Il Trono della Gioia - Georges Lahy (Virya) - Estratto

Il Trono della Gioia - Anteprima del libro di Georges Lahy (Virya)

La gioia causata, ovvero la lotta per la sopravvivenza

La gioia causata, ovvero la lotta per la sopravvivenza

«Dalla natura della sua unione (dvequth) con Dio dipenderà anche la natura della sopravvivenza dell'anima in alto, in basso oal centro.»
(Abraham Abulafia, Otsar Eden ha-Ganuz)

Può sembrare paradossale associare i concetti di gioia causata e «lotta per la sopravvivenza», poiché è evidente che uno è di natura passiva e l'altro di natura attiva. Per poter comprendere tale associazione è necessario chiarire bene la differenza tra le nozioni di Gioia incausata e gioia causata.

La Gioia incausata attinge agevolmente, naturalmente e ininterrottamente alle sorgenti della vita, che in tale stadio è descrivibile come «luce immutabile e infinita allo stato più puro». Al posto del termine «luce», utilizzato qui nella sua accezione mistica, se ne possono usare tanti altri, ad esempio «energia».

La stretta connessione della Gioia incausata con la vita fa sì che non occorra alcuno sforzo per alimentarla. Per essa, infatti, la vita «è, era e sarà» in assoluta unità, poiché a questo livello non esistono più distinzioni di tempo, spazio e movimento (è a questo che allude il Libro della Genesi con l'immagine dell'Albero della Vita). Inoltre non esistono più interrogativi di sorta e la coscienza sperimenta uno stato di equanimità difficilmente concepibile, in quanto è rilassata e in espansione al tempo stesso.

Il grande quesito, quello relativo al mistero della Vita, non si pone più e così vengono messi a tacere tutti gli altri interrogativi, poiché ciò che è è. Anche il problema delle cause scompare, perché si è e basta. Se qualcuno sente il bisogno di dire che è nella gioia, significa che in realtà non lo è: chi lo è veramente, infatti, non prova alcun bisogno di dirlo a se stesso o di convincerne gli altri: lo è e basta. Chi è sperimenta la luce purissima che scaturisce dalla pienezza dell'essere. A tale proposito, si può notare che in italiano e in francese il nome del punto cardinale in cui sorge il sole e si manifesta la luce coincide con la forma ver baie latina est, che significa «è». Non a caso è in tale direzione che il Libro della Genesi colloca l'Albero della Vita, cioè l'Albero dell'Essere, ed è in tale direzione che devono volgersi tutti coloro i quali aspirano a essere veramente.

La Gioia incausata non ammette dubbi o incertezze

La Gioia incausata non ammette dubbi o incertezze di alcun genere. Se dico: «Provo della gioia» anziché: «Sono nella gioia», allora sto parlando di gioia causata, vale a dire di una gioia che ha bisogno di alimentarsi e rinnovarsi per avere la certezza di esistere ancora.

La Gioia incausata non consiste né in una fusione né in una dissoluzione nell'Oceano della Luce universale, ma in una connessione con il suo flusso vitale, in un'adesione della coscienza differenziata alla Coscienza cosmica, cioè in quella che i cabbalisti chiamano dvequth. La Gioia incausata vive di vita propria e non ha alcun bisogno di essere alimentata dal momento che, come ho già detto, è e basta. Di conseguenza nessuna scorza può scalfirne o alterarne il potere.

La gioia causata, invece, è simile a un fuoco che occorre alimentare e ravvivare continuamente e con fatica. Nel Libro della Genesi è simboleggiata dall'Albero della conoscenza del bene e del male. Essa corrisponde anche allo smarrimento provato da Adamo ed Èva a seguito della loro cacciata dal giardino dell'Eden, e segna perciò il passaggio dalla vita alla sopravvivenza o, per usare un lessico mistico, dall'Albero della Vita all'Albero della sopravvivenza.

La lotta per la sopravvivenza è il fondamentale sforzo messo in atto dall'uomo per costruirsi un futuro, ed è basata essenzialmente sull'istinto di riproduzione. È simboleggiata anch'essa dall'Albero della conoscenza del bene e del male, un albero sessuato, ovvero strutturato secondo i princìpi del maschile e del femminile. Per «conoscenza» si intende qui la condizione di chi è consapevole della propria esistenza e si sforza di farla proseguire. Ma nella Bibbia «conoscere» vuol dire anche «avere rapporti sessuali»; «Adamo conobbe (yadà) Èva, sua moglie, ed ella concepì» (Genesi 4:1); espressioni simili si trovano in molti altri passi biblici. Si noti che la conoscenza è il presupposto del concepimento, tanto che, parafrasando Cartesio, si potrebbe dire: «Conosco quindi concepisco», dove «conosco» equivale a «sono consapevole di essere». Ma chi sono? Quesito di fondamentale importanza allo stadio dell'Albero della Conoscenza, ma destinato a svanire quando si accede all'Albero della Vita.

Il binomio intimità sessuale-conoscenza

Il binomio intimità sessuale-conoscenza presente nel passo citato della Genesi evoca anche l'unione mistica della creatura con il suo Creatore, che in ebraico è detta dvequth. «Non è più sorto in Israele un profeta simile a Mosè, che Yhwh conobbe (yedaò) faccia a faccia» (Deuteronomio 34:10).

Come detto nel capitolo precedente, Baruch Spinoza chiama conatus l'impulso, insito in ogni cosa, a sforzarsi di perseverare nell'essere e a lottare per la sua sopravvivenza. Esso corrisponde al faticoso tentativo della gioia causata di sublimarsi in Gioia incausata. Il termine latino conatus, infatti, significa letteralmente: «sforzo», «tentativo».

La gioia causata dev'essere alimentata da una continua lotta per la sopravvivenza. Inoltre essa genera un'incessante serie di interrogativi, fondati sul bisogno di un futuro che, a motivo della nostra ignoranza, ci appare sconosciuto. Nel momento in cui uno di tali interrogativi resta senza risposta, una grande angoscia assorbe e imprigiona l'energia insita in esso, creando la prima membrana di una cortexis.

Questa lotta per la sopravvivenza ha in parte bisogno di fondarsi su consuetudini, credenze, riti e abitudini; su tutti quei gesti che ripetiamo sistematicamente nel tempo al fine di ravvivare e alimentare in noi il desiderio di sopravvivere e che continuiamo a compiere anche se ciò ci fa sprofondare nell'inconsapevolezza al punto che non sappiamo più il vero motivo per cui li facciamo. Questi atti rituali finalizzati alla sopravvivenza dei quali si serve il conatus - e che qualcuno potrebbe considerare forme di superstizione - sono in realtà misure di sicurezza tese a impedire alla cortexis di soffocare completamente in noi la spinta a sopravvivere e a rilanciarne le dinamiche. Non tutte le consuetudini, i riti e le credenze giovano automaticamente al conatus: può infatti capitare di imbattersi in pratiche distorte che alimentano e rafforzano direttamente la cortexis.

L'intensità dello stress generato in noi dallo sforzo per sopravvivere ci fa dimenticare di vivere e separa la nostra coscienza dalla Luce universale, che nella Qabalah prende il nome di «Grande Volto», espressione che indica uno stato di autentica espansione della coscienza contrassegnato dalla serenità e dalla felicità, nel quale non può formarsi alcuna scorza. La separazione della coscienza dalla Luce universale riduce il suo campo, e il «Grande Volto», raggiante di Gioia incausata, si muta nel «Piccolo Volto», offuscato dalla gioia causata (l'aggettivo «piccolo» si potrebbe anche rendere con «stressato», «tormentato», «afflitto» ecc.). In questo stato, la trama globale degli eventi si restringe e la distanza mentale che ci permette di prevederli diminuisce.

Più lo stress e l'angoscia aumentano, più il «Volto» si riduce, e si assiste al formarsi e al progressivo consolidarsi della cortexis. Lo sforzo necessario per sopravvivere diviene tale da assorbire tutte le energie vitali, che vanno a nutrire le membrane della cortexis, la cui azione si manifesta sotto forma di malattie, malesseri, traumi, paure ecc.

La cortexis si comporta come una sanguisuga, poiché assorbe tutta l'energia vitale. Essa vanifica i nostri sforzi per sopravvivere, o perlomeno li rende inefficaci e insufficienti. Il Libro dei Proverbi (30 :15) la descrive così: «La sanguisuga ha due figlie: "Dammi! Dammi!". Tre cose non si saziano mai, anzi quattro, che non dicono mai: "Basta!"...». Più la cortexis è forte, più lo stress implicato dalla lotta per sopravvivere aumenta e la coscienza si restringe, tanto che può perfino scomparire la nozione stessa di spiritualità, il che è davvero spiacevole giacché è lo spirito che ci mantiene nello stato di coscienza espansa in cui sola può fiorire la Gioia incausata. Lo spirito è l'unico vero solvente capace di decomporre e indebolire le membrane della cortexis.

Quando il conatus riesce a «comporsi» armonicamente con il mondo circostante, la sua lotta per la sopravvivenza non solo non si arresta, ma si fa più pacata. In questo stadio sopravvivere richiede assai meno energia, e dinanzi a noi si schiude la sfera della vera Vita. Se il conatus «si compone» con la realtà, la cortexis si decompone e si sgretola, liberando l'energia vitale che aveva imprigionato. Per contro, quando tale «composizione» non avviene, l'intensità della lotta per sopravvivere aumenta e si produce un distacco dalla realtà della Vita. A questo punto la cortexis, nutrendosi degli sforzi messi in atto dal conatus, può «comporre» e rafforzare le sue membrane. Parallelamente, la trama degli eventi si restringe, lo spazio ci appare ridotto, il tempo sembra accorciarsi e il turbinio della materia si impossessa del nostro soffio vitale infondendogli una sorta di collera che è all'esatto opposto della sua vera natura, improntata esclusivamente alla calma e alla serenità.

Lo sforzo per sopravvivere

Non è lo sforzo per sopravvivere in sé a costituire un problema, ma il suo eccesso. L'intensità di tale sforzo deve limitarsi a quanto basta a soddisfare le mere necessità della sopravvivenza, poiché ogni eccesso in tal senso non solo non apporta il minimo contributo alla sopravvivenza stessa, ma non fa che alimentare e rafforzare la cortexis. Ma c'è di più: l’eccessivo sforzo per sopravvivere ci fa dimenticare di vivere e ci occulta la vista del futuro. È necessario rendersi conto che le sofferenze della vita, le cui radici affondano nelle membrane della cortexis, sono alimentate dalla nostra stessa energia. È sufficiente trovare il modo di bloccare questa dispersione di energia perché tali sofferenze, come un fuoco che non viene più attizzato, a poco a poco si estinguano.

Ricorrendo a una similitudine, eccedere nello sforzo per sopravvivere è come pagare qualcuno perché ci infligga delle sofferenze: basterebbe non pagarlo più per smettere di soffrire. E allora perché continuare a farsi del male? Come vedremo in seguito - benché di primo acchito la cosa possa sembrare sorprendente - se ciò avviene è perché a qualche livello, presumibilmente inconscio, si pensa di ricavarne un vantaggio. Pertanto occorre portare alla luce tale movente occulto e decidere se continuare a «pagare» per perseguirlo o smettere di farlo. Bisogna partire dal principio che siamo noi il fulcro di tutto quanto ci accade, che siamo sempre noi la causa degli effetti che subiamo. Se una certa cosa si verifica è perché noi, consciamente o inconsciamente, abbiamo agito sulla trama degli eventi affinché avesse luogo: se una cosa ha «luogo», cioè, è perché le è stato riservato, o perlomeno lasciato, un posto in cui insediarsi.

Tra i metodi in grado di porre un limite agli eccessivi sforzi per sopravvivere e sostituirli con quelli strettamente necessari vi è naturalmente quello fondato sul controllo del respiro, che insegna a prendersi il tempo per respirare con calma e rientra tra le tecniche-base dello «scortecciamento», un approccio complesso che include appunto il respiro, ma anche i suoni e i movimenti. Prima di accostarsi ad esso, è necessaria una graduale presa di coscienza articolata in tre fasi: percezione, concezione e ricezione. Questo processo - che amo indicare con l'acronimo «PCR» — e il lavoro ad esso correlato sono al centro del capitolo seguente. 

Questo testo è estratto dal libro "Il Trono della Gioia".

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