Una Corona di Disegno Femminile - Sally Kempton

Una Corona di Disegno Femminile

Il Risveglio della Shakti - Anteprima del libro di Sally Kempton

Una notte di ottobre nell’India rurale

Le Dee incarnate lo sono la regina sovrana, il tesoro di tutti i tesori, il cui respiro dà origine a tutti i mondi e tuttavia si estende al di là di loro - così grande sono io in magnificenza.

Devi Sukta (Inno di lode alla Dea) dal RgVeda

Se ci dovrà essere un futuro, indosserà una corona di disegno femminile.

Aurobindo Ghose

Una notte di ottobre nell’India rurale, mi innamorai della Dea. Accadde la seconda notte di un festival chiamato Navaratri, che celebra il divino femminino nella guerriera Durga, colei che uccide i demoni di ego e avidità. Come molti festival in India, Navaratri è sia una grande festa che un’occasione per la comunione mistica con il divino. Le donne indossano le vesti più belle; i templi straripano di fedeli. Le notti sono piene di danze e racconti. Le persone hanno esperienze amplificate, anche visionarie, dell’energia che il festival evoca.

Quella notte eravamo raccolti in parecchie centinaia nel luccichio delle candele intorno a un’enorme statua di Durga alta più di due metri, seduta su una bianca tigre, col suo sari rosso, le braccia irte di armi. Io dovevo raccontare una delle mie storie mitologiche preferite: la storia d’amore della Dea Sati.

Ero entusiasta dell’opportunità di raccontare una storia - talvolta mi piace farlo - in un’atmosfera così carica di attenzione. Ma quando mi alzai per parlare, fui sopraffatta da una sensazione molto più grande dell’eccitazione. Fu una sorta di estasi, una profonda gioia pulsante che quasi mi distrusse mentre cercavo di dar forma alle parole della mia storia. In seguito avrei imparato a riconoscere questa sensazione come uno dei segni distintivi caratteristici della presenza della Dea. Il divino femminino ha un migliaio di nomi e un migliaio di caratteri, ma quando decide di rivelarsi a te, si presenta come estasi.

L’estasi è un sentimento difficilmente descrivibile e impossibile da ignorare. Ogni manciata di minuti dovevo smettere di parlare perché le lacrime minacciavano di spezzarmi la voce. Quando passò, sapevo che era appena accaduto qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita.

Non fu solo la storia a compiere ciò. Ad ogni modo, ve la racconterò.

Al principio dei tempi, fu chiesto alla grande Dea, che crea il mondo e poi vive come mondo, di incarnarsi come Sati (Colei che è) per compiere il sacro matrimonio con il suo consorte eterno, Shiva. Senza la sua presenza Shiva non può agire nel mondo. Egli siede su un monte, perso in meditazione, disdegnando di portare a termine la sua funzione cosmica. Ciò crea caos nel cosmo. Perciò, le grandi divinità, Brahma il Creatore e Vishnu, colui che sostiene, si inginocchiano davanti alla Dea. La pregano, per la salvezza del mondo, di prendere forma di donna e, con le lusinghe, sottrarre Shiva dalla sua trance yogica. Daksha, una divinità primordiale minore, sarà suo padre.

La Dea accetta, ma solo a una condizione: ha sentito che uomini e dèi hanno cominciato a trattare le donne come proprietà, creature inferiori nella gerarchia cosmica. «Se accetto di divenire tua figlia» dice a Daksha «devi promettere di onorarmi come la Grande Dea. Se non lo farai, lascerò all’istante il mio corpo perché saprò che per me non è ancora giunto il tempo per agire pienamente nel mondo.»

Daksha umilmente accetta e Sati nasce nella sua casa. All’età di sedici anni sposa Shiva, strappandolo alla meditazione attraverso il fascino della sua irresistibile bellezza e il potere di creare beatitudine. Shiva è il principale outsider del pantheon hindu: signore dei ladri e degli yogi. Sciamano originario e yogi primordiale, egli risiede nel profondo delle foreste e delle montagne, accompagnato da fantasmi e folletti. E rifiuta di cambiare il suo stato di senza dimora solo perché ha una moglie. Così, per eoni, Shiva e Sati amoreggiano appassionatamente ed eroticamente sotto gli alberi o vicino ai ruscelli, nei sottili reami al di là delle nuvole e nelle grotte segrete delle montagne. Si adorano l’un l’altro con cosmica passione.

Poi cominciano i problemi. Sono passate alcune migliaia di millenni. Daksha ha lavorato fino a giungere a una posizione di potere come divinità alla guida dell’ortodossia religiosa. In questo processo ha dimenticato la promessa fatta alla Dea - e anche la vera natura di sua figlia. Disapprova il comportamento ribelle di Shiva e si sente personalmente minacciato dall’ovvio disprezzo di Shiva per le convenzioni. Daksha progetta un enorme rituale cosmico col fuoco che stabilirà per sempre le strutture religiose dell’universo. Invita ogni dio, titano, musico celeste, divinità serpente e ninfa dell’universo ma, in un attacco di celestiale malizia, deliberatamente non invia l’invito a sua figlia e al suo consorte.

Sati sente la notizia del giorno del sacrificio. È sbigottita oltre misura. Daksha ha compiuto l’impensabile: non solo ha insultato pesantemente il suo amato, ma ha disonorato la Madre del Mondo, il potere stesso della vita, senza il quale la religione non ha significato. Sati sa che non può rimanere in un mondo che non la riconosce: siede in meditazione, raccoglie il suo fuoco yogico interiore e invia la sua forza vitale nell’etere, lasciandosi dietro il corpo.

Quando la trova, Shiva impazzisce. Si getta sul suolo rituale e distrugge il sacrificio. Poi prende il corpo di Sati tra le braccia e si inoltra barcollando nei mondi. Dovunque porti il suo corpo, accadono terremoti e maremoti, i vulcani eruttano e le foreste si incendiano. Alla fine, gli dèi fanno l’unica cosa che possono per salvare l’universo: inviano il grande girovago Saturno perché tagli in pezzi il corpo di Sati. Non appena le parti del suo corpo cadono sulla Terra, diventano sacche fisiche di sacra estasi, reliquie terrestri. Per eoni, nelle grotte nascoste e dentro gli alberi, negli specchi d’acqua e nel cuore dei villaggi, la gente troverà la dea custodita nel suolo e nella roccia stessa. Il suo corpo è il sacrificio che infonde il divino femminino nella terra.

La storia, come l’ho raccontata, viene dalla tradizione Shakta, il ramo dell’induismo che adora la Dea come realtà suprema. Nelle versioni più tradizionali, Shiva è la figura principale della storia e Sari è descritta come una sottomessa sposa indiana che balza nel fuoco sacrificale poiché il marito è stato insultato. (Questa versione infatti ha un lato oscuro: divenne un modello per le vedove hindu che spesso, a imitazione di Sati, erano incoraggiate a immolarsi sulla pira funebre del marito) La versione Shakta rivela un modo molto più interessante di affrontare la storia. Essendo essa stessa una grande Dea, Sati ha il potere di scegliere se vivere o morire. Non lascia il corpo perché il marito viene insultato: lo lascia perché, come molti padri e il mondo convenzionale che egli rappresenta, Daksha ha mancato di onorare il suo potere e la sua indipendenza. Egli incarna l’incapacità patriarcale di vedere la divinità originaria del femminile. Essa se ne va perché sa che se la dignità del femminile non viene riconosciuta, la vera unione di maschile e femminile non è possibile. La storia rivela, più chiaramente di ogni altra nella mitologia orientale, il momento in cui il patriarcato rimosse l’adorazione della dea dai rituali convenzionali, lasciando che la Dea si nascondesse nei posti segreti della terra.

Poiché la Dea conosce la profondità del tempo, sa anche che la sua morte non è una vera fine, perché un giorno arriverà il momento giusto per reincarnarsi e, una volta ancora, congiungersi al suo consorte. In quel momento, forse, il mondo sarà pronto per lei.

Connettersi all’energia del mito

Esiste una forma di mito che è sovversiva. Questa versione della storia di Sati parla a nome di una voce nascosta all’interno della cultura tradizionale: la voce della dignità originaria femminile. Un mito così potente interagisce con la psiche e ci connette alle strutture profonde dell’universo. Il gesto di Sati, la sua volontà di immolarsi per richiamare l’attenzione su un’ingiustizia, sollecitò in me una risposta chiara. Aveva qualcosa a che fare con la relazione amorosa, col potere dell’amore sfortunato, col dolore di Shiva, ma ancor di più era il riconoscimento della profonda disponibilità femminile alla passione, al sentimento in sé, a quel genere d’amore che non si cura della salvezza o della saggezza convenzionale. Capii che quel genere d’amore e una qualità dell universo stesso, che e incline a distruggere le sue stesse forme di vita quando le condizioni divengono insostenibili. Il divino femminino sa che una nascita spesso richiede una morte e che il sé personale a volte deve morire, se il mondo deve essere reso sacro.

Non fu solo il contenuto della storia a commuovermi. Fu l’energia stessa, la pulsante, sottile e sensuale energia impregnata d’amore che si levò nell atmosfera, quella notte in India, non appena invocammo la Dea. Quell’energia sembrava dirmi che cerano tali segreti, modi di essere nell universo che solo il divino femminino può rivelare. Dopo quella notte, cominciai a vederla dovunque, quasi come se mi stesse inseguendo. Tornai alla mia esistenza normale, che era molto pianificata e totalmente concentrata sul lavoro. Ma di tanto in tanto lei si mostrava. Una volta come presenza palpabile che sembrava librarsi nell’aria intorno a me, emanando lievi onde di, ebbene sì, tenerezza materna. Più spesso, la sentivo come sottile sensazione di luminosità che riempiva l’aria, oppure come un sentimento interiore di gioia o la sensazione di essere circondata da un abbraccio di dolce consapevolezza.

Un effetto di tutto ciò fu che mi innamorai del mondo naturale. La mia consapevolezza della Dea traboccò come una nuova coscienza degli alberi e dei paesaggi perciò, quella che mi era sembrata una realtà noiosa, ora cominciò a vibrare di coscienza. Mi scoprivo osservare un eucalipto come fosse un amante o ammirare un panorama sentendo che era vivo e respirante. Cominciai a praticare una meditazione nella quale immaginavo che gli alberi e l’aria mi vedessero e, quando lo facevo, i confini del mio senso del Sé, incapsulato nella pelle, si ammorbidivano e sapevo che il mondo e io eravamo fatti della stessa sostanza. La consapevolezza della Dea mi mise in contatto, letteralmente, con qualcosa che percepii come l’anima del mondo fisico.

Fece sì anche che approfondissi i miti delle dee hindu e le pratiche del femminismo sacro. Come altri prima di me, intuii che siamo in un momento in cui Sati prenderà ancora una volta e definitivamente il suo posto nel mondo.

Questo testo è estratto dal libro "Il Risveglio della Shakti".

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