità, allora è proprio la Luna che risponde a tale bisogno, da lei stessa originariamente suscitato. In un certo senso, il tempo e l’eternità nascono insieme per mezzo della Luna. “Che gli dèi mi concedano una vita che si rinnova ogni mese, come quella della luna”, dicevano i Babilonesi.

L’idea della rinascita della vita a partire dalla morte conduce però a un’ulteriore riflessione, dal momento che, nella realtà naturale dei sensi, la morte consiste sempre nel termine della vita senza mai esserne l’origine. Tale paradosso viene abilmente affrontato da Oswald Spengler nel suo libro Il Tramonto dell’Occidente.

Noi siamo il tempo, ma possediamo anche una immagine della storia, nella quale, se consideriamo la morte, la nascita ci appare come un enigma altrettanto oscuro... Questa è l’origine del pensiero in senso superiore, che a tutta prima è meditazione sulla morte. Ogni religione, ogni scienza della natura, ogni filosofia prende da qui le sue mosse... Così l’essenza di ogni autentico simbolismo, inconscia e interiormente necessaria, procede dalla conoscenza della morte...

Se, come suggerisce Spengler, noi “siamo il tempo” e, come i primi abitanti della Terra, ci siamo identificati con il ritmo temporale del crescere e calare della Luna, allora è proprio al suo eterno ciclico ritorno che dovremmo guardare per interpretare la nostra immagine nella storia. Solo in questa prospettiva è, infatti, possibile visualizzare il susseguirsi di morte e rinascita, in una visione del tempo che consuma ciò che ha generato, un “tempo divoratore”, per dirla con Shakespeare. Eliade osserva come:

"E' stata molto probabilmente l’immagine dell’eterna nascita e morte della luna che ha aiutato a cristallizzare le prime intuizioni umane sull’alternarsi di Vita e Morte, e... il mito della periodica creazione e distruzione del mondo.'’

La visione offerta dall'"eterno ritorno" della Luna porta a considerare la morte dell’individuo o di una cultura come un fatto transitorio e necessario, seguito inevitabilmente da una rinascita. Infatti, è innegabile che tutte le forme del tempo siano soggette al deterioramento, si sgretolano, invecchiano: se lasciate svanire in eterno, una volta riassorbite nell’unità primordiale, esse potranno riemergere, come il rinnovato apparire del crescente lunare. Senza prima essere passate per la morte, non avrebbero l’opportunità di essere rigenerate. Pertanto ogni concezione mitica relativa a primordiali apocalissi, come il diluvio universale, dove l’antica era viene spazzata via per fare posto a quella nuova, può facilmente venire ricondotta al modello lunare del rinnovamento ciclico, attribuendo tale specifico significato all’evento catastrofico. L’umanità, esasperata o peccatrice, viene annientata dal diluvio, ma non del tutto, perché qualcuno che vi sopravvive c’è sempre (che sia un animale lunare come la rana maori, un antenato mitico come il Manu indù o il sumerico Utnapishtim e il biblico Noè) ed è proprio dai sopravvissuti che può nascere la nuova umanità. Si tratta di una visione ottimistica perché, come la scomparsa in Cielo della Luna non è mai definitiva, allo stesso modo non lo è quella degli esseri umani, in termini individuali o di razza: essi, come ogni forma di vita sulla Terra, dispongono di una storia oltre il tempo.

Il più intricato ed entusiasmante tra i miti è dunque proprio quello della morte e resurrezione della Luna.

Data di Pubblicazione: 24 gennaio 2020

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