SPIRITUALITÀ ED ESOTERISMO

Un aneddoto di Ya'acov Darling Khan sulla via dello sciamanesimo

Un aneddoto di Ya'acov Darling Khan sulla via dello sciamanesimo

Scopri l'esperienza dell'autore durante il suo soggiorno portoghese: un passo sofferto per prendere coscienza e avvicinarsi allo sciamanesimo autentico.

Un sogno portoghese

"Tutti gli uomini sognano: ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte, nei recessi polverosi delle loro menti, si svegliano di giorno per scoprire la vanità di quelle immagini; ma coloro i quali sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché possono mettere in pratica i loro sogni a occhi aperti, per renderli possibili."
Thomas Edward Lawrence

Susannah e io stavamo facendo campeggio libero sulla spiaggia di una località poco conosciuta, nei pressi di Faro. Qualche giorno di sole era proprio ciò che ci voleva per riprendere fiato e lasciare spazio all’integrazione. Era un periodo molto intenso. Eravamo entrambi apprendisti di Batty Thunder Bear Gold della Deer Tribe, il che comportava l’impegno a frequentare un corso di studi e una serie di cerimonie, alcune in gruppo, altre da fare a casa per conto proprio. Al tempo stesso lavoravamo con due insegnanti della Deer Tribe che vivevano nel Regno Unito, Heather Campbell e Sue Jamieson. In più, ogni volta che Arwyn tornava, non perdevo occasione di andare in qualunque parte del paese lei lavorasse.

Non avevo idea di cosa mi aspettava su quella piccola spiaggia, ma probabilmente il sogno che feci laggiù sarebbe venuto a cercarmi ovunque. Gli stavo andando incontro a tutta velocità.

Tuttavia, ne ero beatamente inconsapevole. Dedicavo anima e corpo alle mie scoperte, e l’invito di Arwyn mi aveva dato quella che percepivo erroneamente come la sicurezza di cui avevo bisogno per andare avanti. Ora che una donna-medicina mi aveva riconosciuto, credevo di essere sulla strada giusta per diventare uno sciamano, e adoravo quell’avventura. Avevo ventitré anni.

Ma la vacanza in Portogallo fu per me come la danza dei sette veli. Ogni notte mi veniva strappata di dosso un po’ di fiducia in me stesso finché, dopo una settimana, la carne viva delle mie paure e insicurezze, che fino ad allora la mia presunzione era riuscita benissimo a mascherare, si ritrovò completamente messa a nudo.

La prima notte di campeggio feci un sogno lucido. Stavo volando verso una meta specifica; non ricordavo quale fosse, ma una parte di me sapeva esattamente dove andare.

Dopo un po’ mi rendevo conto di essere diretto verso la casa in cui avevo vissuto da piccolo, dai sette anni in su. Mi libravo all’altezza della finestra della mia vecchia cameretta, e venivo raggiunto da me stesso all’età di sette anni. Eravamo entrambi molto felici di quell’incontro. Volavamo insieme, e lui annunciava che mi avrebbe accompagnato «dai nonni». Lo interpretavo come un riferimento a una cerchia di anziani delle tribù, e mi sentivo emozionatissimo, pronto ad ascoltare tutte le loro rivelazioni.

Infatti, ben presto ci ritrovavamo a sorvolare una foresta, fino a toccare terra nei pressi di una capanna circolare in stile indigeno. Non c’era elettricità, e sentivo che era abitata da persone ancora capaci di essere in contatto con la magia della vita. La dolce fragranza del fuoco si mescolava a un profumo di incenso bruciato. Seguivo il mio alter ego bambino dentro la capanna e andavo a prendere posto vicino al fuoco, con lui alla mia destra.

Man mano che i miei occhi si abituavano alla penombra, mi rendevo conto di essere seduto in cerchio insieme ad altre persone, tutte vestite con sgargianti e variegati abiti tribali. I colori e i disegni erano stupefacenti; risultava difficile staccare lo sguardo dai loro copricapi e ornamenti di perline. Sembrava ci fossero un uomo e una donna per ogni tradizione sciamanica del mondo: sciamani provenienti da ognuno dei cinque continenti che sedevano in cerchio, tutti con lo sguardo puntato su di me e un’espressione seria sul volto.

Provavo un attimo di paura, subito cancellata dall’emozione di trovarmi in mezzo a quelle persone straordinarie. Mi chiedevo quali prodigiosi misteri stessero per rivelarmi. Devo confessare che una parte di me stava già pregustando il momento in cui avrei raccontato ad Arwyn e Batty di quel meraviglioso incontro con gli anziani, e l’idea mi riempiva di euforico compiacimento.

Sentivo una musica, e continuando a percorrere il cerchio con lo sguardo vedevo un uomo che se ne stava per conto suo, suonando un piccolo tamburo ovale e cantando sommessamente. Rimanevo in attesa. Il bambino accanto a me era diventato molto silenzioso; lo prendevo come un suggerimento, benché la mia mente fosse tutt’altro che tranquilla. Poi il suono del tamburo cessava, e la coppia che sembrava capeggiare il gruppo si alzava in piedi.

Con toni estremamente formali e cerimoniosi, mi davano il benvenuto nell’assemblea, informandomi che dovevo rimanere in silenzio e ascoltare ciò che avevano da dirmi senza mai interrompere. Io annuivo con un cenno del capo. Avevo il cuore a mille, ma ero confortato dalla presenza del fuoco e del bambino accanto a me.

Poi i tamburi, stavolta più di uno, ricominciavano a suonare, e si levava un canto simile a un cupo brontolio che mi faceva venire i brividi. Il fumo dell’incenso e del fuoco mi avvolgeva nelle sue spirali; per un attimo temevo di essere sul punto di svenire.

I discorsi degli anziani

Due per volta, gli anziani si alzavano in piedi e mi rivolgevano i loro discorsi. In effetti, più che discorsi erano vere e proprie paternali, declamate in toni solenni e furibondi. Mi facevano la ramanzina più severa che avessi mai ricevuto. Chi credevo di essere, per andarmene negli Stati Uniti a lavorare con una maschera quando non sapevo nemmeno dov’erano i miei piedi? Di sicuro non erano poggiati per terra! E che dire delle mie finanze? Ero ancora indebitato dai tempi del college, e non avevo il benché minimo piano per portare in equilibrio quell’aspetto della mia vita. Perché stavo scappando, e da che cosa? Non sapevo che tra i miei antenati vigeva la regola di studiare il filone mistico dell’ebraismo conosciuto come Cabala? No, non lo sapevo. Colmavano rapidamente le mie lacune, aggiungendo qualche altra raccomandazione.

  1. Dai un senso alla tua vita nel mondo materiale, trovando il tuo lavoro e dando il tuo contributo.
  2. Pensa alla famiglia, impara ad amare nel mondo materiale e metti i piedi per terra.
  3. Fai le tue esperienze di vita, e dopo, quando avrai quarant’anni (!!!), forse potrai cominciare a studiare gli aspetti più mistici dell'esistenza».

In pratica mi stavano dicendo di trovarmi un lavoro, saldare i debiti, scendere dalle nuvole e assumere la responsabilità della mia vita.

Poi passavano a chiedermi del benefattore che, secondo le mie fantasie, sarebbe apparso dal nulla per sovvenzionare il mio viaggio e gli studi negli Stati Uniti. Credevo di essere così brillante da non aver bisogno di lavorare per fare esperienza? Mi sembrava giusto fare affidamento sul duro lavoro di qualcun altro per arrivare là dove volevo? Come potevo pensare anche solo di prendere in considerazione l’offerta di Arwyn per cominciare a volare, quando non avevo ancora imparato neppure a camminare?

Mentre parlavano, smantellando a suon di reprimende tutti i miei sogni sugli insegnamenti spirituali che mi aspettavo di ricevere, un angoscioso dolore mi torceva le budella in una morsa di ghiaccio. Le loro voci avrebbero potuto essere quelle dei miei genitori o dei miei nonni... e io che pensavo di essere riuscito a sottrarmi alle loro opinioni sul modo in cui vivevo la mia vita.

Intanto il bambino accanto a me sedeva impassibile, respirando tranquillamente. Io, che in quel momento mi sentivo più bambino di lui, non riuscivo proprio a capire come potesse rimanere così calmo. Mi prendeva una mano e la stringeva tra le sue. Mi veniva da piangere, ma non volevo umiliarmi fino a quel punto. Resistevo con tutte le mie forze, fino a sentire i muscoli indolenziti, pregando perché la tortura finisse presto.

Mi svegliai tutto sudato, gli occhi brucianti di lacrime, il corpo rigido e dolorante sull’angusto materassino da campeggio. Che sollievo essere sveglio, lontano dal torchio! In realtà una parte di me era cosciente che il potere di quel sogno aveva già provocato un cambiamento irrevocabile, ma mi affrettai a insabbiare quella consapevolezza.

Mentre mi svegliavo, portai distrattamente una mano verso il mio orecchino di bronzo che raffigurava un’antica dea austriaca. Amavo quell’oggetto: rappresentava il mio lato femminista, di cui andavo orgoglioso. Il tempo di Dio era finito; ora toccava di nuovo alla Dea. L’orecchino simboleggiava la direzione in cui credevo si stesse rivolgendo la mia vita. Ero sulle tracce delle antiche tradizioni; le usanze moderne non andavano bene, e la soluzione consisteva nel condurre una vita totalmente spirituale. Non toglievo mai quell’orecchino se non per pulirlo, e l’avevo pulito giusto la sera precedente prima di andare a dormire.

Perciò fu grande il mio sgomento quando al suo posto sentii uno spazio vuoto. Schizzai fuori dal sacco a pelo e, dopo aver svegliato Susannah con tutta la delicatezza che mi era possibile, cominciai una ricerca frenetica.

Frugammo dappertutto, ma l’orecchino non era da nessuna parte. Mi sentivo da schifo. Feci tutto quello che potevo per calmarmi e vedere le cose nella giusta prospettiva, ma l’agitazione non mi abbandonava. Sentivo di aver perso molto più che un semplice orecchino.

A quel punto il sogno era stato del tutto soppresso dalla mia memoria. In fondo era solo un incubo, probabilmente dettato dalla mia paura di prendere in mano il mio potere e andare a lavorare con Arwyn.

A Susannah, quella prima volta, non raccontai nulla di quanto era accaduto.

Per tutto il giorno la mia mente fu annebbiata da un vago senso di inquietudine e nervosismo, e, malgrado la bellezza del paesaggio circostante, man mano che si avvicinava la sera mi sentivo attanagliare da una paura sempre più forte. Persino le bellissime upupe che svolazzavano attorno alla nostra tenda diventarono per me una fonte di sospetto e irritazione. In fondo poteva anche essere stata una di loro a rubare il mio orecchino.

Quando infine arrivò il momento di andare a dormire, come d’abitudine dichiarai l’intenzione di svegliarmi nel mezzo dei miei sogni per vedere cosa accadeva. E quello che accadde fu davvero incredibile.

Una notte incredibile

La prima parte della notte fu popolata di sogni brevissimi, piccoli episodi di vita quotidiana pressoché insignificanti. Tuttavia, a un certo punto mi ritrovai con stupore nello stesso identico sogno lucido della notte prima. Tutti i dettagli erano perfettamente uguali, e nonostante sapessi che si trattava di un sogno non riuscivo a cambiare nulla. Mi sentivo trattenuto dalla forte energia del sogno stesso; non potevo fare altro che arrendermi e cercare di sopravvivere ai veementi discorsi che mi venivano indirizzati, gli stessi della notte precedente, ripetuti quasi alla lettera.

Questa volta non provavo alcuna esultanza o compiacimento all’idea illusoria di essere stato scelto per chissà quale sacra missione. Mi sentivo invece umiliato dalla mia stessa arroganza, confuso e a disagio nel vedere pubblicamente smascherato il mio orgoglio. La morsa di ghiaccio tornò ad attanagliarmi le budella, ancora più forte della notte precedente. Pensai persino di dover vomitare.

A rendere il tutto ancora peggiore, i personaggi del sogno erano tutte persone a cui avrei desiderato essere vicino. L'unico elemento completamente diverso rispetto alla notte prima era che adesso una parte di me cominciava a rendersi conto della cura che quegli anziani mi stavano dedicando.

Quando mi svegliai, sapevo di doverne parlare con Susannah. Le raccontai tutto, e lei, dopo avermi ascoltato con attenzione, mi domandò quale significato ci vedessi.

Misi subito in chiaro che non ero disposto a rinunciare al mio sogno di andare a lavorare con Arwyn negli Stati Uniti. Ero sulla difensiva; mi sentivo seriamente minacciato, sebbene Susannah non mi stesse affatto criticando né suggerendo di dare ascolto a ciò che dicevano gli anziani. Avevo appena trovato un ambiente in cui le mie esperienze potevano essere comprese, in cui potevo imparare ciò che realmente mi interessava anziché sottopormi alla trafila di un’istruzione che vedevo un po’ come una farsa. Mi si era appena spalancata una porta, e quelle figure oniriche sembravano decise a chiudermela in faccia.

Ho sempre avuto una volontà molto forte, a volte anche troppo. Mi ci è voluto un percorso di quasi trent’anni per arrivare a vedere la resa come un atto positivo. In passato la consideravo un modo per ammettere la sconfitta. Certo, col passare degli anni avrei imparato ad arrendermi nella danza, ma la danza è qualcosa di impersonale. Per come ero fatto allora, non intendevo rinunciare a ciò che più mi importava nella vita a causa di un paio di sogni lucidi. Iniziavo a comprendere che il mio orecchino era perso per sempre e che si stavano verificando eventi al di fuori del mio controllo cosciente, ma di una cosa ero certo: non mi sarei arreso.

D’altro canto, però, nemmeno la parte della mia coscienza che aveva assunto la forma di un circolo di anziani per comunicarmi qualcosa aveva intenzione di arrendersi. Notte dopo notte, per tutta la settimana continuai a ripetere lo stesso sogno. Ogni volta mi rendevo conto di sognare e cercavo in tutti i modi di cambiare la trama e ascoltare un messaggio diverso, ma non c’era niente da fare. Gli anziani non si smuovevano dalla loro posizione, neppure se tentavo di persuaderli, difendendo me stesso o persino accusandoli di essere solo una stramba manifestazione delle mie paure ancestrali. Per tutto il tempo rimanevano calmi e imperturbabili, perseveranti come le onde del mare che si frangono sugli scogli.

Così le mie nottate divennero teatro di battaglia fra le diverse parti della mia psiche, sotto lo sguardo tranquillo e sempre presente di me stesso bambino. Non che le mie giornate fossero migliori: passavo dalla totale resistenza a un astioso risentimento, ma pian piano, mio malgrado, cominciai a intravedere un barlume di verità in quello che gli anziani mi dicevano.

La sesta notte, a un certo punto del sogno si alzò in piedi un nuovo personaggio. Era scuro come la notte, ma al tempo stesso emanava uno strano bagliore che sembrava provenire dall’interno. La sua voce ricordava i sassi nel letto di un fiume: acquosa e gutturale, forte e melodica. Mi disse: «Ben poche cose al mondo possono crescere senza radici forti. Le tue radici sono deboli. Sei testardo e impulsivo, e ti avviso che, se non dai retta ai nostri consigli, ogni tuo passo ti porterà sempre più lontano dal Sé che noi vogliamo aiutarti a diventare. Ascoltaci e il tuo desiderio si avvererà, ma non nel modo che pensi tu».

Qualcosa nelle sue parole, o nel modo in cui le pronunciò, riuscì a far breccia nelle mie difese. Mi resi conto che quegli anziani, chiunque fossero in realtà, ogni notte erano lì per me, fermi e costanti nel loro amore. Tanto bastò. Una diga cedette dentro di me e cominciai a piangere, con lacrime spesse e brucianti, il corpo scosso dai singhiozzi. Avevo davvero la sensazione che una parte di me stesse morendo, e una volta iniziato il processo era impossibile arrestarlo. Rimasi dentro il sogno, aggrappandomi al ritmico sottofondo creato dai tamburi e dalle voci che cantavano mentre crollavo in pezzi.

La resa

Il mio pianto era quasi privo di pensieri. Mi apparvero lampi di immagini: guerrieri che morivano in battaglia, porte di legno mirabilmente intagliate che si aprivano e si chiudevano. E infine mi ritrovai in ginocchio, ringraziando gli anziani per essere comparsi e chiedendo perdono per la mia ostinazione, promettendo solennemente di non combattere mai più la loro saggezza e di sistemare la mia vita una volta per tutte.

Loro risposero con quella risata bonaria che solo gli anziani riescono a fare, quando vedono i giovani consacrarsi a un cammino di cui non sanno ancora nulla.

Mi svegliai esausto, ma cambiato. Quando raccontai a Susannah ciò che era successo, lei si limitò a sorridere e abbracciarmi. Aveva più fiducia in me di quanta non ne avessi io stesso.

Quel giorno vidi tutto con occhi diversi. La freschezza dell’oceano e la dolce fragranza del vento mi parvero completamente nuove. Sapevo che la mia vita era cambiata e, come spesso accade in simili situazioni, mi sentivo ricolmo di speranza.

Tornammo a Londra il giorno successivo, con il sole portoghese ancora sulla pelle. Nutrivo nel cuore una nuova risoluzione. Ero determinato a trovare un approccio più concreto con cui affrontare i miei studi e la mia vita. Non avevo la più pallida idea di cosa avrei fatto, a parte contattare Arwyn per raccontarle l’accaduto, ma speravo di ricevere chiarezza e ispirazione lungo la strada.

A casa trovai la mia posta ordinatamente impilata e cominciai senza molta concentrazione ad aprire una busta dopo l'altra. Quando però fu il momento di guardare il rendiconto mensile della mia carta di credito, scoprii che avevo superato il plafond e avevo una richiesta di pagamento immediato.

In un istante, tutta la paura che avevo provato nel sogno tornò ad attanagliarmi le viscere con la sua morsa agghiacciante, facendomi sentire smarrito e spaventato come non mai. Non riuscii a fare altro che correre al piano di sopra e nascondermi sotto il piumino del letto.

Non sapevo che pesci prendere. Non avevo alcun reddito garantito. Il mio sogno di volare negli usa e trasformarmi in Super Sciamano era miseramente naufragato. In più, avevo i conti in rosso e dovevo pagarli al più presto.

Il terrore non è un’emozione ragionevole, e in quel momento ne ero completamente invaso. Rimasi nascosto sotto il piumino, in attesa che arrivasse la notte a inghiottirmi nella sua oscurità, smarrito e alla deriva negli abissi dell’ignoto. Mi sembrava di annegare. Susannah fece del suo meglio, ma niente di ciò che poteva dire riusciva a sollevarmi. Mi terrorizzava soprattutto la sensazione di essere completamente impotente, senza più una direzione, dopo che l'ago impietoso di un rendiconto bancario aveva fatto scoppiare l’eterea bolla delle mie speranze.

Eppure, nella mia costernazione udivo comunque una vocina dentro di me, quasi impercettibile, che mi sussurrava con calma e senza alcun rimprovero: «Mio caro, adesso sai da cosa stavi scappando: è ora di crescere e imparare a vivere al meglio in questo mondo. Il primo passo consiste proprio nell’affrontare questo senso di impotenza che da tanto tempo ti porti dentro».

Incapace di rispondere, mi limitai a rannicchiarmi su me stesso finché non mi addormentai, rifugiandomi come avevo sempre fatto nell’oscuro abbraccio della notte.

Data di Pubblicazione: 17 dicembre 2018


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