I desideri e la tua autobografia - Igor Sibaldi

Teologia del Desiderio

Guida ai Desideri - Il Seminario Integrale in DVD - Anteprima del libretto di Igor Sibaldi

I desideri e la tua autobografia

Tra i tanti modi in cui una persona può raccontare la propria vita, il più interessante, il più fruttuoso è probabilmente quello basato sui propri desideri. Quali desideri avevo da bambino? E quali ho oggi? Come sono cambiati e perché? E quali desideri mi si sono realizzati, e perché? E quali no, e perché no?

E ancora: quali desideri avrei potuto scoprire in me stesso, se qualcosa non mi avesse impedito di ascoltarmi e non mi avesse costretto a dare ascolto, invece, a tante altre persone?

E anche (questo sarebbe il punto più drammatico, in una autobiografia incentrata sui desideri): quali desideri altrui hanno influito su di me? Come ho lasciato che mi determinassero? Come e perché ho deciso di realizzarli, invece di realizzare i miei? E ho fatto bene?

Questo modo di raccontare se stessi avrebbe il vantaggio di aprire continuamente prospettive future. Fin dalle prime frasi di una simile autobiografia, infatti, ci si accorgerebbe di quanti desideri sono rimasti in sospeso - decenni fa, anni fa, mesi fa, ieri, mezz’ora fa, un attimo fa... - e ci si domanderebbe se, invece di continuare a raccontare, non sarebbe meglio prendere in considerazione quei desideri abbandonati o interrotti, e venirne a capo impegnandosi a realizzarli oppure trasformandoli in desideri più audaci.

C’è un passo dei Vangeli che fa proprio al caso:

Se stai offrendo un tuo dono sull’altare del tempio, e ti ricordi che un tuo fratello ce l’ha con te per un qualche motivo, lascia il tuo dono lì accanto all’altare e va’ prima a riconciliarti con quel tuo fratello; poi torna pure a offrire il tuo dono.

Matteo 5,23-24

A prendere sul serio questo ammonimento, l’offerta del dono sull’altare verrebbe rimandata a lungo, dato che di conoscenti animati da qualche motivo di risentimento ne hanno tutti moltissimi. E se invece di “un tuo fratello” pensassi a “una parte della tua personalità” che abbia qualcosa da ridire sul modo in cui hai vissuto e vivi finora, la tua offerta all’altare del tempio dovrebbe aspettare ancora più a lungo. Così avverrebbe anche per quella tua autobiografia, perché a ogni capoverso ti accorgeresti di qualche tuo vecchio desiderio accantonato che “ce l’ha con te”, e che ti domanda: “Che ci fai lì? Perché non ti occupi di me, che da tanto tempo sono urgente?”

Perciò, quando raccontiamo ad altri o a noi stessi la nostra storia, preferiamo elencare vicende compiute, finite: “Mi è capitato questo e quest’altro, ho imparato, pensato, creduto, amato questo e quest’altro” e così via. Se no, ci sentiremmo troppo a disagio. Ci piaceremmo talmente poco, da non aver più voglia di parlare di noi.

I desideri e la storia dei popoli

Lo stesso vale per la storia dei popoli. A scuola, impariamo a chiamare “storia” la descrizione di una lunga serie di fatti compiuti, e abbiamo perciò l’impressione che studiare storia sia studiare l’irrimediabile: così è stato, punto e basta, bisogna rassegnarcisi e subirne le conseguenze. Quei fatti passati, immutabili come catene montuose, ci mostrano (così ci dicono gli insegnanti) da dove veniamo e magari anche dove andremo, perché l’influsso che i fatti storici esercitano sulle nazioni è (ci dicono) talmente grande da non potersi proprio sopravvalutare.

Dalla storia, insomma, impariamo moltissimo di ciò che siamo: italiani, europei, discendenti da vincitori di guerre o da sconfitti, vincolati a uno Stato i cui confini sono stati decretati ancor sempre dalla storia, e appartenenti a una classe sociale che la storia ha plasmato, e pieni di convinzioni, certezze, fedi e dubbi che non siamo stati noi a produrre, ma la storia ci ha fatto trovare già bell’e pronti, e di cui ci ha intriso. In tal modo, la storia ci permette di risolvere, ovvero di mettere a tacere, molti interrogativi che possono venirci in mente, su come va il mondo.

Il mondo va come va perché prima era andato com’era andato. E chi, attraverso lo studio della storia, si impratichisce in questo genere di risposte e impara ad articolarle ampiamente, viene da tutti considerato un erudito e un saggio.

Se invece imperniassimo la storia sui desideri della gente - su ciò che un secolo fa, cinquecento anni fa, mille, duemila anni, la gente riusciva o non riusciva a desiderare - i nostri interrogativi su come va il modo richiederebbero risposte molto più complicate. Ci accorgeremmo che non è vero che il mondo va come va perché ha avuto un determinato passato, ma proprio per la ragione contraria: cioè perché non ha avuto e ancora non sta avendo altre possibilità. Invece che «maestra di vita», come diceva Cicerone, la storia diventerebbe tre cose: innanzitutto, una grande istruttoria in corso, scopo della quale è individuare i responsabili delle carenze o delle frustrazioni dei desideri della gente; in secondo luogo, un lungo elenco di cose da cambiare; e infine, un repertorio di desideri ancora in attesa di realizzazione, che i nostri predecessori ci hanno affidato sperando che noi riuscissimo ad avere più successo di loro. Così inteso, lo studio della storia diventerebbe talmente pericoloso per l’ordine vigente, che probabilmente verrebbe proibito in tutte le scuole dell’obbligo. Anche qui c’è un passo del Discorso della montagna che casca a proposito:

Avete sentito che fu detto: ama il prossimo tuo. lo invece vi dico: amate i vostri nemici.

Matteo 5,43-44

Ovverosia: la storia insegna che bisogna amare il “prossimo”, il vicino, il connazionale, più dello straniero, perché in questo legame d’amore con le persone circostanti consiste il fondamento dei popoli. Dacché esiste la storia si è sempre fatto così, e la storia non si cambia, e la storia è magistra vitae. Invece «io vi dico» che questo è sbagliato, perché da sempre è esistito negli uomini un grande desiderio di felicità, e la felicità non può esistere per chi si vede attorniato da nemici. Poco importa che la storia non menzioni questo grande desiderio di felicità, solo perché non si sono registrati negli annali fatti salienti che ne abbiano dimostrato la realizzabilità: quel desiderio c’è, conculcato, represso, e «io vi dico» che, perciò, di quel che gli storici sono abituati a narrare può importarci molto meno di quanto ci importi ciò di cui gli storici tacciono.

Così, una storia dei desideri potrebbe cambiare il mondo, a differenza della storia dei fatti, che giustifica il mondo così com’è.

I Desideri e la tranquillità interiore

Bastano questi due brevi argomenti a mostrare quanto i desideri siano fonte di stress per chiunque provi a prenderli un po’ sul serio. Aggiungo un altro argomento, che a me pare decisivo. Chiunque abbia trascorso un periodo della sua vita preferendo la rassegnazione ai desideri e poi abbia tutt’a un tratto cominciato a desiderare intensamente qualcosa o qualcuno, vi confermerà che quando non desiderava si sentiva molto più in pace con gli altri e anche con sé stesso.

Si sentiva più in pace con gli altri perché non aveva motivi di conflitto le cui cause ricadessero esclusivamente su di lui. Se litigava con qualcuno, se era insoddisfatto di qualcuno, era perché in una qualche misura quel qualcuno si comportava meno che bene. Se soffriva a causa di qualche ingiustizia, era perché qualcun altro aveva determinato quelle ingiustizie. Se d’inverno sentiva troppo freddo e d’estate troppo caldo, era sicuramente perché aveva qualche problemino di circolazione, ma anche e soprattutto perché d’inverno faceva veramente freddo e d’estate faceva veramente caldo. Invece, quando ha cominciato a desiderare qualcosa o qualcuno, tutto ciò che aveva intorno ha cominciato a non bastargli più, a deluderlo, a irritarlo, benché tutto ciò che aveva intorno fosse più o meno com’era sempre stato. Quando ha cominciato a desiderare qualcosa e qualcuno, ha cominciato ad annoiarsi troppo con persone con le quali prima non si era mai annoiato più di tanto, e non perché quelle persone fossero cambiate nel frattempo, ma soltanto perché era cambiato lui. Là dove prima si accontentava (e, pensava, come tanti, che chi si contenta gode), ha invece cominciato a sentirsi inquieto. E questa inquietudine ha rapidamente prodotto un notevole accumulo di stress - termine inglese, oggi internazionale, che notoriamente deriva dal latino strictus, “oppresso”.

Anche con sé stessi ci si sente in migliori rapporti, quando non si desidera. Chi non desidera nulla e nessuno può facilmente formarsi opinioni gradevoli in merito a sé stesso. Può giustificare tanti suoi difetti, pensando che altre persone ne hanno di molto peggiori. Può rallegrarsi dei risultati che ha raggiunto, pensando che poteva andargli peggio, e degli obiettivi che si pone, pensando che sono tutto sommato ragionevoli nelle condizioni in cui vive. Può perdonarsi molte cose, e riesce anche a dimenticarne completamente molte altre che, se ci pensasse, gli causerebbero rimorsi, rimpianti, rancore. Oppure, se prova rimorsi, rimpianti o rancore, può comunque consolarsi al pensiero che questi sentimenti forniscono un contenuto alla sua attività intellettuale: “così almeno” dice tra sé “ho qualcosa su cui riflettere, e di cui parlare; altrimenti sarei troppo vuoto”. Per dirla in termini più concisi e molto attuali, chi non desidera incontra meno difficoltà a praticare il cosiddetto pensiero positivo. Chi invece comincia a desiderare qualcosa o qualcuno, subisce l’attrazione del cosiddetto pensiero negativo. Invece di congratularsi di ciò che ha, ragiona più o meno cupamente su ciò che non ha ancora. Invece di essere orgoglioso di ciò che è, si rammarica di ciò che non è ancora diventato. Invece di elencare a sé stesso con un certo piacere le tante cose che ha fatto e che sa fare, comincia a riflettere su tante altre cose che non ha fatto e che non sta facendo. In tal modo va contro un antico principio filosofico, caro alla scuola epicurea, secondo il quale il benessere interiore dipende innanzitutto dal tenersi alla larga dalle aspirazioni infinite. Come esempi di aspirazioni infinite, gli epicurei menzionavano il denaro o le conquiste amorose: va da sé, infatti, che chi desidera il denaro si condanna alla scontentezza, perché di denaro ce ne sarà sempre più di quanto lui possa possederne; e così pure chi fa collezione di avventure amorose, dato che ci saranno sempre più occasioni d’avventure di quante lui non riesca ad averne. E chi, desiderando, comincia a pensare a tutto quel che non ha ancora fatto e che può fare finirà appunto in preda a un’evidentissima aspirazione infinita, perché ci sono più cose da fare di quante lui riesca mai a farne. Le aspirazioni infinite generano ansia, l’ansia elimina la possibilità della tranquillità interiore, e chi non ha tranquillità interiore - dicevano gli epicurei, due secoli prima di Cristo - non è un sapiente. Moltissimi, ancor oggi, la pensano come loro e motivano in questi termini la loro riluttanza a desiderare, se non addirittura la loro atrofia del desiderio. Solo che, oggi che la sapienza non è una parola che goda di popolarità, si preferisce concludere questo ragionamento dicendo che chi desidera non solo non ha tranquillità interiore, ma compie l’errore di farsi carico di problemi che, se non desiderasse, non avrebbe.

Di opinione completamente opposta erano gli autori dei Vangeli:

Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame!

Luca 6,25

A tutta prima, una frase del genere si direbbe scritta apposta per mettere di cattivo umore, se non addirittura per invidia nei riguardi dell’altrui sazietà. E non si vedrebbe proprio perché chi è capace di sentirsi sazio debba andare incontro a periodi di denutrizione. Ma questa famosa frase acquista un significato completamente diverso se la si intende nel senso che gli autori dei Vangeli volevano darle, e cioè: guai a quegli aspetti della tua personalità che adesso si accontentano e perciò non desiderano! Quando infatti comincerai a desiderare, quegli aspetti della tua personalità ti appariranno ripugnanti, ti accorgerai che sono loro i responsabili di tutto ciò che nella tua vita si è incagliato.

Questo testo è estratto dal libretto "Guida ai Desideri - Il Seminario Integrale in DVD".

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